Non dimenticherò mai quel martedì pomeriggio. Avevo comprato un cesto di carciofi al mercato di Campo de' Fiori, quelli piccoli e teneri che piacciono tanto a Serena. Mi era venuta voglia di farle una sorpresa, così mi sono infilata nel portone di via dei Giubbonari senza nemmeno avvisarla. Le avevo regalato io quell'appartamento per le nozze, cinque anni fa, quando ancora lavoravo in Belgio e non potevo starle vicino. Sarà stato per il senso di colpa, ma avevo voluto che avesse un nido tutto suo, in centro. Un nido che adesso stava per crollarmi addosso.
Ho girato la chiave nella toppa — ce l'avevo per le emergenze con i bambini — e sono entrata in punta di piedi. La luce in corridoio era spenta, ma dal salotto veniva un odore dolciastro, di dopobarba scadente e di qualcos'altro che proprio non doveva esserci. Ho appoggiato il cestino sul mobiletto dell'ingresso e ho fatto due passi verso la porta a vetri. L'ho visto subito: Fabio, mio genero, spaparanzato sul divano in canottiera, con una mano infilata nei capelli di una ragazza che non avevo mai visto in vita mia. Capelli fucsia, unghie finte, gonna di pelle. Una roba da marciapiede.
Non ricordo esattamente cosa gli ho urlato. Mi sono uscite parole che manco in trattoria a Trastevere si sentono più, roba da far arrossire un muratore. Lui è sobbalzato, la tipa ha farfugliato qualcosa ed è scappata giù per le scale con una scarpa in mano, e io intanto gli vomitavo addosso anni e anni di rabbia muta. Perché la storia, quella vera, non era cominciata quel martedì. Era cominciata quattro anni prima, quando ero rientrata dall'estero e avevo conosciuto Fabio.
Serena e lui si erano sposati mentre io ero via. Un colpo di fulmine, diceva lei. Un furbastro senza arte né parte, pensavo io. Ma lo pensavo senza prove, almeno fino a una cena di novembre in cui decisi di presentarmi a casa loro per conoscerlo sul serio. Appena entrato in sala da pranzo, Fabio si sedette senza nemmeno guardare sua moglie. Serena gli servì il piatto con una cura quasi religiosa: gli sistemava il tovagliolo sulle ginocchia, gli riempiva il bicchiere, gli chiedeva se il pollo era di suo gradimento.
«Insomma, potevi impegnarti di più» borbottò lui, masticando rumorosamente. Poi mi puntò gli occhi addosso, come se io non esistessi fino a quel momento. «Guardi un po' come si è ridotta, signora. Mi dica se una donna deve presentarsi a tavola con quella felpa sformata. E i capelli? Sembra appena uscita da un fosso.»
Serena abbassò lo sguardo. Sentii il sangue ribollirmi nelle vene, ma rimasi ferma. «Ha partorito due bambini» risposi a denti stretti.
«E allora? Conosco donne che ne hanno tre e sono ancora delle signore. Bisogna darsi da fare, per il marito. Altrimenti lui si guarda in giro, è la natura.»
Avrei voluto rovesciargli il vino in testa. Ma mancava qualcosa: il coraggio di intervenire. Avevo paura di litigare con mia figlia, di perderla. Così ingoiai il rospo e, nei mesi seguenti, osservai il declino senza muovere un dito. Serena perse peso, si stirò i capelli, diventò magra e nervosa come un levriero. La casa brillava, i bambini erano sempre impeccabili, eppure nei suoi occhi vedevo solo una stanchezza sconfinata. Ogni tanto provavo a dirle: «Tesoro, ma sei sicura che quest'uomo ti meriti?» Lei scuoteva la testa e rispondeva sempre la stessa frase, come un disco rotto: «Lo amo, mamma. Non posso farci niente.»
Fino a quel pomeriggio con i carciofi. Fino alla sciattona con i capelli fucsia.
Quando Serena rientrò dalla pediatra con i bambini, trovò me ancora in piedi in corridoio e Fabio sul divano, con la faccia strafottente di chi non ha niente da rimproverarsi. Mia figlia scoppiò in lacrime. Una reazione che mi fece quasi tenerezza, perché era lo stesso pianto che faceva da bambina quando cadeva dalla bicicletta. «Amore mio, non preoccuparti, adesso ce ne andiamo» le dissi, cercando di abbracciarla.
