La carezza

Viveva così. Invisibile. Mangiava quello che trovava e dormiva dove la notte lo coglieva. La gente semplicemente non lo vedeva. Un piccolo meticcio dal pelo color sabbia, smunto, con una zampa posteriore che trascinava appena, sembrava confondersi con i muri scrostati dei vicoli di Napoli. Era un cane fantasma. Non aveva mai imparato a elemosinare come sapevano fare certi randagi ai semafori, quelli che scodinzolavano e si mettevano a zampa alzata appena un'auto si fermava al rosso. Lui no. Lui si limitava a guardare. Con quegli occhi scuri, umidi, un po' velati, si sedeva a distanza e fissava le persone che mangiavano un pezzo di pizza sul portafoglio. Le guardava intensamente, con una muta, dignitosa richiesta.

A volte qualche turista si commuoveva. Raramente. Di solito un "Ma che carino" restava sospeso a mezz'aria, cibo in una mano e telefono nell'altra. Una foto veloce. Poi la fretta vinceva. «Dai, andiamo, è pieno di pulci», diceva una voce, e la carovana umana riprendeva a camminare. A lui non restava che l'ombra di una carezza mai ricevuta. Se ne stava lì, a pancia vuota, con le ossa che premevano sotto la pelle, osservando i motorini sfrecciare e le lucine dei ristoranti accendersi nella sera. Non ce l'aveva con nessuno. Loro erano grandi, lui era piccolo. Loro avevano appuntamenti, code in posta, amori, tradimenti, bollette da pagare. Lui aveva una scatola di cartone bagnata sotto un balcone in via dei Tribunali.

Morì una notte di febbraio, con il vento che ululava tra i vicoli e una pioggerellina sottile che entrava nelle ossa. Si era accucciato vicino al motore ancora tiepido di una Panda parcheggiata, cercando di rubare quel poco di calore residuo. Ma senza una cena nello stomaco, il freddo è un nemico troppo forte. Tremò. Poi smise. Il suo cuore cessò di battere senza che nessuno in quella strada se ne accorgesse. Come aveva vissuto, così se ne andò. Senza far rumore.

Quando riaprì gli occhi, la prima cosa che percepì fu il calore. Un calore avvolgente, confortevole, che partiva dalle zampe e risaliva fino alle orecchie. La seconda fu il silenzio. Non il silenzio rotto dal clacson o dalle urla dei venditori, ma un silenzio pieno, denso come velluto. La terza la fame. O meglio, la sua assenza. Non aveva più fame. Strano, pensò. Poco fa era notte fonda, avevo freddo, avevo una voragine nello stomaco e adesso…

«Adesso sei morto».

La voce era calma, senza inflessione. Accanto a lui c'era un uomo altissimo, vestito con un completo color panna, quasi bianco, che sembrava fatto di lino ma senza una sola piega. In mano teneva una vecchia stilografica.

Il cane lo guardò con diffidenza. Non era abituato a essere notato dagli umani. Figuriamoci a sentirli parlare.

«Non sono un umano», precisò la figura, leggendogli nel pensiero. «Io sono lo Scriba. O, se preferisci un nome che puoi trovare in qualche vecchio testo, puoi chiamarmi Ramaele. Vengo da quelli che voi chiamate "prescelti". Per condurti al riposo dopo le tue pene terrene e, soprattutto, per completare il mio lavoro».

Fece un gesto vago con la mano destra. Lo spazio davanti a loro si aprì, come una finestra su un'altra dimensione. Il cane vide un immenso prato verde, di un verde che non aveva mai visto sulla terra, nemmeno nei giardini della Villa Comunale dove un tempo cercava di entrare. Sul prato, decine di animali giocavano: gatti, cani, uccelli, persino un vecchio cinghiale. Nessuno litigava. Nessuno ringhiava. C'erano anche delle persone, uomini e donne di ogni età, che si chinavano ad accarezzare qualunque animale passasse loro accanto. La luce era intensa ma non abbagliava, una luce dorata che non sembrava venire da nessun punto preciso. Una luce che sapeva di casa.

«Ti piace?», chiese lo Scriba, con una punta di malcelato orgoglio nella voce.

Il cane scodinzolò involontariamente. Cercò di fermarsi, ma la coda andava per conto suo.

«Certo che ti piace», proseguì Ramaele. «Ora, veniamo a noi. C'è un piccolo… cavillo».

L'uomo aprì la mano sinistra e una pergamena cominciò a materializzarsi sul suo palmo. Poi iniziò a srotolarsi. Non finiva più. Divenne un fiume di carta, un nastro infinito che si snodava sul pavimento luminoso e proseguiva oltre la loro vista, come se l'intero universo non bastasse a contenerlo.

«Questa è una lista. Vedi, io mi occupo di alcune… rettifiche nel Grande Archivio. Segno a margine le azioni che contano».

Il cane fissava quel nastro bianco con crescente inquietudine.

«Qui dentro», e lo Scriba indicò la pergamena, «ci sono i nomi di tutte le persone che ti sono passate accanto mentre morivi di fame. Che ti hanno scansato quando cercavi un tozzo di pane. Che hanno distolto lo sguardo vedendoti accucciato sotto la pioggia. Hanno violato la legge dell'attenzione. E per questo devono essere giudicati. Ma io non posso procedere senza un querelante. La burocrazia, capisci».

