Gennaro Serpe, per tutti Geppo, con le donne non c’entrava niente. Era un uomo di trentanove anni che sembrava un ragazzino di quindici cresciuto male: un metro e sessantacinque di timidezza pura, spalle da appendiabiti e quell’espressione da cane bastonato che certe persone attirano come calamite. Faceva il magazziniere all’ingrosso di detersivi dietro la stazione di Napoli Centrale. Le colleghe lo adoravano. Gli portavano i rigatoni al forno il lunedì, la parmigiana il mercoledì, e gli dicevano sempre: «Geppo, ma che sei ’nu scricciolo? Mangia, mangia.» Lui le lasciava fare. Era il loro “figlio del reparto”, una mascotte in tuta blu che non dava fastidio a nessuno. L’amore vero, quello che strappa lo stomaco, gli era capitato solo una volta. E si chiamava Lorena.
Lorena Esposito era una donna che non passava inosservata nemmeno in una piazza piena di turisti giapponesi. Un metro e ottanta di curve generose, capelli corvini sempre un po’ spettinati e una voce che bucava i timpani. Geppo se n’era innamorato come un fesso. Quando lei passava in ufficio a prendere le fatture, a Geppo gli si appannavano gli occhiali. Non respirava. Diventava paonazzo. Una volta le aveva pure rovesciato il caffè addosso per il nervoso. «Ma che ssuccede, Gennarì? Tutto bene?» gli aveva chiesto lei, ridendo. La risata di Lorena era unica: roca, sporca, sembrava un motore che tossiva. A Geppo gli piaceva da impazzire.
Il destino decise di metterci lo zampino un pomeriggio di novembre. Geppo era in fila alla cassa del bar della stazione con un tramezzino moscio in mano. Davanti a lui si piazzarono due ragazzotti col giubbotto di pelle che puzzavano già di birra.
«Permesso, zì, siamo di fretta,» disse uno, scostando Geppo come si fa con una tenda.
In un giorno normale, Geppo avrebbe abbassato la testa. Ma quel giorno no. Quel giorno vide che dietro il bancone, intenta a pulire la macchina del caffè, c’era Lorena. Era il suo turno al bar. E Geppo, nonostante il terrore, decise che doveva combattere. Per lei. Per dimostrarle che non era uno scricciolo.
«Ragazzi, mettetevi in fila,» uscì un filo di voce dalle sue labbra.
«Che hai detto, puffo?» rise l’altro. «Non ti sento, parla più forte, va’!»
Geppo stringeva il tramezzino così forte che la maionese usciva dai lati. Il ragazzo allungò un braccio e gli diede uno spintone sul petto, quasi per gioco. Geppo barcollò, il pacchetto di cracker che aveva in mano volò per terra. Stava per scusarsi, stava per andarsene, quando una voce squarciò l’aria come una sirena.
«FUORI DAI COGLIONI!»
Lorena aveva scavalcato il bancone. Non ci credeva nessuno. Aveva gli occhi spiritati.
«Fuori dai coglioni ho detto! E leva ’ste mani, che se no chiamo i carabinieri e vi faccio passare il pomeriggio in gattabuia, capito?»
I due si bloccarono. Erano alti, ma non avevano fatto i conti con Lorena Esposito incavolata. Se ne andarono bestemmiando. Lei si avvicinò a Geppo, che tremava peggio di una foglia. Lo guardò. Lui aspettava la frase della pietà, il solito “poverino”.
Invece lei gli sorrise. «Sei pazzo, Geppo. Ma mi piaci. Hai fegato. Vieni stasera che ti offro da bere.»
Geppo non capì più niente. Nel giro di un anno si sposarono. Ma non era il paradiso. Era l’inferno con la moquette buona.
Lorena, dopo il sì all’altare, si trasformò. Non era più la salvatrice. Era un generale. Geppo sbagliava tutto. Se stendeva i panni, erano stesi male. Se piegava le camicie, erano piegate peggio. Se aggiustava uno sportello, lo rompeva. Lei urlava. «Ma come campi? Che sei, un uomo o un fantasma? Geppo mollusco! Geppo scricciolo!» Lui stringeva i denti. L’amava ancora, anche se le notti erano diventate un sasso nello stomaco.
