Le donne del quartiere Barriera, a Torino, hanno smesso di chiedere di lei dopo il primo inverno. Si chiamava Ombretta, e prima di sparire nei boschi della Val di Susa era la moglie di Corrado, meccanico con l'officina in affitto su via Nizza. Aveva trentanove anni, una voce che non alzava mai e l'abitudine di tenere gli occhi bassi anche quando parlava col macellaio sotto casa.
Corrado beveva. Non i due bicchieri della domenica — beveva grappa a colazione, e quando la bottiglia finiva diventava un'altra persona. All'inizio era una sberla ogni tanto, dopo una lite. Poi diventò un'abitudine settimanale, con la scusa pronta: i soldi, il caldo, la partita persa. Ombretta lavorava alla lavanderia industriale di corso Grosseto, turni dalle cinque del mattino, e tornava a casa con un foulard tirato fin sotto gli zigomi per coprire i lividi. Figli non ne avevano avuti — un aborto spontaneo nel primo anno di matrimonio, poi più niente, e col tempo lei aveva smesso di dispiacersene.
I vicini sapevano. Sentivano le urla attraverso il muro sottile del palazzo popolare, vedevano Ombretta scendere in cortile a stendere i panni con la faccia gonfia da un lato. Ma erano gli anni in cui certe cose restavano dietro la porta di casa, e nessuno bussava. Una volta, al pronto soccorso delle Molinette, il medico le aveva chiesto guardando la lastra della costola incrinata: "Una caduta?" Lei aveva detto di sì. Sulla cartella scrissero "trauma domestico accidentale" e la rimandarono a casa con un antidolorifico.
Andò avanti così tre anni. Ombretta continuava a pensare che sarebbe cambiato, che sotto la grappa c'era ancora l'uomo che l'aveva portata a ballare al Lido di Venezia per il viaggio di nozze, quello che le scriveva bigliettini stupidi da infilare nella borsa della spesa. Non tornò mai. Anzi.
La notte di metà novembre — il giorno dopo la fiera di San Martino, ricorda ancora l'odore di caldarroste bruciate rimasto nel cortile — Corrado la picchiò come non aveva mai fatto. Non solo schiaffi: calci, i capelli tirati fino a strapparle una ciocca, la testa sbattuta contro lo spigolo del comò. Ombretta perse i sensi sul pavimento della cucina, tra i cocci del set di piatti ricevuto in regalo di nozze dalla zia di Chieri.
Si svegliò che era ancora buio. Corrado russava sul letto, in mutande, con la bottiglia rovesciata sul comodino. In cucina c'era un disastro — la tovaglia a quadri strappata, il water fatto scoppiare a calci come racconterà poi, sangue — il suo — tra le mattonelle scrostate. Restò seduta a lungo a guardarlo dormire. Poi si alzò.
Prese uno zaino da montagna che Corrado usava per andare a caccia, ci mise dentro un cambio di biancheria, mezza forma di pane raffermo, una scatola di fiammiferi, il coltellino svizzero del padre morto due anni prima. Indossò il piumino, gli scarponi da neve, un berretto di lana. E uscì. Non prese la statale verso Torino — svoltò dietro il cortile, verso i boschi che salgono da Bussoleno fino ai crinali della Val di Susa.
La neve era già alta, la prima della stagione, pesante e fredda contro gli scarponi. Ombretta camminò senza una direzione precisa, sapendo solo una cosa: tornare indietro significava morire, prima o poi, per mano di Corrado. Non oggi, forse. Ma sarebbe successo.
Il paese rimase alle sue spalle, con le sue luci gialle e la sua indifferenza. Davanti c'era solo il bosco, buio e freddo — ma onesto, pensò. Non le sorrideva in faccia per poi colpirla di nascosto.
All'alba era sfinita. Si accasciò contro un larice, chiuse gli occhi. Capì che se si fosse addormentata lì, non si sarebbe più svegliata. Fu qualcosa di più antico della paura a rimetterla in piedi — forse il ricordo di sua nonna, contadina di montagna che diceva sempre: "Chi si ferma, muore prima."
Trovò un avvallamento riparato dal vento, con un vecchio abete sradicato da una tempesta, le radici sollevate a formare una specie di parete naturale. Cominciò a scavare sotto quelle radici. A mani nude, poi col coltellino, poi con un ramo spezzato. La terra era gelata, dura come cemento. Le unghie si spezzarono nella prima ora, i palmi si riempirono di vesciche sanguinanti. Continuò a scavare per tre giorni. Beveva sciogliendo neve in bocca, masticava corteccia quando la fame diventava insopportabile. Un pomeriggio trovò dei mirtilli rossi ghiacciati sotto la neve — un banchetto, per come si sentiva.
Al quarto giorno aveva un rifugio: basso, ci si stava solo seduti, ma riparava dal vento e dalla neve. Coprì il pavimento con rami di abete, chiuse l'apertura con tronchetti e corteccia, poi terra e neve sopra. Non una casa. Un rifugio.
La prima notte lì dentro non chiuse occhio. Restò seduta, le ginocchia strette al petto, ad ascoltare i rumori del bosco — un gufo reale in lontananza, rami che scricchiolavano sotto il gelo o sotto qualche animale di passaggio. Aveva una paura tremenda. Ma niente, in quel momento, le fece più paura di quello che aveva lasciato a casa. E questo, stranamente, la calmava: il peggio era già successo, era alle spalle. Qui c'era solo lei e il bosco. Si poteva sopportare.
