Quando Nerone si ammalò, fu Ettore ad accorgersene per primo.
Non io.
Non i proprietari del gatto.
Il cane.
Ettore era un boxer fulvo, largo di petto e incapace di fare qualunque cosa con moderazione. Se era felice, saltava. Se voleva giocare, ti portava cinque giochi insieme. Se qualcuno suonava, correva verso la porta come se dovesse salvare il palazzo.
Abitavamo al piano terra di una casa divisa in appartamenti, alla periferia di Bologna. Dietro la cucina avevamo un piccolo cortile recintato, con un fico, due sedie e abbastanza spazio perché Ettore potesse correre in cerchio.
Poi, nell’appartamento sopra il nostro, arrivarono nuovi inquilini.
Con loro arrivò Nerone.
Un gatto nero enorme, con il petto bianco e un’aria da proprietario dell’intero edificio.
Il balcone era proprio sopra il nostro cortile.
Nerone comparve la prima mattina alle otto.
Si sedette sul bordo e guardò Ettore.
Ettore lasciò cadere la pallina.
Nerone inclinò appena la testa.
Il cane abbaiò.
Il gatto si sdraiò.
Da quel giorno, ogni mattina, Nerone mise in scena una provocazione diversa.
Camminava avanti e indietro sulla ringhiera.
Lasciava penzolare la coda.
Si puliva lentamente proprio mentre Ettore saltava sotto di lui.
Una volta fece cadere una foglia secca sulla testa del cane.
Ettore impazziva.
I vicini urlavano dalle finestre.
Io salii a parlare con la proprietaria del gatto.
Mi aprì una donna con una sigaretta in mano.
— Potrebbe tenerlo dentro almeno al mattino?
— Potrebbe tenere dentro il cane.
— Il cortile è nostro.
— E il balcone è mio.
La conversazione finì lì.
Per mesi vissi con il terrore delle otto del mattino.
Poi Nerone non apparve.
Ettore aspettò.
Quel giorno non abbaiò.
Il giorno dopo portò la pallina sotto il balcone e rimase seduto.
Il terzo giorno non volle mangiare.
Solo allora capii che non erano nemici.
Erano diventati qualcosa che noi esseri umani non avevamo saputo riconoscere.
Salii al piano di sopra.
La donna mi fece entrare con riluttanza.
Nerone era nascosto nel bagno, accanto al termosifone. Respirava male e non riusciva quasi a stare in piedi.
— Da quanto è così?
— Non lo so. Qualche giorno.
— E non lo ha portato dal veterinario?
— Non posso spendere centinaia di euro per un gatto.
Avvolsi Nerone in un asciugamano e lo portai via.
Aveva febbre alta, una grave infezione e una ferita nascosta sotto il pelo. Rimase in clinica per una settimana.
Quando tornò, era magro e rasato su un fianco, ma vivo.
Lo portai per qualche minuto nel nostro cortile prima di riconsegnarlo.
Ettore si avvicinò alla gabbietta così lentamente che sembrava un altro cane.
Nerone infilò una zampa tra le sbarre.
Ettore appoggiò il muso.
Rimasero così, immobili.
Quando il gatto tornò sul balcone, qualche giorno dopo, Ettore fece tre giri del cortile, inciampò nella ciotola dell’acqua e finì contro la panchina.
Nerone lo guardò con la solita aria superiore.
Ma quella volta fece le fusa.
Da allora si chiamavano ogni mattina.
Il gatto arrivava sul balcone e miagolava.
Ettore rispondeva dal cortile.
Nerone lasciava cadere tappi, palline di carta e piccoli oggetti rubati in casa.
Ettore li raccoglieva e li conservava nella sua cuccia.
Poi, una mattina, al piano di sopra cominciarono a trascinare mobili.
Entro sera, l’appartamento era vuoto.
La donna era partita con il compagno e con Nerone.
Non lasciò un numero.
Non salutò.
Ettore rimase seduto sotto il balcone per giorni.
