Alle sette e mezzo del mattino, in un appartamento al terzo piano di una palazzina senza ascensore a San Lorenzo, il vapore cominciava a uscire dalla valvola della moka. Era un suono che conoscevo a memoria: prima un sibilo sottile, poi quel borbottio rabbioso dell’acqua che sale, e alla fine lo sputo finale quando la caldaia si svuotava. Lo sentivo ogni giorno da sei anni, attraverso il muro della cucina, e ogni giorno mi dava sui nervi.
Quel martedì lo ascoltai con un livido sulla coscia e il cuore che ancora batteva troppo forte.
Tre ore prima ero stesa sul pavimento del bagno, con la guancia schiacciata contro le piastrelle gelate e lo sguardo fisso sulla striscia di luce sotto la porta. Il tappetino antiscivolo dell’IKEA mi era scivolato via sotto il piede destro mentre uscivo dalla doccia. Avevo battuto l’anca contro il bordo del water, un colpo secco che mi aveva tolto il respiro per trenta secondi. Poi avevo provato ad alzarmi. La gamba non rispondeva. «Passerà», mi ero detta. Non passava.
Il telefono era in cucina, sulla credenza accanto allo scolapasta. Io ero a quattro metri di distanza, nuda, con un asciugamano bagnato addosso e nessun modo di raggiungerlo. Dal piano di sopra arrivava la musica di una playlist anni Ottanta. Qualcuno rideva in strada. Ho contato le piastrelle fino a centoquarantasette, ho provato altre tre volte a mettermi seduta e alla fine ho afferrato il portarotolo che avevo strappato dalla parete. Con quello mi sono fatta leva sul gomito, piano piano, trascinandomi come una foca ferita fino alla soglia. Quando finalmente ho raggiunto il corridoio, l’orologio a muro segnava le due e diciassette.
Ero in bagno dalle undici e mezza.
Mi chiamo Bianca. Ho cinquantasei anni, vivo da sola da quando mio marito se n’è andato con una collega di yoga, e mia figlia abita a Londra da otto anni. Sono una di quelle donne che rispondono sempre «tutto a posto» anche quando tutto a posto non lo è affatto.
La mattina dopo, appoggiata al tavolo della cucina con la coscia viola, sentii la moka della signora De Santis gorgogliare dall’altra parte del muro. Quel suono, che per anni avevo maledetto, in quel momento suonò come un campanello. Qualcuno era vivo, a due metri da me, e stava facendo colazione.
Bussai alla sua porta alle otto e otto minuti.
La signora De Santis aprì con una vestaglia color lavanda e i bigodini ancora in testa. Aveva in mano una tazzina di caffè, quella con il bordo scheggiato che le avevo visto in mano mille volte sulle scale. «È successo qualcosa?» mi chiese, e io aprii la bocca per dire il solito: «No, niente, scusi il disturbo». Invece dissi: «Ieri sono caduta in bagno. Sono rimasta a terra tre ore».
Lei appoggiò la tazzina sul mobiletto dell’ingresso e mi guardò la coscia, dove il livido spuntava sotto l’orlo dei pantaloncini. «E il telefono?»
«Era in cucina».
«Ha gridato?»
«Ho gridato».
«Io non ho sentito niente». Lo disse con un tono che non era scusa, era constatazione. Lo stesso tono che avrei usato io.
Mi vergognai. Ero lì, davanti a una sconosciuta con cui in sei anni avevo scambiato forse duecento parole, a raccontarle che potevo morire sul pavimento del bagno senza che nessuno se ne accorgesse. «Non so perché glielo sto dicendo», mormorai.
Lei arretrò di un passo. «Entri. Il caffè è ancora caldo».
La sua cucina era uguale alla mia: stessa piastrellatura verde pallido, stesso lavello in acciaio, stessa mensola storta sopra i fornelli. Solo che sul suo davanzale c’erano vasi di basilico e menta, e attaccato al frigo un calendario con le foto dei cani. La moka era ancora sul gas, macchiata di caffè bruciacchiato sul fondo. «È per via della valvola», dissi, indicandola. «Si sente tutto».
«Lo so. Il mio ex marito diceva che svegliavo il vicinato». Versò il caffè in una tazzina pulita e me la mise davanti. «Ma almeno non dimentico mai il gas acceso».
Raccontai tutto. La doccia, la scivolata, il colpo. La sensazione di essere intrappolata in una scatola di piastrelle gelate, con le mani che non riuscivano a fare presa da nessuna parte. «A un certo punto ho pensato: se svengo, mia figlia lo scopre quando? Tra tre giorni? Tra una settimana?»
