Mio fratello Andrea si presentò a casa dei nostri genitori di domenica pomeriggio, con l'aria di chi ha già deciso tutto per conto terzi. Il caffè era ancora caldo, la luce di novembre filtrava rada dalle finestre del soggiorno di corso Vercelli, e lui si sedette sul divano come se fosse casa sua più di quanto non lo fosse per me.
«Nicola, senti», esordì tamburellando le dita sul tavolino. «Io e Chiara ne abbiamo parlato a lungo. Abbiamo una soluzione che accontenta tutti.»
Io stavo in piedi, appoggiato allo stipite. «Tutti chi?»
«Tutti noi. Mamma, papà, tu, Alina, il bambino. Ascolta: voi avete un monolocale di quaranta metri quadri in via Bologna. Soffocate. Il piccolo cresce e non ha spazio nemmeno per gattonare. I nostri genitori, invece, stanno qui da soli in ottanta metri quadri. Due camere, cucina abitabile, balcone. Per due persone anziane è spropositato. Propongo uno scambio. Voi venite qui, loro vanno nel vostro monolocale. Il quartiere è ottimo, servito, la palazzina ha l'ascensore. Stanno da dio.»
Guardai la tazzina sul tavolo, il fondo di caffè che si rapprendeva. «E la mia quarta parte di quest'appartamento? Quella che mi spetta per legge?»
Andrea fece una smorfia. «Nicola, non metterti a fare il puntiglioso. Tu non hai un euro da parte, lo sappiamo tutti. La tua quota resta dov'è, semplicemente ci abiti. Non ti chiedo niente.»
«Non mi chiedi niente perché non puoi chiedermelo. La quota è mia. Se io dico che non se ne fa nulla, non se ne fa nulla.»
Mia madre Elena, fino a quel momento in silenzio, posò il cucchiaino con un colpo secco. «Nicola, non cominciare. Tuo fratello vi sta offrendo una mano. Il bambino ha bisogno di respirare.»
«Il bambino ha bisogno di un padre che non debba elemosinare casa dai parenti», risposi. «E io non ho intenzione di prendermi la vostra casa. È vostra. Voi ci siete nati, ci avete cresciuti. Non vi mando a morire in un buco mentre io mi prendo il vostro spazio.»
Andrea sospirò come se stesse parlando con un bambino. «Nessuno ti sta chiedendo di elemosinare. È uno scambio. Un'operazione razionale.»
«Razionale per chi? Tu vivi in centodieci metri quadri in collina. Io sto in un monolocale. Ma la mia soluzione non è prendermi la casa dei genitori. La mia soluzione è lavorare. Ho già fatto domanda per un finanziamento. Sto cercando un appartamento più grande. Senza sfrattare nessuno.»
«Con quale stipendio? Quello dell'officina?», scattò lui.
«Sì. Con quello. È uno stipendio onesto.»
Mia madre si alzò. «Basta. Non voglio sentire altre discussioni. Andrea, lascia perdere. Nicola è testardo. Si renderà conto quando Alina se ne sarà andata.»
Alina. Il mio punto debole, il mio nervo scoperto. Lei era stanca. Non me lo diceva a parole, ma lo vedevo da come smetteva di parlare quando tornavo la sera, da come fissava il soffitto della nostra stanza unica con il letto del bambino accostato al nostro. Voleva spazio. Voleva aria. Ma non voleva prenderselo alle spalle di due vecchi. Glielo avevo chiesto una sera, un mese prima, di là, in cucina, mentre lei mescolava il sugo.
«Alina, se potessimo avere la casa dei miei, tu saresti contenta?»
Lei si era voltata, il mestolo a mezz'aria. «Nicola, io sarò contenta quando avremo qualcosa di nostro. Non regalato. Tuo.»
Ecco. Lei non voleva la carità. Voleva me.
Il giorno dopo andai in banca. Non per un finanziamento qualunque. Per uno importante. La direttrice, una donna di sessant'anni con gli occhiali a catenella, mi guardò con scetticismo.
«Signor Esposito, lei ha un contratto a tempo indeterminato, questo è positivo. Ma la somma che chiede è alta. Per un bilocale in zona semicentro, le serviranno almeno centottantamila euro di mutuo.»
«Lo so.»
«Ha garanzie?»
«Ho la mia quota della casa dei miei genitori. Non la vendo, ma vale qualcosa.»
«Per la banca non è una garanzia liquida.»
«Allora garantisco io. Con il mio lavoro.»
Lei mi fissò un istante di troppo. Poi stampò il modulo. «Compili questi. Poi vediamo.»
Tre settimane dopo, la banca mi approvò il mutuo. Centottantamila euro. Trent'anni di rate. Mille e cento euro al mese. Più della metà del mio stipendio. Alina, quando glielo dissi, scoppiò a piangere.
«Sei matto, Nicola. Mille e cento euro. Non ci resta niente per mangiare.»
«Mangeremo pasta in bianco. Non mi interessa. Quella casa è mia. Nostra. Non di mio fratello, non dei miei genitori. È il mio nome sul rogito.»
Firmammo il compromesso il 14 gennaio, in un'agenzia di via San Donato. Il venditore, un pensionato che tornava in Sicilia, ci lasciò le chiavi sulla scrivania con un sospiro di sollievo. Bilocale, quinto piano, ascensore, balconcino che dava sui tetti. Niente di lussuoso, ma era nostro.
Andrea lo venne a sapere da nostro padre. Me lo trovai sotto casa una sera, mentre caricavo scatoloni in macchina.
«Hai comprato casa?», chiese, le mani in tasca.
«Sì.»
«Con quali soldi?»
«Col mutuo.»
«Sei pazzo. Potevi venire qui senza spendere un euro.»
«Andrea, io non volevo la vostra casa. Volevo la mia. Tu non l'hai mai capito.»
Lui rimase zitto qualche secondo. Poi fece una cosa che non aveva mai fatto. Si tolse la giacca, prese uno scatolone e lo caricò in macchina senza dire niente.
Traslocammo di domenica. Mio padre arrivò alle sette del mattino con una bottiglia di spumante, mia madre con una torta di mele ancora calda. Abbracciò Alina come non l'aveva mai abbracciata.
«Questa casa è bella», disse, con gli occhi lucidi. «È vostra. Si sente.»
Andrea non venne. Ma la sera mi mandò un messaggio. Una riga sola: «Hai fatto bene. Scusa.»
Alina appese la prima cosa sulla parete del corridoio: una fotografia del bambino, storta di due gradi, il chiodo ancora senza tappo bianco intorno al foro. Restò a guardarla, poi la raddrizzò con un colpo secco dell'indice.
Nella cameretta con le pareti azzurre, ancora senza tende, il bambino dormiva nel suo letto nuovo, un braccio fuori dalle coperte, il ciuccio caduto tra le lenzuola.
Il messaggio di Andrea è ancora lì, sul telefono. Non risposto.