Lei si divincolò. «Mamma, che cosa hai fatto?»
«L'ho beccato. Con le mani nel sacco. Questa è casa tua, tua! Devi buttarlo fuori.»
Fabio non aveva ancora aperto bocca. Se ne stava lì, a guardare il soffitto con un mezzo sorriso. Serena, invece, si asciugò gli occhi e mi disse, con voce ferma e terribile: «Sei tu che devi andartene, mamma. Stai rovinando il mio matrimonio. Abbiamo due bambini, lo capisci?»
«Ma un corno! Avranno un padre migliore di questo straccione!»
Fabio uscì sbattendo la porta, almeno quello. Per una settimana credetti di aver vinto la battaglia. Poi, una domenica mattina, andai a trovare i bambini e trovai la sua giacca appesa all'ingresso. Serena mi guardò con una sfida negli occhi che non le avevo mai visto prima. «L'ho perdonato» disse semplicemente. «E non voglio parlarne.»
Fu come ricevere uno schiaffo in pieno viso. In quel momento capii che dovevo fare qualcosa di definitivo. Mia figlia era ostaggio di un manipolatore, e io, sua madre, non potevo starmene a guardare mentre la distruggevano. Fabio, tra l'altro, aveva un tallone d'Achille. Un segreto di cui si vantava con gli amici al bar ma che non avrebbe mai confessato alle autorità: non aveva mai pagato una lira di tasse. Ufficialmente risultava disoccupato, ma in realtà trafficava con ricambi d'auto rubati e percepiva il reddito di cittadinanza grazie a una falsa residenza a Latina. Un bel gruzzolo in nero, tutto in contanti, nascosto chissà dove.
Il giorno dopo feci una telefonata anonima alla Guardia di Finanza. Dissi tutto, con nomi, indirizzo, marca del furgone che usava per i carichi e l'officina abusiva dove smontava i pezzi. Non provai nemmeno un briciolo di rimorso. Anzi, mentre componevo il numero sentivo quasi un senso di liberazione. Era come tagliare un ramo marcio per salvare l'albero.
La mattina successiva vidi la scena dalla finestra del bar di fronte: due auto con i lampeggianti bloccarono l'ingresso del palazzo, e quattro agenti in borghese entrarono come siluri. Fabio venne fatto uscire in manette, ancora in pantofole. La Guardia di Finanza ci mise poco a trovare la cassa dei ricambi rubati e il libretto nero con tutti i conti.
Serena mi telefonò qualche ora dopo, con voce strozzata dalle lacrime e dalla collera: «Mamma, che cosa hai fatto? Mi hanno detto che sei stata tu! Perché? Perché non ti fai mai i fatti tuoi?»
«Perché io i fatti tuoi me li faccio, eccome se me li faccio» risposi, con una calma che non credevo di possedere. «Quell'uomo ti stava portando alla rovina. Tu non lo vedi, non lo vuoi vedere. Adesso starà fuori dai piedi per un bel pezzo, e tu avrai tutto il tempo per pensare. Per respirare.»
Ci fu un silenzio lunghissimo, pieno del ronzio del frigorifero in sottofondo. Poi Serena riattaccò. Non la sentii per tre settimane. Tre settimane in cui sognai ogni notte la stessa scena: la faccia di mia figlia che mi accusava, e io che non riuscivo a dire una parola.
Un pomeriggio, finalmente, suonarono al campanello. Era lei, con i bambini che mi corsero incontro gridando «Nonna!». In mano aveva una vaschetta di gelato, di quello buono della gelateria del rione. «Ho pensato che potevamo mangiarlo insieme, mamma» mormorò, senza guardarmi negli occhi.
Tirammo fuori i cucchiaini in silenzio. Il gelato sapeva di caffè e di fine di un incubo. Mentre i bambini giocavano in salotto, Serena posò la testa sulla mia spalla, come faceva da piccola quando aveva la febbre. Non aggiungemmo altro. Non serviva.




