— Mia madre ha ragione, quindi le chiedi scusa! — ringhiò Matteo in mezzo alla cucina.
Laura non rispose.
Stava al lavandino e lavava una tazza. Piano. Con cura. Come se quella tazza fosse l’unica cosa che meritasse ancora attenzione.
— Laura! Mi senti?
— Ti sento, — disse lei calma.
Quel tono lo irritava più di tutto.
La storia era cominciata tre ore prima.
La signora Teresa, madre di Matteo, era arrivata senza avvisare. Lo faceva spesso. Suonava il campanello e compariva sulla porta con la borsa della spesa, un mazzo di prezzemolo che spuntava fuori e una rivista di arredamento.
— Ero di passaggio, — aveva detto, anche se da casa sua a Porta Romana non ci si passa mai per caso.
Laura l’aveva fatta entrare.
La signora Teresa aveva guardato la cucina, il lavandino, poi i libri di Laura sul tavolino.
— Leggi sempre, — aveva detto.
— Sì.
Durante il caffè aveva aperto la rivista.
— Ho segnato qualche cucina. La vostra ormai è vecchia. C’è da vergognarsi con gli ospiti.
— Io non mi vergogno.
La suocera aveva sorriso.
— Tu di molte cose non ti vergogni.
Matteo aveva finto di non sentire.
Poi la signora Teresa era andata in camera “solo a dare un’occhiata” ed era tornata con un’altra sentenza.
— Le tende sono troppo scure. Dovete metterle chiare. Ne ho viste di belle in corso Lodi.
— Abbiamo già le tende.
— Non quelle giuste.
Laura aveva posato la tazzina.
— Signora Teresa, capisco che voglia aiutare. Ma le tende, la cucina e il resto della nostra casa li scegliamo io e Matteo.
Silenzio.
La signora Teresa aveva guardato il figlio.
— Matteo, hai sentito?
E Matteo aveva cambiato faccia.
Dopo che sua madre se n’era andata, aveva iniziato.
— Voleva solo aiutare! Perché non riesci a parlarle normalmente?
— Le ho parlato normalmente.
— Sei stata maleducata.
— Ho detto che scelgo le tende in casa mia.
— A una donna della sua età non si risponde così.
Laura lo aveva guardato a lungo. Poi era andata in camera.
Lui aveva gridato:
— Mia madre ha ragione, quindi le chiedi scusa!
Laura non si era fermata.
Si sedette sul bordo del letto e fissò il muro. Cinque anni. Cinque anni di “mia madre lo dice per il nostro bene”. Cinque anni di “non esagerare”. Cinque anni in cui Matteo smetteva di essere marito ogni volta che sua madre entrava dalla porta.
Poi si alzò. Aprì l’armadio. Tirò fuori la valigia.
Jeans. Maglioni. Documenti. Caricatore. Beauty case. Tre libri.
Non pianse. Dentro non c’era più tempesta. Solo una calma fredda, definitiva.
Prese il telefono e prenotò i traslocatori per le nove del mattino.
Quando Matteo entrò, la valigia era già accanto al muro.
— Vai da qualche parte?
— Vai a dormire, Matteo. È tardi.
Lui borbottò qualcosa sui suoi “soliti drammi” e uscì.
La mattina dopo il telefono vibrò prima della sveglia.
Numero sconosciuto.
“Lei è la moglie di Matteo Rinaldi? Devo parlarle. È importante. Mi chiamo Diana.”
Laura lesse il messaggio due volte.
Poi scrisse:
“Dove e quando?”
Si incontrarono in un bar vicino ai Navigli. Diana era già seduta. Capelli scuri, occhi stanchi, mani strette attorno a un bicchiere di carta.
— Non sapevo che fosse sposato, — disse subito. — Per due anni non l’ho saputo.
Laura si sedette.
— E poi?
— Poi l’ho scoperto per caso. Ho visto una vostra foto nel suo telefono. Volevo lasciarlo, ma… — Diana abbassò lo sguardo. — Avevamo già un figlio. Ha un anno e mezzo.
Laura sentì una lucidità spaventosa. Non dolore. Non ancora. Solo il quadro completo.
— Come si chiama?
— Leonardo. Leo.
Rimasero in silenzio.
Fuori Milano correva come sempre, indifferente.
