Silvia rimase vicino al cancello con la borsa in mano.

Silvia rimase vicino al cancello con la borsa in mano. Mauro l’aveva appoggiata lì come se fosse normale. Come se cacciare via una donna con cui viveva da quasi tre anni fosse una reazione comprensibile a una frase detta con calma.

— La fermata è giù sulla strada — disse lui.

Silvia lo guardò. In passato avrebbe cercato di rimediare. Avrebbe detto che non voleva offenderlo. Che la carne, in fondo, andava bene. Che era stata lei a esprimersi male.

Ma quella volta no.

— Mi stai davvero mandando via perché ho detto che la carne era acida?

Mauro sbuffò.

— Non è per la carne. È per il tuo atteggiamento. Tu non apprezzi mai niente.

Silvia sentì una lucidità improvvisa.

— Io non apprezzo? Tu vivi nel mio bilocale da tre anni. Mangi alla mia tavola, lasci le tue cose ovunque, io lavo, cucino, sistemo. E quando qualcuno ti chiede chi sono, rispondi: “Viviamo insieme, tutto qui.” Cosa dovrei apprezzare, Mauro?

Il volto di lui si irrigidì.

— Ecco, ricominci.

— No. Finisco.

— Finisci cosa?

— Di fare finta che questo sia amore.

Mauro la fissò, come se non la riconoscesse.

— Non fare scenate.

— Non è una scenata. È una decisione.

Silvia prese la borsa.

— Torno a Bologna. Quando rientri, troverai le tue cose fuori dalla porta.

Lui rise.

— Per una grigliata venuta male?

— No. Per una relazione venuta peggio.

Il cammino verso la fermata fu lungo. Silvia sentiva il peso della borsa e quello degli anni. Ogni passo le riportava alla mente una frase, uno sguardo, una piccola umiliazione accettata per non litigare.

Quando arrivò a casa, vide il bilocale come non lo aveva mai visto. Le scarpe di Mauro all’ingresso. Il suo rasoio in bagno. Le camicie sulla sedia. La sua presenza ovunque.

Ma per la prima volta quella presenza non le sembrò amore. Le sembrò invasione.

Prese dei sacchi e cominciò a raccogliere tutto.

La sera Mauro telefonò.

— Silvia, dai. Non fare la bambina.

— Non sto facendo la bambina.

— Ho detto una cosa per rabbia.

— No. Hai detto una cosa perché pensavi che io sarei tornata indietro a chiederti scusa.

Lui rimase zitto.

— Quando arrivo mi apri?

— No.

Mauro arrivò tardi. Suonò più volte. Poi bussò.

— Apri. Dobbiamo parlare.

Silvia restò dall’altra parte della porta.

— Dovevamo parlare quando io avevo ancora voglia di essere capita.

Il giorno dopo tornò con un mazzo di fiori. Silvia aprì appena.

— Ho esagerato — disse lui.

— Sì.

— Però anche tu potevi evitare di criticare.

Silvia capì che quelle parole erano il vero finale.

— Mauro, tu non vuoi una compagna. Vuoi una donna che applauda anche quando viene trattata male.

Lui abbassò lo sguardo.

— Stai buttando via tre anni.

— No. Sto smettendo di buttare via me stessa.

I primi giorni furono strani. La casa sembrava vuota. Poi Silvia iniziò a sentire qualcosa di nuovo: leggerezza.

Cambiò posto al tavolo. Comprò una lampada che Mauro avrebbe definito inutile. Preparò la cena solo per sé e la mangiò lentamente, senza dover ascoltare giudizi.

Un’amica le chiese:

— Non ti pesa stare sola?

Silvia rispose:

— Mi pesava di più stare con qualcuno che mi faceva sentire sbagliata.

Mauro continuò a scrivere. A volte chiedeva scusa, a volte la accusava, a volte diceva che a quarantatré anni non bisognava fare troppo le difficili.

Silvia gli rispose una volta sola:

— Non sono difficile. Sono stanca di accontentarmi.

Poi chiuse quella porta anche nel telefono.

A volte una donna non se ne va quando viene ferita. Se ne va quando capisce che quella ferita non è un incidente, ma un’abitudine.

Mauro credeva di averla mandata via dalla sua casa in campagna.

In realtà, quel giorno Silvia uscì finalmente da una vita in cui era stata tollerata, ma non amata.

E tornò da sé.

Rate article
Fajna Tajna
Silvia rimase vicino al cancello con la borsa in mano.