Finché una sera di marzo lei esplose per una sciocchezza. L’ennesimo piatto rotto. Una ciotola. Niente di che. Ma quella ciotola era della nonna.
«Non sai fare un cazzo, ecco la verità! Sei ’na mummia! Sei un uomo di cenere!» gridava lei.
Geppo teneva la testa bassa, seduto sulla sedia della cucina. Lei lo guardò. Vide quella testa bassa. E invece di calmarsi, la mandò fuori di testa. Voleva una reazione. Voleva uno scontro. Voleva un uomo. Ma non sapeva che gli uomini non si costruiscono a schiaffi.
La mano di Lorena partì veloce, con la forza di mesi di esasperazione. Uno schiaffo secco sulla nuca, un colpo che sapeva di umiliazione più che di dolore. Geppo vide le stelle. Sentì il rumore delle ossa del collo che scricchiolavano. E in quel buio improvviso dietro gli occhi, vide il cortile della scuola media Zumbini, vide le facce di quelli che lo chiamavano “femminuccia”, vide le mani pesanti dei bulli di quartiere. Con un rumore sordo, la sedia si rovesciò. Lui finì col viso contro lo stipite della porta.
Quando si rialzò, non urlò. Non pianse. Aveva il labbro gonfio.
«Hai finito?» chiese.
Poi si mise il giaccone, prese le chiavi della Vespa e uscì nel buio di via Marina. Lorena non lo rincorse. Il divorzio fu rapido e silenzioso come un taglio netto.
A trentanove anni, Gennaro Serpe era di nuovo solo. Aveva chiuso col genere umano. L’unica persona che sentiva era l’amico fraterno di sempre, Tonino, compagno di banco ai tempi dello Zumbini. Tonino si era sposato, aveva un figlio piccolo di quattro anni, Andrea, e una vita che sembrava un film diverso dalla sua. E da poco aveva anche un cane. Una femmina di bassotto tedesco. Almeno, così gli avevano detto al canile.
«Geppo, mi devi venire a trovare, non ti fai vedere da un anno. Ho una rogna in casa che non immagini,» gli aveva detto Tonino al telefono.
Geppo quella sera andò. L’appartamento di Tonino era al Vomero, un quarto piano con vista sul golfo, rovinato da macchinine Lego sparse ovunque e dall’odore di un disinfettante al pino che mascherava la pipì del cane.
Appena entrò, la vide. Era un animale assurdo. Un bassotto lunghissimo, nero focato, alto quasi trenta centimetri al garrese, con le zampe leggermente storte e una pancia che quasi toccava terra. Pesava dodici chili. Era una specie di fusione tra un bassotto e un piccolo ippopotamo. Stava accucciata sotto il tavolo, e lo fissava con due occhi liquidi pieni di sospetto.
«Si chiama Mimì,» fece Tonino, esausto. «Io la chiamo la Superbassotta. Un disastro. Abbaia di notte, abbaia di giorno, ringhia ad Andrea che manco l’ha mai toccata, e quando la rimprovero? Quella sparisce sotto il letto matrimoniale e non la tiri fuori nemmeno con le tenaglie. Rosaria, mia moglie, dice che se la riporto al canile mi caccia di casa. E io non so più a che santo votarmi.»
Geppo si avvicinò piano al tavolo. Si chinò. Mimì ringhiò. Un ringhio basso, più di paura che di minaccia.
«Ha paura,» disse Geppo. «Non la devi sgridare così. Le fai solo paura. E io lo so com’è.»
«E allora pigliatela tu, che sei tanto bravo! Ormai sei pure solo, ti fa compagnia,» sbottò Tonino, senza cattiveria.
Geppo la osservò meglio. Vide le cicatrici sul muso. Le zampe anteriori leggermente deformate. “Questa cagnolina ne ha viste più di me,” pensò.
Non fu una decisione razionale. Fu un istinto. Allungò la mano, non per accarezzarla, ma per farsi annusare. Il tartufo umido di Mimì vibrò nell’aria. Lei smise di ringhiare. Poi, con una lentezza da bradipo, uscì da sotto il tavolo. Non scodinzolò. Gli si appoggiò con il fianco contro lo stinco. Pesava come un sacchetto di patate. Sembrava dirgli: “Va bene, proviamoci. Ma non mi toccare.”