La signora De Santis bevve un sorso, posò la tazzina. «Mio marito è morto sette anni fa. La notte dopo il funerale mi sono sentita male. Il cuore batteva velocissimo, mi mancava l’aria. Sono rimasta seduta sul pavimento della camera da letto per quaranta minuti, da sola, alle tre di notte, e non ho chiamato nessuno».
«Perché?»
«Non volevo disturbare».
Ci guardammo. Due donne adulte, separate da un muro spesso venti centimetri. Ognuna pronta a morire in silenzio pur di non suonare il campanello della vicina.
«Senta», dissi, «la moka la mette tutte le mattine?»
«Alle sette e mezza. Da trent’anni».
«Anch’io posso metterla».
«E con questo?»
«Se una mattina una delle due non sente la moka dell’altra, va a controllare».
La signora De Santis strizzò gli occhi. Aveva due rughe profonde tra le sopracciglia e un modo di guardarmi che sembrava volesse pesare ogni parola. «Lei fa sul serio?»
«Sì».
«E funziona così? Siamo tipo sentinelle?»
«Esatto».
«Sentinelle del caffè?»
«Non rida».
Smise di ridere quando vide che non scherzavo. «D’accordo. Ogni mattina. Se una delle due è via, avvisa».
«Affare fatto». Allungai la mano. Lei la strinse. Aveva le dita ossute ma la presa era ferma.
Il pomeriggio andai al mercato di piazza Vittorio e comprai una moka Bialetti nuova, da sei tazze. L’uomo del banco provò a vendermene una rossa fiammante, ma scelsi quella classica in alluminio, identica alla sua. Tornai a casa, la riempii d’acqua e caffè, e la misi sul fuoco. Quando il vapore cominciò a fischiare, dietro il muro si fermò un attimo di silenzio. Poi due colpi sul termosifone. Risposi con due colpi anch’io.
Cominciarono così le nostre mattine.
All’inizio sembrava un gioco. Alle sette e mezza gorgogliava la sua moka. Poi la mia. A volte ero prima io, a volte era lei. Capitava che una delle due ritardasse di qualche minuto — perché il caffè era finito, perché si era attardata sotto la doccia — e allora l’altra bussava piano sul termosifone, giusto per dire «ci sei?». La risposta arrivava sempre.
Non siamo diventate amiche all’improvviso. Non passavamo le serate insieme a raccontarci la vita. Non sapevo quasi nulla di lei, se non che si chiamava Renata, che aveva insegnato lettere al liceo, che suo marito si chiamava Arturo e che cucinava la pasta al pesto il mercoledì. Però sapevo quando si svegliava. Sapevo quando stava bene.
Quindici giorni dopo, un venerdì, dormii troppo. Erano state due notti insonni per via del dolore all’anca, e alle sei avevo preso un antidolorifico che mi aveva stesa. Mi svegliai con i colpi alla porta. Forse già da un po’. Corsi in corridoio scalza, il cuore in gola.
Sul pianerottolo c’era Renata, in vestaglia e pantofole, con una chiave inglese in mano. Aveva usato quella per battere. «Sono le sette e cinquanta», disse. «La tua moka non l’ho sentita».
«Ho dormito troppo», balbettai.
«Il telefono squillava e non rispondevi». Mi mostrò lo schermo: tre chiamate perse. La guardai negli occhi. Era arrabbiata, ma teneva la chiave inglese così stretta che le nocche erano bianche. «Avevi paura?»
«Certo che avevo paura. Avevamo un patto».
Quella frase mi entrò nello stomaco come un pugno. Mi voltai verso la finestra del corridoio, con la scusa di guardare il tempo. In realtà avevo gli occhi che bruciavano. «Entra», dissi. «Il caffè lo faccio adesso».
«Sì, meglio». Posò la chiave inglese sul mobiletto. «Ho portato i biscotti».
Quella mattina facemmo colazione insieme da me. Poi lei mi aiutò a fissare un nuovo portarotolo in bagno, e io andai a prenderle due casse d’acqua al supermercato, perché aveva la schiena bloccata. Ci scambiammo una copia delle chiavi. Lei mise la mia in una busta con su scritto a pennarello: «BIANCA — SOLO EMERGENZA».
La mia moka nuova prese una macchia scura sul beccuccio. La sua diventò sempre più ammaccata, ma non smise mai di fischiare. Fino a quel giovedì.
