— Sei un traditore, ecco cosa sei.
Lo dissi a Nerone, il mio gatto, guardandolo dritto negli occhi gialli. Lui sbadigliò, stirando le zampe sul divano come se la cosa non lo riguardasse. Era appena rientrato. Saltava la rete del balcone che divideva il nostro appartamento da quello di mia sorella Silvia con la grazia di un acrobata, e io lo sapevo. Ogni giorno, puntuale, spariva e tornava con il pelo che odorava di casa sua.
— Io sono andato a prenderti in un posto dimenticato da Dio, lo sai? In mezzo ai monti, con la neve fino alla cintola. Ho lottato con le volpi, ti ho strappato dalle grinfie di un vecchio che sembrava uno stregone. E tu, adesso, te ne vai da Silvia come se qui ti mancasse qualcosa.
Mia moglie Francesca, dalla cucina, sbuffava.
— Ale, piantala. È un gatto, mica un fidanzato.
Ma io non riuscivo proprio a farmene una ragione. Quella bestia nera, imponente, con il pelo che luccicava come seta, era il mio gatto. L’avevo voluto io. L’avevo portato a Bologna sotto un temporale, in una scatola di cartone, cullandolo come un bambino. E adesso, guarda un po’: ogni volta che Silvia apriva la finestra della sua camera, lui spariva.
Il peggio fu quando vidi il video.
Erano le undici di sera, Silvia me lo aveva mandato su WhatsApp. Nerone, nella sua cucina, inseguiva una pallina di carta stagnola appesa a un pezzo di spago. La rincorreva, la prendeva al volo con le zampe, faceva le fusa come un motorino. Da me, mai. Da me si limitava a mangiare la sua scatoletta e a dormire sul termosifone.
Inquadratura successiva: Davide, il ragazzo di Silvia, gli porgeva una fettina di prosciutto crudo. E Nerone la prendeva dalle sue dita, con una delicatezza da signore.
— Qui non tocca il prosciutto, nemmeno se glielo metto nella ciotola d’oro — borbottai.
— E tu guarda il video fino alla fine — disse Francesca, senza smettere di lavare l’insalata.
Il video finiva con Silvia che gli grattava il mento e diceva: «Nero, sei il mio preferito». Lui chiudeva gli occhi, estasiato.
Mi sentivo tradito. Sul serio. Come se il mio miglior amico mi avesse pugnalato alle spalle.
La nostra casa e quella di Silvia erano due appartamenti gemelli, nati da una vecchia palazzina divisa male. I due balconi, grandi, si guardavano. Per dividerli, in passato avevano messo una rete metallica, ma tra un vaso di gerani e una cassetta di attrezzi era rimasto uno spazio proprio sopra il tavolino di ferro battuto. Nerone aveva imparato a saltarlo in un baleno: zampe sul tavolo, balzo, atterraggio morbido dall’altra parte. Un invasore silenzioso.
Perché lo facesse, non riuscivo a capirlo. Da Silvia c’era sempre casino: musica, amici, pentole che bollivano. Da noi, invece, pace. Silenzio. Avevamo pure preso Luna, una gattina bianca e grigia, per fargli compagnia. Luna lo adorava, lo cercava sempre. Ma lui passava le giornate da Silvia, e quando tornava la sera, si faceva leccare per cinque minuti e poi si metteva a dormire come un sasso.
Quella notte, però, cambiò tutto.
Erano le tre e un quarto. Francesca era in trasferta a Milano, il letto era vuoto dalla sua parte. Mi svegliai di colpo. Un urlo, roco e straziante, mi entrò nelle ossa.
Nerone.
Si era piazzato in mezzo alla stanza, il pelo dritto, la coda gonfia come uno spazzolone. Ululava. Mai sentito un verso così, sembrava un’anima dannata. Luna, spaventata, si mise a piangere in quel suo modo sottile.
Balzai in piedi, senza occhiali, senza pantofole. Pensai a un incendio, al gas, a un ladro. Iniziai a correre da una stanza all’altra, accendendo luci, controllando fornelli, finestre. Niente. I gatti mi seguivano, un corteo di peli e fusa tremanti.
— Che c’è, Nero? Che succede?
Il gatto si fermò di scatto, mi guardò fisso e scattò verso il soggiorno, verso il balcone. Aprì la zanzariera con una zampata e uscì.
Lo seguii. Fuori c’era un’umidità appiccicosa, il buio pesto di una notte di marzo. Scavalcai il tavolino, sbattendo uno stinco, imprecando. Dall’altra parte, il balcone di Silvia era immerso nel silenzio. La luce della camera filtrava fioca dalle tende.
