La scatola sotto il letto

A Bianca non piaceva prendere la scorciatoia del fosso, ma quel pomeriggio il pulmino della scuola l’aveva lasciata alla fermata sbagliata e l’unico modo per arrivare a casa prima che facesse buio era tagliare per il campo incolto dietro il campo sportivo. Aveva nove anni e due codini biondi che la mamma le stringeva ogni mattina con gli elastici a forma di fragola. Il prato a maggio era alto fino alla vita, pieno di papaveri e di quei fiori gialli che a scuola avevano studiato col nome di tarassaco. Camminava facendo scorrere la mano aperta sulle cime dell’erba quando vide qualcosa di scuro che non si muoveva quasi più.

Sembrava un pezzo di tubo nero lasciato lì da qualche contadino. Ma quando si avvicinò capì che respirava.

Era un biacco. Lungo, forse un metro e mezzo, con le squame nere che riflettevano la luce del tramonto come olio versato sull’acqua. Sul fianco aveva un taglio netto, profondo due dita: dalla ferita usciva un liquido scuro che si mischiava alla terra. Qualcuno doveva averlo colpito con una vanga, delle cesoie da potatura o una di quelle falci a mezzaluna che nei poderi della zona usavano tutti per pulire i fossi. L’animale provò a sollevare la testa quando sentì la bambina vicina, ma la lasciò ricadere quasi subito, come se anche quel piccolo sforzo gli costasse tutto.

Il primo impulso fu scappare. La nonna le aveva detto mille volte di non toccare i serpenti: «Se li vedi, ti fermi. Poi piano piano torni indietro, senza mai voltargli le spalle.» E invece Bianca si sedette sull’erba, aprì lo zainetto di Peppa Pig e tirò fuori la borraccia. In fondo allo zaino c’era anche un astuccio di primo soccorso che la madre le aveva cucito a mano dopo che l’anno prima si era tagliata il ginocchio su un coccio di bottiglia alla sagra del paese.

— Ti fa male, vero? — mormorò, più per sé che per l’animale.

Bagnò un fazzoletto di stoffa e cominciò a pulire la ferita, piano, come faceva sua madre con le sue ginocchia sbucciate. Il biacco restò immobile. Ogni tanto la lingua biforcuta usciva per un attimo, come per assaggiare l’aria, poi spariva di nuovo. Quando la ferita fu abbastanza pulita, Bianca prese una garza e la fissò attorno al corpo del serpente con due giri di cerotto. Non era un gran lavoro, ma era meglio di niente.

Poi fece la cosa che nessuno nella sua famiglia avrebbe mai approvato.

Prese una scatola di cartone — era lì tra i rifiuti che qualcuno aveva lasciato vicino al fosso, una di quelle per le scarpe, con dentro ancora il velo di carta velina — e con molta delicatezza ci mise dentro il biacco. Lo coprì con la felpa che teneva di riserva nello zaino per l’educazione fisica e si avviò verso casa.

La casa dei genitori di Bianca era una villetta a schiera alle porte di Alba, con un piccolo giardino davanti e un orto dietro dove il padre coltivava pomodori San Marzano e zucchine. Quando arrivò al cancelletto bianco, la madre era già in cucina: dallo zerbino si sentiva l’odore del sugo di pomodoro e basilico che cuoceva sul fuoco lento, quello che lasciava bollire per tre ore con la cipolla intera. Suo padre era ancora al lavoro: faceva il meccanico in un’officina di camion sulla provinciale per Bra e tornava sempre dopo le sette.

Bianca salì in camera sua senza accendere la luce. La stanza aveva una finestra che dava sul cortile del vicino, il signor Ferruccio, che tutte le sere alle otto in punto usciva a dare da mangiare alle galline con un secchio di miscuglio e una radiolina sintonizzata su Radio Monte Carlo. La bambina spinse la scatola sotto il letto, vicino alla scatola dei giochi, e la coprì con l’angolo del copriletto. Poi scese in cucina a prendere un piattino di plastica con un dito d’acqua e lo mise accanto al cartone.

— Stai tranquillo — sussurrò. — Appena stai meglio ti riporto giù al campo.

Nessuno si accorse di niente. Cena, compiti di matematica, la solita puntata del telegiornale che il padre guardava sempre col volume troppo alto. Bianca andò a letto alle nove e mezzo e per un’ora buona rimase sveglia, lo sguardo puntato sul bordo del copriletto, in ascolto. Niente. Il biacco non si muoveva.

Era quasi mezzanotte quando successe.

Il padre di Bianca si svegliò di colpo. C’era un rumore che non centrava niente con quelli normali della casa: non il frigorifero che ripartiva, non lo scricchiolio dei mobili di legno quando cambia la temperatura. Qualcosa di sordo, pesante, come quando una cassa di vino cade dalle mani di qualcuno. E poi, subito dopo, un sibilo. Lungo, acuto, continuo. Non sembrava un animale qualsiasi: era un suono che ti entrava nelle ossa e ti diceva «fermo lì.»