Alle sette e mezza la mia moka gorgogliò per prima. Spensi il gas e aspettai. Cinque minuti. Dieci. Dal suo appartamento non veniva nessun rumore. Le telefonai. Il cellulare prese a squillare, una volta, due, sei, ma nessuno rispose. Alle sette e quarantacinque ero già davanti alla sua porta.
«Renata!»
Niente.
Premetti l’orecchio contro il legno. Dentro sentii un tintinnio, come una tazzina che cadeva sul pavimento. E poi nient’altro.
Aprii la porta con la chiave di riserva. Feci fatica: qualcosa la bloccava dall’interno. Spinsi più forte e vidi una sedia rovesciata per terra nel corridoio, di traverso. Subito sentii l’odore. Gas. Un odore dolciastro e metallico che mi prese alla gola.
Corsi in cucina. La sua moka era sul fornello. La fiamma era spenta, ma la manopola del gas era ancora aperta. Chiusi tutto, spalancai la finestra, e solo allora la vidi.
Renata era a terra, sul pavimento della cucina, un fianco contro lo stipite della credenza. Aveva un braccio disteso verso il fornello, come se stesse cercando di raggiungerlo. L’altro era piegato sul petto, immobile. Ai suoi piedi c’era una tazzina rotta in due. La sua tazzina, quella con il bordo scheggiato.
«Renata, mi senti?»
Le sue palpebre tremarono. «Ti sento». La voce era strana, impastata, come se le parole le fossero rimaste a metà in bocca.
Mi inginocchiai accanto a lei. «Dove fa male?»
«La testa. E il braccio… non lo sento».
Presi il telefono e composi il 118. L’operatore mi fece un sacco di domande: se era cosciente, se sapeva sorridere, se riusciva ad alzare le braccia. Io le ripetevo le domande e Renata si arrabbiava. «Non serve l’ambulanza, mi passerà».
«Alza le braccia, Renata. Tutte e due».
«Bianca, ti ho detto che…» Il braccio destro salì di qualche centimetro. Il sinistro restò sul pavimento, come un pezzo di legno morto.
Mi si gelò il sangue. «L’ambulanza sta arrivando».
«Chiamala».
«No».
«Non voglio andare all’ospedale».
«Anch’io non volevo stare tre ore distesa sul pavimento del bagno, ma è successo. Adesso stai zitta e respira».
Lei chiuse gli occhi. «Non sgridarmi».
«Allora guardami».
Le presi la mano destra — quella che rispondeva ancora — e mi sedetti sulle piastrelle. Le misi un cuscino del divano sotto la testa. In corridoio c’era la sedia rovesciata e la finestra sbatteva per lo spiffero. La mia moka, dall’altra parte del muro, aveva smesso di fischiare da un pezzo. La sua era lì, fredda, sul fornello spento.
«Stavi provando a fare il caffè?» le chiesi.
Lei mosse le labbra. Ci mise qualche secondo. «Ho sentito la tua moka».
«Perché hai acceso il gas se stavi male?»
«Dovevo rispondere».
«Potevi telefonare».
«Il telefono era in camera».
«Potevi gridare».
«Ero caduta». Fece una pausa, cercando di girare la testa verso il fornello. «Non ci sono arrivata».
Capii tutto. Si era svegliata con il braccio sinistro che non rispondeva, con il corpo che non la reggeva. Era caduta. E invece di strisciare verso il telefono, verso la porta, verso qualsiasi altra direzione, era strisciata verso la cucina. Non per salvarsi. Non per chiedere aiuto. Per mettere la moka sul gas. Perché se la sua moka avesse fischiato, io dalla mia parte del muro non mi sarei preoccupata. Non avrei capito che qualcosa non andava.
Non voleva lasciarmi sola ad ascoltare il silenzio.
«La moka l’ho spenta io», le dissi. «Ho sentito la tazzina che cadeva. È bastato».
I suoi occhi si riempirono di lacrime.
Quando arrivarono i soccorritori, tutto diventò veloce. Domande rapide, misurazioni, la barella che saliva per le scale. Un infermiere mi chiese se ero una parente. Aprii la bocca e non sapevo cosa rispondere. Vicina di casa? Donna dall’altra parte del muro? Persona che conosceva il suono della sua moka meglio del suo stesso respiro? «Sono la persona più vicina», dissi.
In ambulanza non c’era posto per me. Chiusi entrambe le porte, chiamai un taxi e li seguii fino al San Camillo. Mi sedetti nella sala d’attesa del pronto soccorso e rimasi lì, con le due chiavi in tasca e la tazzina rotta che avevo raccolto da terra prima di uscire.