L'inverno fu lungo e durissimo, con temperature che in Val di Susa scendevano ben sotto lo zero. Ombretta uscì dal rifugio solo per raccogliere legna, imparando ad accendere il fuoco con un solo fiammifero, a riconoscere al tatto quale legno bruciava meglio — il faggio scalda a lungo, l'abete brucia in fretta, il larice resinoso dura più di tutti. Imparò a far uscire il fumo da una fessura senza soffocare. Dimagrì fino all'osso. I vestiti le si ridussero a stracci. Ma arrivò a primavera.
Con il disgelo il bosco cominciò a offrirle qualcosa. Trovò mirtilli dell'anno prima ancora attaccati ai rami bassi, funghi spugnole tra il muschio, ortiche e acetosella da far bollire in una vecchia scatoletta di tonno trovata vicino a un sentiero di taglialegna abbandonato. Lì trovò anche un pezzo di rete da pesca marcia, ne sfilò i fili per farne una lenza, ricavò un galleggiante dalla corteccia di pino e un amo da un chiodo arrugginito. Pescò la sua prima trota in un ruscello laterale della Dora — piccola, non più lunga di una mano. La cucinò sulla brace e la mangiò intera, lische comprese. In quel momento, con le dita bruciate e il sapore di pesce ancora in bocca, scoppiò in lacrime. Non di pena. Di sollievo puro: ce l'aveva fatta da sola, senza Corrado, senza il paese che la considerava un'ombra.
D'estate costruì trappole con la rete rimasta, le piazzò lungo un sentiero di lepri. Vuote per due giorni, poi al terzo trovò una lepre presa nel laccio. La finì con una pietra, senza esitare. La scuoiò col coltellino del padre, mise la pelliccia ad asciugare su due rami a forma di forcella, cucinò la carne su uno spiedo improvvisato.
Passò così quasi due anni. Costruì un rifugio più solido con un tetto di assi recuperate da una baita di alpeggio abbandonata, imparò a conciare le pelli con la corteccia di quercia, cucì scarponi rudimentali con tendini di animale, tessé una specie di stuoia con giunchi raccolti sulle rive di un laghetto alpino. Coltivò un piccolo orto clandestino in una radura soleggiata — patate selvatiche, qualche seme di rapa trovato in una vecchia baita. Imparò a leggere il cielo per prevedere il tempo, a orientarsi senza bussola, a muoversi senza far rumore tra gli alberi. Diventò, in un modo che nessuno in paese avrebbe creduto, forte.
Corrado, nel frattempo, aveva raccontato in giro che la moglie era scappata con un altro, forse a Milano, forse più lontano. I carabinieri di Bussoleno avevano aperto un fascicolo per persona scomparsa, chiuso dopo pochi mesi per mancanza di elementi. Lui aveva continuato a bere, aveva perso l'officina per debiti, si era trasferito in un monolocale sopra il bar del paese, pagato in parte proprio dal gestore in cambio di piccoli lavori.
Ombretta tornò un giorno di ottobre, quasi due anni esatti dopo essere sparita. Non tornò di nascosto, e non tornò a mani vuote. Si presentò allo studio dell'avvocato Renzo Fassino, in piazza a Bussoleno, con indosso vestiti rattoppati, la pelle scurita dal sole e dal vento, e un plico di documenti recuperati dalla sorella prima di sparire: l'atto di matrimonio, la copia del referto delle Molinette con la costola incrinata, tre fotografie che una vicina — l'unica che negli anni aveva avuto il coraggio di scattarle di nascosto — le aveva mandato per posta al rifugio dei forestali dove si era fermata due giorni prima di tornare, per farsi vedere da un medico e riprendere fiato.
Chiese la separazione per colpa e la richiesta danni per i maltrattamenti subiti, con tanto di referti e testimonianze raccolte in quei giorni. L'avvocato Fassino, che di storie ne aveva viste tante ma mai una donna tornata dal bosco con le prove già pronte in una cartellina di plastica, le disse solo: "Signora, lei ha fatto il lavoro che di solito facciamo noi."
Corrado si presentò all'udienza in tribunale a Torino, quattro mesi dopo, con la faccia di chi non capisce ancora cosa gli stia succedendo. Vide Ombretta entrare in aula con lo stesso passo silenzioso di sempre, ma senza più lo sguardo basso: guardava dritto il giudice, poi lui, poi di nuovo le carte sul tavolo. Quando il giudice lesse la sentenza — separazione con addebito, assegnazione a lei della quota della casa di famiglia a Chianocco intestata per metà a entrambi, e un risarcimento di ventiduemila euro da versare in tre anni — Corrado si alzò a dire qualcosa, ma l'avvocato lo tirò per la manica a sedersi.
Fuori dal tribunale, sui gradini di corso Vittorio Emanuele, Ombretta aprì la cartellina di plastica un'ultima volta, tirò fuori le chiavi della casa di Chianocco che aveva fatto cambiare la settimana prima — la vecchia serratura sostituita da un fabbro di Susa — e le mise nella tasca del piumino nuovo che si era comprata con i primi soldi guadagnati vendendo miele selvatico e funghi essiccati a un ristorante di Sant'Ambrogio. Non si voltò a cercare Corrado tra la gente all'uscita. Prese l'autobus delle 15:40 per Chianocco, sedette vicino al finestrino, e guardò i boschi scorrere fuori dal vetro — gli stessi boschi, ormai per lei familiari come una stanza di casa.