Trovai la porta-finestra aperta. Entrai.
E vidi Silvia.
Era per terra, accanto al letto, in mutande e canottiera. Il viso grigio, gli occhi sbarrati, la mano tesa verso l’interruttore di una lucina da comodino, troppo bassa per arrivarci. Respiro affannoso, quasi un rantolo. Sul letto, Davide dormiva beato, abbracciato al cuscino, del tutto ignaro.
Il pensiero mi esplose in testa: crisi diabetica. Silvia era diabetica di tipo uno, lo sapevo. Pompa, sensore, tutto. Ma quella sera qualcosa era andato storto: l’insulina dopo cena, un calo improvviso, forse un bolo sbagliato.
— Silvia! — gridai.
La presi sotto le ascelle, la sollevai. Pesava, tutta morta. Davide aprì gli occhi, frastornato.
— Che… che succede? — farfugliò.
— Muoviti! Porta un succo, del miele, qualsiasi cosa dolce! Subito!
Lui inciampò in una scarpa, arrivò in cucina, tornò con un bicchiere di succo d’arancia. Glielo versai a forza tra le labbra. Silvia tossì, sputazzò, ma ne buttò giù qualche sorso. Chiamai il 118. Con una mano le reggevo la testa, con l’altra cercavo il glucagone nel cassetto del comodino.
Nerone, intanto, era salito sul letto. Seduto accanto al cuscino di Silvia, mi guardava. Tranquillo. Come a dire: visto? Te l’avevo detto che dovevi venire.
I soccorsi arrivarono in sette minuti. Silvia riprese colore, borbottò qualcosa di incomprensibile. Davide, pallido, continuava a ripetere «non l’ho sentita, non l’ho sentita».
Quando riportarono Silvia fuori pericolo, io ero ancora a piedi nudi, seduto sul loro divano, con il cuore a mille. Nerone si era acciambellato sulle mie ginocchia. La prima volta dopo mesi.
Non gli ho mai più detto «traditore». Mai più.
Anzi. Quando Silvia tornò a casa tre giorni dopo, le dissi che il gatto poteva stare da lei quanto voleva. E lui, sentendomi, mi passò accanto, mi toccò la mano con la punta del naso e se ne andò sul suo balcone, saltando il tavolino con la solita eleganza.
Adesso Nerone fa la spola. La mattina viene a leccare Luna, a scazzottarsi con lei, a rovesciare il vaso dei fiori in salotto. Poi scappa da Silvia, dove Davide gli dà il suo tonno preferito e Silvia gli gratta la pancia per mezz’ora. La sera ritorna, si piazza sul mio petto e mi fa le fusa in faccia. Un equilibrio perfetto.
Una sera, dopo cena, mi misi sul divano con Luna acciambellata da una parte e Nerone dall’altra. Francesca leggeva un libro. Accarezzai la testa nera e attaccai il mio racconto:
— Voi non ci crederete, ma io per prendere questo gatto ho dovuto scalare il Gran Sasso. Sì, il Gran Sasso d’inverno. C’erano venti gradi sotto zero, turbini di neve. Ho camminato per tre giorni con una coperta e una scorta di scatolette. Là, in una grotta, uno sciamano matto teneva prigionieri i gatti neri più belli del mondo. E Nerone era il re. Ho dovuto combattere contro volpi giganti, contro aquile reali, e poi, quando finalmente l’ho preso in braccio, mi sono dovuto calare da una parete di ghiaccio con una corda fatta di lenzuola.
Nerone aprì un occhio. Luna socchiuse i suoi, perplessa.
— E sai perché l’ho fatto? Perché sapevo che un giorno quel gatto avrebbe salvato qualcuno. Un eroe. Un eroe con i baffi e la puzza di scatoletta.
Nerone scelse quel momento per tirare fuori gli artigli e attaccare la coda di Luna. Lei reagì con un colpo secco sul muso. In tre secondi, il salotto si trasformò in un ring: morsi, zampe che volavano, un portariviste rovesciato, il telecomando schizzato sotto il tavolino.
Francesca alzò gli occhi al cielo.
— Sì, un eroe. Perfetto.
Io guardavo il mio gatto nero, immenso, che adesso le stava prendendo di santa ragione da una gatta metà di lui. E ridevo. Ridevo di gusto.
Perché in fondo, chi aveva veramente salvato la vita a mia sorella?
Un traditore. Il mio traditore preferito.