L’uomo si mise a sedere sul letto. Sua moglie dormiva con un braccio fuori dal piumino. Il comodino segnava le 23:47.

Prese la torcia che teneva sempre nel cassetto — era una di quelle potenti, a led, che comprava al mercato dell’usato di Canelli — e aprì la porta della camera. Il corridoio era buio, con la sola lucina del bagno in fondo che faceva una striscia gialla sul pavimento di piastrelle. E al centro di quella striscia gialla c’era lui. Il biacco. La testa sollevata di almeno trenta centimetri, il corpo raccolto in una spirale, la coda che vibrava piano contro lo stipite della porta d’ingresso. E quel sibilo, di nuovo, forte, diretto verso l’esterno.

Il padre di Bianca fece un passo e il serpente slanciò la testa in avanti di scatto, ma non verso di lui. Verso la porta. Verso qualcosa che c’era fuori.

Poi arrivò il colpo.

Qualcuno stava forzando la serratura con un piede di porco. Il metallo strideva contro il legno della porta blindata, un suono che conoscevano tutti nei film polizieschi ma che nella vita vera ti faceva gelare il sangue.

L’uomo non perse tempo. Afferrò il telefono, compose il 112 e con la voce più bassa che riusciva a fare disse: «Stanno entrando in casa mia. Via Fontanavecchia 14. Fate presto.» Poi accese tutte le luci, una dopo l’altra: corridoio, soggiorno, cucina, veranda. La casa si accese come un faro nella notte di campagna.

Fuori, nel buio, sentì un’imprecazione, dei passi che correvano sulla ghiaia del vialetto, il rumore di qualcosa di metallico che cadeva a terra. I vicini nel frattempo si erano svegliati: il cane dei De Rosa abbaiava come un dannato, il signor Ferruccio urlava qualcosa dalla finestra in canottiera, una luce si accese nella casa dall’altro lato della strada.

I carabinieri arrivarono in otto minuti.

Bloccarono un uomo sulla strada sterrata che portava al fiume: aveva ancora il piede di porco in mano e nello zaino c’erano gioielli e contanti rubati in almeno altre tre case della zona nelle ultime settimane. Lo cercavano già da maggio: qualcuno nel paese lo chiamava «il fantasma» perché riusciva sempre a entrare senza svegliare nessuno.

Quando tutto fu finito — le luci blu dei lampeggianti che ruotavano sui muri delle case, i vicini in ciabatte, il maresciallo che prendeva appunti su un taccuino — il padre di Bianca tornò in corridoio.

Il biacco era ancora lì.

Se ne stava accanto allo zerbino, raggomitolato, con la benda bianca sporca di terra ancora attaccata al fianco. Quella benda fatta con la garza e il cerotto che la bambina aveva preso dal suo astuccio di primo soccorso. L’uomo la riconobbe: in camera di Bianca mancava sempre tutto, cerotti sparivano come caramelle.

La bambina era scesa in pigiama, con l’orsetto stretto al petto. Guardava il serpente e aveva gli occhi lucidi, di quelli che non sanno ancora se piangere o ridere.

— Papà — disse piano, senza distogliere lo sguardo. — L’ho trovato nel campo. Stava male. Non volevo farlo soffrire.

Nessuno la sgridò.

Il biacco sollevò la testa una volta, lentamente, come per assaggiare l’aria di quella casa un’ultima volta. Poi strisciò verso la finestra del soggiorno che era rimasta aperta per il caldo e scivolò fuori, nella notte. L’ultima cosa che videro fu la punta della coda nera che spariva tra le foglie della siepe di alloro che separava il loro giardino dal campo incolto.

Il signor Ferruccio, che aveva visto la scena dal vialetto, rimase in silenzio per un lungo momento. Poi andò a prendere il suo secchio delle galline, scosse la testa e disse soltanto: — In cinquantatré anni che abito qui, una roba così non l’avevo mai vista.

Bianca lo guardò da lontano, senza rispondere.

Si asciugò gli occhi con la manica del pigiama, si inginocchiò accanto allo zerbino e toccò con due dita il punto esatto dove il serpente aveva aspettato.

La mattina dopo, prima di andare a scuola, la bambina versò l’acqua del piattino sotto il letto nel vaso del basilico che sua madre teneva sul davanzale. Poi prese lo zaino e chiuse la porta di casa, che adesso aveva un segno scuro sulla vernice — quel segno del piede di porco che suo padre avrebbe riparato solo il mese dopo, quando la paura fosse passata abbastanza da poterla guardare senza che tremassero le mani.

Uscendo, Bianca gettò un’occhiata al campo incolto oltre la siepe di alloro.

L’erba era immobile.

Ma il terreno aveva una traccia nuova, una striscia sottile tra i papaveri, come se qualcosa ci fosse passato da poco.

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Fajna Tajna
La scatola sotto il letto