Fece un passo verso il cane. «Traduco in parole semplici: ho bisogno della tua firma. In calce. O meglio, della tua impronta. Appoggia qui la tua zampa destra e tutto sarà fatto. Loro riceveranno una macchia nel loro registro. E tu…», e indicò di nuovo il prato, «entrerai per sempre in quel posto, senza più dolori».

Il meticcio indietreggiò. Pure la coda si era fermata.

«Cosa c'è? Non ti fidi?», lo Scriba piegò la testa, spazientito. «Ti hanno ignorato. Ti hanno lasciato soffrire l'umidità, i reni congelati, le costole incollate alla schiena. E tu fai lo schizzinoso? Non deludermi».

Il cane guardò la pergamena. Vide i primi nomi, scritti con una grafia elegante e fitta. Vide le ultime righe, vuote, con uno spazio per un sigillo. Sentiva l'odore di quell'erba meravigliosa, un odore di salvezza.

«Dài. Una piccola impronta e sei libero e felice. È semplice. Non meritano la tua pietà. Credimi, questo è l'ultimo dei loro peccati. Prendi e vai».

Il cane fece un altro passo indietro, come se quel foglio potesse morderlo.

Lo Scriba sbuffò. «Non capisci. Tu firmi, io ti faccio passare. Fine. Non farmi pentire di averti scelto. Non hai motivo di esitare. Qui dentro ci sono solo quelli che si meritano la punizione».

Il meticcio trovò il coraggio di una vita intera. Sollevò lo sguardo su quell'essere altissimo. In qualche modo, nella sua testa, le immagini prendevano forma di parole.

«Tu… non sai», comunicò il cane in quel linguaggio silenzioso che lì funzionava. «Io so cosa significa avere le fauci secche per la sete e leccare un tombino sperando che sia bagnato. Lo so cosa significa accucciarsi tremando e sperare che arrivi in fretta l'alba. Conosco la fame e la solitudine. Sono stato io quella fame. Io non posso condannarli a provare la stessa cosa. Anche se mi hanno voltato le spalle. Anche se meriterebbero di capire. Nemmeno per quel prato, io non posso».

Lo Scriba si accovacciò, portando il suo volto perfetto all'altezza di quel muso sporco e stanco. Lo fissò intensamente. La sua espressione era illegibile, sospesa tra il rispetto e l'irritazione.

«Lo capisci tu, amante degli umani, a cosa stai rinunciando?».

Il cane annuì.

«E sia», disse Ramaele, rimettendosi in piedi e chiudendo di scatto la pergamena, che scomparve con uno schiocco secco. «Sia fatta la tua volontà, difensore degli indifferenti. La tua pena è questa: rimarrai seduto proprio qui, su questa soglia, fino a quando l'ultima persona di quella lista non sarà passata. Tu sarai il loro ultimo sguardo. Li accompagnerai. E se uno solo di loro, ripeto, uno solo, si fermerà e ti degnerà di uno sguardo, di una carezza, io annullerò immediatamente la sua macchia. Ma», e qui alzò un dito, «io ti impongo il sigillo del silenzio. Non potrai parlare. Non potrai miagolare, guaire, né inviare messaggi mentali. Non potrai avvertirli. Sarai muto. Loro dovranno fare l'ultimo gesto delle loro vite da soli. Senza sapere».

Lo Scriba si voltò, stizzito, pronto ad andarsene. I suoi passi non facevano eco. Poi, quasi a malincuore, si bloccò e si girò.

«Allora? Non ci ripensi? È l'ultima occasione».

Il cane si limitò a sedersi, composto e silenzioso, e distolse il suo sguardo dall'uomo e dal prato.

E in quel preciso istante, un tocco leggero, impalpabile quasi, si posò sulla sua testa. Un calore inaspettato. Era una mano. Una mano umana, calda, morbida, diversa da quella fredda dello Scriba. Le dita grattarono delicatamente dietro l'orecchio sinistro, proprio dove a lui piaceva. Poi scesero a grattare il collo, con una consapevolezza che sorprese il cane. Sapeva esattamente dove toccare.

Il cane alzò gli occhi, confuso. Ramaele non era più arrabbiato. Sorrideva. Un sorriso vero, non di scherno. Aveva la stessa stilografica in mano, ma ora sembrava quasi un accessorio superfluo.

«Sono felice», mormorò lo Scriba, continuando ad accarezzare la testa del meticcio. «Sono profondamente felice di non essermi sbagliato su di te, piccola creatura. Hai superato la selezione. Non era una lista di condanna, era un test. Il mio test».

Ritirò la mano e, facendo un passo indietro, si dileguò senza un rumore. La luce del prato calò definitivamente sull'animale.

Il meticcio sentì una sensazione di beatitudine esplodergli nel petto. Era come se ogni cellula del suo corpo, ogni pelo che aveva sofferto il gelo, ogni osso che aveva tremato, si stesse finalmente rilassando in un amore senza condizioni. Emise un debole guaito, finalmente capace di farsi sentire, e sorrise. Come sorride un cane, con la bocca aperta e la lingua leggermente di lato, chiuse gli occhi e si lasciò inondare.

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Fajna Tajna
La carezza