Geppo quella notte tornò a casa con un guinzaglio nuovo in una mano e, accanto al motorino che spingeva a mano, una cagnolina bassotta che sbatteva le orecchie al vento.
I primi tempi a casa di Geppo furono un disastro, sì, ma di quelli che ti fanno sorridere. Mimì masticò le gambe del tavolo, fece pipì sullo zerbino e abbaiava ululando all’una di notte. Ma quando Geppo si sedeva sul divano, lei gli saltava accanto, gli appoggiava la testa pesante sulla coscia e sospirava. Nei suoi occhi c’era la stessa solitudine arresa che Geppo vedeva la mattina allo specchio prima di radersi. E al primo richiamo vero, al primo “No!” detto con fermezza mentre le toglieva una pantofola, Mimì non si nascose sotto il letto. Si sedette. Lo guardò. E scodinzolò.
Capirono di essere uguali.
L’addestratore, un tipo con la barba lunga che aveva un centro cinofilo a Pozzuoli, gli disse: «Guardi, signor Serpe, questo cane ha un trauma da abbandono e un’eccessiva reattività per mancanza di riferimenti. Deve lavorare sulla fiducia. Non alzi mai le mani. Mai.»
Mai. Quella parola risuonò nella testa di Geppo come una campana. Mimì non era Lorena. Mimì non era i bulli di scuola. Mimì era un essere vivente che se alzavi la voce, spariva. Proprio come faceva lui da ragazzo. Guai a tradire quella fiducia faticosa.
I mesi passarono. Passeggiate sulla spiaggia della Gaiola, corse al parco Virgiliano. E Geppo scoprì una cosa strana. Le persone ora lo fermavano. O meglio, fermavano Mimì.
«Che meraviglia! Ma è un bassotto purosangue? È enorme!», «Scusi, è maschio o femmina?», «Che caratterino ha?»
Geppo parlava. All’inizio a monosillabi. Poi a frasi intere. Raccontava la storia della Superbassotta, di come l’avevano presa al canile, di come nessuno la voleva. Le ragazze del parco lo ascoltavano con attenzione. Lui, con il guinzaglio in mano, non era più lo “scricciolo” del magazzino. Era Gennaro, quello del cane speciale. Mimì, fiera come una regina, si faceva accarezzare da tutti. Non ringhiava più a nessuno. L’unica volta che abbaiava forte era quando qualcuno urlava troppo o faceva movimenti bruschi. Allora diventava rigida, una piccola guardia del corpo sulla difensiva.
Fu una domenica mattina di aprile, al tramonto. Geppo e Mimì aspettavano il loro turno al chiosco dei gelati a Mergellina. Davanti a loro una ragazza con una labrador nera. La labrador tirò il guinzaglio per annusare Mimì. Mimì non si scompose. Annusò a sua volta, con dignità. La ragazza si voltò.
«Scusi, ma la sua cagnolina è fantastica! È così calma. Io con Rina sto impazzendo, tira come una pazza, non so più cosa fare.»
Geppo sorrise. «Ci vuole tempo. Guardi, anch’io non sapevo da che parte cominciare. Se vuole, posso darle il contatto di un bravo addestratore.»
La ragazza sorrise. Aveva i capelli ricci legati in una coda, le lentiggini sul naso. «Sa che non è una cattiva idea? Magari mi salva. Mi chiamo Giulia, comunque.»
«Gennaro. Piacere.»
Mimì scodinzolò. La coda sbatteva contro le gambe di Geppo. Lui abbassò lo sguardo su quella schiena lunga e storta, su quel muso pieno di cicatrici. Sentì il peso caldo della sua compagna di sventure appoggiarsi al suo polpaccio.
E in quel momento, con gli ultimi raggi di sole che accendevano l’orizzonte di Posillipo, Gennaro Serpe non pensò più al respiro sul collo di Lorena, né alle angherie del magazzino. Ascoltò solo il respiro felice e un po’ asmatico della sua Superbassotta. E fece una cosa che non faceva da anni: rise. Una risata roca, sporca, che sembrava un motore che tossiva.
La ragazza lo guardò, senza capire. Lui scosse il capo, si aggiustò gli occhiali che gli scendevano sempre sul naso, e le pagò il gelato. Mimì abbaiò, una volta sola, per ricordargli che voleva il suo.