Mia madre era morta in ospedale undici anni prima, in una stanza del Gemelli. Non mettevo piede in un ospedale da allora. L’odore dei disinfettanti, le luci al neon, il ronzio dei macchinari — tutto uguale a quel giorno. Sentivo lo stomaco che si attorcigliava. Ma non mi mossi.
Scrissi a mia figlia a Londra. Prima digitai: «Ciao amore, tutto bene». Poi cancellai. Scrissi: «Un mese fa sono caduta in bagno, sono rimasta a terra tre ore e non te l’ho detto perché mi sembrava di esagerare. Oggi la mia vicina ha avuto un malore. L’ho trovata io, perché ascoltavo la sua moka. Sono in ospedale con lei. Chiamami quando puoi».
Mia figlia chiamò dopo novanta secondi. «Mamma, cosa vuol dire che sei caduta?»
«Quello che ho scritto».
«Perché non me l’hai detto subito?»
«Perché non volevo che ti preoccupassi».
«Io mi preoccupo lo stesso. E adesso sono pure arrabbiata».
«Hai ragione».
Ci fu una pausa. Mi aspettavo la solita frase: ho il lavoro, la bambina, mille impegni. Invece mi chiese: «Chi è questa vicina?»
«Si chiama Renata. Abita nell’appartamento accanto. Non ha parenti stretti, solo un nipote che vive in Germania e non si vedono da anni».
«Sei da sola?»
«Sì».
«Allora resto al telefono con te».
Restammo in linea per venti minuti. Non parlammo del tempo, né del costo della verdura, né di quanto tutto andasse bene. Le dissi che avevo paura. Paura per Renata, paura per me, paura di invecchiare senza che nessuno sentisse il mio silenzio. Lei rimase zitta. Poi disse: «Non lo farò succedere, mamma». E per la prima volta dopo tanto tempo le credetti.
Dopo due ore uscì il medico. Disse che Renata aveva avuto un ictus ischemico, ma era arrivata in tempo. Le ore successive sarebbero state decisive, ma era cosciente. «Chi l’ha trovata?» chiese.
«Io».
«Meno male che è entrata subito».
Avrei voluto spiegarglielo. Che non ero entrata per caso, né per intuizione, né perché avevo sentito un rumore sospetto. Ero entrata perché la sua moka non aveva fischiato alle sette e mezza. Perché per la prima volta in mesi il nostro patto silenzioso si era interrotto. Perché il suono più fastidioso del mondo era diventato il suono che mi diceva che ero ancora viva.
Invece annuii e basta.
Renata rimase in ospedale dodici giorni. I primi tre non mi fecero entrare. Portavo il cambio di vestiti puliti, il suo spazzolino, gli occhiali da lettura che avevo trovato sul comodino. Mi sedevo in sala d’attesa finché un’infermiera scendeva a prendere la borsa. Al quarto giorno mi lasciarono entrare per dieci minuti.
Era in una stanza a due letti, vicino alla finestra. Aveva il viso pallido e la bocca leggermente storta. Il braccio sinistro era appoggiato sul lenzuolo, immobile. Ma quando mi vide, gli occhi le si accesero.
«Hai annaffiato il basilico?»
«Sì».
«Non troppo, mi raccomando».
«Lo so».
«Hai controllato il gas?»
«Tre volte».
«La mia moka è ancora sul fornello?»
«L’ho lavata e rimessa a posto».
Lei chiuse gli occhi. Sembrava sollevata. Mi sedetti sullo sgabello accanto al letto. «Perché non mi hai chiamata subito?»
«Mi sono svegliata che il braccio non lo sentivo più. Ho provato ad alzarmi, ma le gambe non mi tenevano. Il telefono era in camera, sul comodino, attaccato alla presa. E io ero in cucina».
«Potevi restare a terra e aspettare».
«Ho sentito la tua moka». Guardava il soffitto bianco. «Erano le sette e mezza. Ho pensato: lei adesso sta lì, dall’altra parte del muro, e aspetta di sentire la mia. Se la mia non parte, lo capisce. Viene. E allora ho pensato: se riesco ad accendere il gas, la moka parte, e lei non deve preoccuparsi».
«Potevi morire, Renata».
«Lo so».
«Per una moka».
Adesso mi guardò. Aveva gli occhi lucidi. «Non era per la moka. Era per te. Perché tu venissi lo stesso, ma senza aver paura».