Laura chiese:
— Perché mi ha scritto proprio adesso?
Diana alzò gli occhi.
— Perché ieri Matteo mi ha detto che sua madre finalmente mi ha accettata. E che dopo la lite di oggi lei se ne sarebbe andata da sola, così lui non sarebbe sembrato il colpevole…Laura guardò l’ora sul telefono. Le 8:23. I traslocatori sarebbero arrivati alle nove.
— Cosa significa che sua madre ti ha accettata? — chiese.
Diana appoggiò il cellulare sul tavolo.
C’erano i messaggi di Matteo.
“Oggi passa mamma. Sa come farla esplodere.”
“Laura se ne andrà da sola. Così io non sembrerò il colpevole.”
“Poi diremo che il matrimonio era finito da tempo.”
Laura lesse tutto. Una volta. Poi un’altra. Non pianse. Era come se ogni parola togliesse nebbia invece di aggiungerne.
— Non sono venuta a portartelo via, — disse Diana. — Non lo voglio più così. Sono venuta perché ho capito che un uomo capace di fare questo a te, un giorno lo farà anche a me.
Laura annuì.
— Allora andiamo. Voglio vedere se riesce a mentire guardandoci entrambe.
Quando entrarono nell’appartamento di Porta Romana, Matteo era nel corridoio. La signora Teresa sedeva già in cucina con la rivista aperta davanti. Accanto alla sedia c’era una borsa con tende chiare.
— Finalmente, — disse la suocera. — Spero che tu abbia capito di aver esagerato.
Matteo vide Diana e perse colore.
— Tu cosa ci fai qui?
— Quello che tu non hai avuto il coraggio di fare, — rispose Diana. — Dico la verità.
La signora Teresa si alzò.
— Laura, non fare scenate.
— Le scenate le avete preparate voi. Io sono solo arrivata al finale.
Matteo provò ad avvicinarsi.
— Laura, non è tutto come sembra.
— No, è peggio. Due anni di bugie. Un bambino. Tua madre che sapeva. E il piano di farmi uscire da questa casa da sola, così tu potevi restare pulito.
— Volevo dirtelo.
— Quando? Dopo le scuse a tua madre?
Suonarono alla porta. Erano le nove. I traslocatori.
Laura aprì.
— La valigia, i vestiti, gli scatoloni con i libri e la scrivania piccola. Il resto lo chiariremo legalmente.
Matteo alzò la voce:
— Non puoi andartene così!
— Posso. E infatti me ne vado.
La signora Teresa cambiò tono, quasi dolce.
— Laura, pensaci. In tutte le famiglie succedono cose. Gli uomini sbagliano. Il bambino non ha colpa.
Laura la guardò.
— Il bambino non ha colpa. Diana non ha colpa se è stata ingannata. Io non ho colpa se ho creduto a mio marito. Ma lei sapeva. E ieri è venuta qui a parlarmi di tende per farmi sembrare il problema.
Diana guardò Matteo.
— Per Leonardo parleremo nelle sedi giuste. Ma io non vivrò con te.
— Diana, ti prego…
— Io amavo la persona che recitavi. Non questa.
Matteo si voltò verso sua madre.
— Mamma, dille qualcosa.
Laura sorrise appena, con tristezza.
— Ecco perché finisce qui. Anche adesso aspetti che tua madre parli al posto tuo.
Prese i suoi tre libri e li mise sopra uno scatolone. Guardò le tende scure. Le erano sempre piaciute. Forse perché erano una delle poche cose che aveva scelto senza chiedere il permesso.
Il divorzio fu faticoso. Matteo alternava pentimento e accuse. La signora Teresa mandava messaggi infiniti sulla famiglia e sulla vergogna. Laura non rispose.
Diana non tornò con Matteo. Sistemò le questioni per Leo e un giorno scrisse a Laura: “Mi dispiace.” Laura rispose: “Non sei stata tu. È stata la menzogna.”
Qualche mese dopo, Laura viveva in un piccolo appartamento. Nessuno giudicava il lavandino, i libri o le tende. La cucina era vecchia, ma era sua. Le tende erano scure. Bellissime, perché scelte da lei.
Una sera preparò il tè, aprì un libro e capì che il silenzio non faceva più paura.
Non era il silenzio di una donna zittita.
Era il silenzio di una donna finalmente libera.