Provai a distrarlo.
Passeggiate più lunghe.
Giochi nuovi.
Non gli interessava.
Voleva Nerone.
Passarono due mesi.
Durante un temporale, Ettore iniziò a graffiare il cancello del cortile.
Aprii pensando che dovesse uscire.
Il cane corse lungo il marciapiede e si fermò davanti a un vecchio garage abbandonato.
Da dentro arrivò un miagolio.
— Nerone?
Il cane abbaiò una sola volta.
Il miagolio rispose.
Chiamai mio marito. Forzammo la porta arrugginita.
In fondo, dietro alcune cassette, c’era un trasportino coperto da una coperta.
Sul trasportino era legato un biglietto:
“Non possiamo più occuparcene. Qualcuno verrà a prenderlo domani.”
Sollevai la coperta.
Nerone era lì.
Accanto a lui, rannicchiati l’uno contro l’altro, c’erano quattro gattini appena nati.
Da dietro le cassette arrivò la voce di un uomo:
— Lasciate tutto com’è. Quei gatti sono già stati venduti.
Ci voltammo.
L’uomo teneva in mano un mazzo di chiavi. Non era il vecchio proprietario di Nerone. Era il responsabile di un’officina poco distante.
Sosteneva che la coppia gli avesse lasciato il gatto come pagamento di un debito.
I piccoli, disse, valevano soldi.
— Nerone è un maschio, — risposi. — Non sono figli suoi.
— Non cambia niente. La gente compra qualsiasi storia, se il gatto è bello.
Mio marito aveva già avviato una registrazione sul telefono.
Io chiamai i carabinieri e un’associazione animalista.
L’uomo cercò di chiudere il garage, ma Ettore si piazzò davanti alla porta.
Non ringhiava.
Non attaccava.
Semplicemente non si spostava.
Quando arrivarono gli agenti, nel garage furono trovati altri tre trasportini vuoti, documenti veterinari intestati a persone diverse e fotografie di animali pubblicate su siti di vendita.
Nerone e i gattini furono sequestrati e affidati temporaneamente all’associazione.
La coppia che abitava sopra di noi venne rintracciata. Aveva davvero ceduto Nerone per cancellare parte di un debito.
La donna disse che il gatto era diventato un peso.
Non provai neppure a discutere.
Chiesi solo di poterlo adottare ufficialmente.
Dopo le verifiche, Nerone venne affidato a noi.
I gattini non erano suoi. Erano stati trovati vicino a un cassonetto e messi nel trasportino perché il calore del gatto li tenesse vivi.
Nerone non li aveva respinti.
Durante la convalescenza, Ettore dormiva accanto alla stanza in cui tenevamo i piccoli.
Se uno miagolava, il cane veniva a chiamarmi.
Quando furono abbastanza grandi, trovarono tutti una famiglia.
Nerone restò.
Per qualche settimana continuò a cercare un punto alto da cui osservare Ettore. Scelse il frigorifero, poi una libreria, infine il davanzale della cucina.
Ma ogni sera scendeva nel cortile.
All’inizio Ettore correva attorno a lui come un pazzo.
Nerone gli dava una zampata sulla fronte.
Poi si stendevano sotto il fico.
Anni dopo, quando Ettore divenne vecchio e smise di correre, Nerone continuò a uscire alle otto.
Non saliva più sul balcone.
Si sedeva accanto al cane e lo lavava lentamente tra le orecchie.
Il giorno in cui Ettore morì, Nerone rimase nel cortile fino a notte.
Guardava la cuccia vuota.
Per la prima volta capii esattamente cosa aveva provato il cane davanti a quel balcone deserto.
Il mattino seguente trovai nella cuccia tutti gli oggetti che Nerone gli aveva lasciato cadere negli anni: tappi, palline, un calzino, una piccola topo di stoffa.
Li conservammo in una scatola.
Sopra scrissi soltanto:
“Le cose che si erano detti.”
