Il vaso di gerani sul balcone di via Solferino

A Chioggia, nella terrazza sul retro della clinica geriatrica, c'era un vaso di gerani rossi che nessuno annaffiava più da settimane, e Marisa Bellandi li guardava appassire dalla finestra della stanza 14, il letto vicino alla parete, quello con la vista sul canale.

Marisa aveva ottantatré anni e una figlia che viveva a quaranta minuti di distanza, a Padova. Quaranta minuti, non quattro ore. Eppure Ornella non veniva. Le ultime tre visite risalivano a prima di Pasqua — e questo era agosto, il ventisette, un martedì che sembrava tutti gli altri martedì, con la televisione accesa sul canale delle previsioni del tempo e nessuno a guardarla davvero.

Io lavoro lì da undici anni. Faccio l'infermiera del turno pomeridiano, dalle quattordici alle ventidue, e ho imparato a riconoscere due tipi di famiglie: quelle che arrivano con le borse della spesa piene di pere e biscotti secchi, e quelle che arrivano — quando arrivano — con un mazzo di fiori comprato all'Esselunga cinque minuti prima, ancora con l'etichetta del prezzo attaccata al cellophane.

Ornella era del secondo tipo. La sentivo al telefono, quando chiamava — una volta al mese, forse — e la voce di Marisa cambiava completamente. Si raddrizzava sul cuscino, si sistemava i capelli con le dita, come se sua figlia potesse vederla attraverso la cornetta. "Sono qui, tesoro, sto benissimo, non ti preoccupare." Poi riattaccava e restava a fissare il soffitto per un'ora buona.

C'era un'altra ospite nella stanza, la signora Adele, che tossiva piano e fingeva di dormire per lasciarle un po' di intimità. Anche lei aveva imparato i turni delle visite di tutti — chi veniva il giovedì, chi non veniva mai, chi portava il nipote e chi mandava solo messaggi.

A metà agosto Marisa ha avuto un peggioramento. Battito irregolare, febbre che saliva la sera. Il dottor Fanton ha chiamato Ornella tre volte in due giorni. La prima non ha risposto. La seconda ha detto che era in riunione. La terza le ho parlato io direttamente, perché il dottore era in sala con un altro paziente, e le ho detto: "Signora, sua madre chiede di lei. Non delle medicine. Di lei."

Ornella è arrivata il venerdì sera, il ventuno agosto, con gli occhiali da sole sulla testa nonostante fosse buio e una collana d'oro che tintinnava mentre si sedeva. Ha tenuto la mano di Marisa per dieci minuti, guardando ogni tanto l'orologio, e poi è tornata a Padova perché il marito l'aspettava per cena.

Marisa è morta la notte tra il ventiquattro e il venticinque, di domenica, verso le tre. Io non ero di turno quella notte — l'ho saputo il lunedì mattina, quando sono arrivata e ho trovato la stanza 14 con le lenzuola rifatte e il letto vuoto, i gerani ancora appassiti sul davanzale.

Il funerale è stato il ventisei, alla chiesa di San Domenico. E lì la cosa che ricordo di più — la cosa che ancora mi gira in testa mentre scrivo — è la quantità di fiori. Corone enormi, gigli bianchi, un cuscino di rose che dev'essere costato più di duecento euro, con un nastro che diceva "Alla mamma più amata". C'erano cugini che non avevo mai visto in undici anni, colleghe di Ornella con tailleur scuri, un vicino di casa di Padova che ha parlato per cinque minuti descrivendo quanto Marisa fosse stata "una presenza costante" nella loro vita.

Io ero in fondo alla chiesa, con la mia collega Rossana, quella del turno di notte. Non dovevamo esserci, tecnicamente — ma Marisa ce l'aveva chiesto, mesi prima, tra una flebo e l'altra: "Se muoio, venite voi due. Almeno voi sapete come sono stata veramente."

Dopo la cerimonia Ornella è venuta verso di me, gli occhi gonfi, vero dolore, non lo nego — quello era autentico, si vedeva dalle mani che tremavano mentre si aggiustava il colletto nero. Ha detto: "Grazie per tutto quello che avete fatto per lei." E io ho pensato a tutte le sere in cui Marisa mi chiedeva se avessi visto sua figlia parcheggiare fuori, e io dovevo dirle di no.

Non le ho detto niente di tutto questo. Non era il momento, e non era compito mio. Le ho solo stretto la mano e sono tornata al mio turno.

Tre settimane dopo, a metà settembre, Ornella è tornata in clinica. Non per una visita — Marisa non c'era più da recuperare — ma per ritirare gli effetti personali rimasti nell'armadietto della stanza 14: una vestaglia di lana, un rosario, tre fotografie in cornice, e una scatola di latta con dentro delle lettere.

Le ho consegnato io la scatola, al banco della reception. Ornella l'ha aperta lì, davanti a me, forse perché non sapeva ancora come sarebbe stato tornare a casa con quel peso. Dentro c'erano lettere che Marisa non aveva mai spedito — indirizzate a lei, alla figlia, scritte nei mesi in cui aspettava una visita che non arrivava mai in tempo. Non c'erano rimproveri. Solo racconti minuti: cosa aveva mangiato, che programma aveva visto in televisione, quanto le mancasse sentirle raccontare qualcosa della sua giornata.

Ornella si è seduta su una delle sedie di plastica della sala d'attesa e ha letto in silenzio, per quasi un'ora, mentre fuori il canale scorreva lento e un gabbiano si posava sul cornicione della finestra.

Poi ha fatto una cosa che non mi aspettavo. Ha chiamato la sua avvocata — l'ho sentita perché ero lì vicino a sistemare dei fascicoli — e ha chiesto di aprire una pratica per intestare una borsa di studio alla clinica, a nome di Marisa, per pagare gli straordinari del personale nei turni di notte, quelli che nessuno vuole fare a Natale o durante i weekend d'agosto. Ventiduemila euro, l'importo dell'eredità che le spettava dalla vendita di un piccolo terreno a Chioggia che Marisa possedeva. Non un gesto simbolico, non un mazzo di fiori. Una firma su un documento, la settimana dopo, davanti al notaio in via Roma.

Non so se Ornella abbia mai capito davvero, o se lo abbia fatto solo per placare il proprio senso di colpa. Non è compito mio giudicarlo. So solo che oggi, sopra la porta della sala infermieri, c'è una targhetta piccola, discreta, con inciso il nome di Marisa Bellandi — e che i gerani sul balcone, quest'estate, qualcuno finalmente li ha annaffiati.

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Fajna Tajna
Il vaso di gerani sul balcone di via Solferino