Le presi la mano destra. Quella che si muoveva ancora. «La paura l’ho avuta, ma sono venuta. E non mi sono mossa da qui».
Lei strinse piano le mie dita. «Grazie, Bianca».
«Non devi ringraziarmi».
«Sì, invece». Fece una pausa. «Non chiamarmi più signora De Santis».
«D’accordo. Tu però smettila di darmi del lei».
Aggrottò la fronte. Rughe profonde, sopracciglia severissime. «Non ci contare».
Quando la dimisero, camminava con un bastone. Il braccio sinistro era ancora debole, ma i fisioterapisti dicevano che con gli esercizi giusti sarebbe migliorato molto. Le preparai la minestra — passato di verdura, come piaceva a lei — e le spostai tutto il cibo nella credenza in basso, perché non dovesse allungarsi per prenderlo. Lei brontolava ogni cinque minuti. «Perché hai messo la pasta sotto?» «Perché così non sali sullo sgabello». «Io non salgo sullo sgabello». «L’altro ieri ci sei salita». «Volevo prendere il riso». «Il riso adesso è qui». Aprì lo sportello e fissò i pacchi come se fossero un insulto personale. «È un posto orribile». «Sicuro, ma è un posto sicuro».
Chiuse lo sportello e mi guardò. «Sei diventata molto autoritaria».
«Se vuoi posso andarmene».
Sospirò. Guardò la pentola della minestra. Poi me. «Non subito».
La prima mattina dopo il suo ritorno a casa mi svegliai prestissimo. Avevo dormito poco. Alle sette e dieci ero già in cucina con la moka sul gas, a fissare il fornello come se dovesse parlarmi. Alle sette e mezza la mia moka partì. Spensi la fiamma e aspettai.
Silenzio.
Passò un minuto. Due. Allungai la mano verso il termosifone per bussare, ma mi fermai. Pensai: magari non ce la fa. Magari il braccio non le risponde. Magari devo andare io.
Poi sentii il rumore. Un cassetto che si apriva. L’acqua che scorreva. Un colpo di metallo contro il piano cottura. E alla fine, il sibilo.
La sua moka partì alle sette e trentanove. Più debole del solito, un rumore un po’ tremolante, come se anche lei facesse fatica a mettersi in moto. Ma partì. E io bussai due colpi sul termosifone. Due colpi tornarono indietro.
Fu quella mattina che cambiammo le regole. La moka restava il nostro segnale, ma aggiungemmo un dettaglio: se una delle due si sentiva male, non doveva sforzarsi di fare il caffè. Doveva solo battere due colpi, o mandare un messaggio, o strisciare fino alla porta e aspettare. Niente eroismi. Niente fughe solitarie verso il fornello.
Sul frigo mio comparve un foglio con i numeri scritti a pennarello: il medico, il nipote in Germania, e in fondo, sottolineato due volte, il mio. Sul frigo di Renata comparve un foglio uguale, ma al mio posto c’era il suo.
Mia figlia cominciò a chiamare ogni domenica sera. Non messaggi, chiamate. Vere, lunghe, piene di cose che non ci eravamo mai dette. Io le dicevo quando ero stanca, quando avevo male alla schiena, quando mi sentivo sola. Le prime volte non mi venivano le parole. Poi cominciarono a uscire da sole, come i sibili delle moka. Anche lei iniziò a dirmi la verità: quando litigava con il compagno, quando aveva paura di perdere il lavoro, quando le mancava casa.
Renata, dal suo appartamento, ascoltava le nostre conversazioni solo quando alzavo troppo la voce. Poi bussava al termosifone e io andavo ad aprire. «Stai sgridando tua figlia?» mi chiedeva.
«No, è lei che sgrida me».
«Brava ragazza».
A primavera abbiamo comprato due sedie pieghevoli e un tavolino da mettere sul mio balcone. Renata si sedeva con il suo bastone e la tazzina scheggiata (l’avevo incollata, ma la crepa si vedeva ancora) e io portavo il caffè. Le nostre moke restavano in cucina, sui fornelli. Non erano più un allarme. Erano solo il rumore del mattino.
Questa mattina la mia moka ha fischiato alle sette e mezza in punto. Ho spento il gas e ho contato i secondi. Quattro. Poi il cassetto che si apriva, l’acqua, il colpo della caldaia.
Sette secondi. La sua moka ha fischiato dopo sette secondi.
Ho preso due tazzine dalla credenza, le ho messe sul tavolo e ho aperto la porta ancora prima che lei bussasse.




