Mi chiamo Renato, ho sessantotto anni, e da quando ho chiuso la ferramenta gestisco quattro tavolini davanti al bar di piazza Roma, sul lungolago. Non è un vero lavoro, diciamo che tengo compagnia a chi mangia i tramezzini mentre aspetta l'autobus per Roma. Da lì si vede tutto quello che succede in paese, e in ventitré anni ne ho viste di famiglie.
Quella mattina di ottobre il tavolo d'angolo, quello sotto il glicine ormai secco, se l'erano preso un uomo sulla settantina e un ragazzino di forse dodici anni. Il nonno portava una giacca di velluto marrone, di quelle che non si trovano più nemmeno a Porta Portese. Il nipote aveva lo zaino della scuola ancora addosso, come se fosse scappato dritto dal cancello dell'istituto comprensivo senza passare da casa.
Io stavo pulendo il vetro del bancone frigo, quello dove teniamo i cornetti alla crema, e per abitudine ascolto sempre un po' quello che dicono i clienti. Non per curiosità cattiva, sia chiaro: è che a stare tutto il giorno tra i tavolini certe frasi ti entrano dentro senza permesso. E quel mattino, con mio nipote Andrea che a scuola andava anche peggio di come immaginavo, avevo le orecchie buone per certi discorsi.
Il ragazzino aveva gli occhi rossi, di quelli che uno ha pianto e ha cercato di non farlo vedere strofinandosi con la manica del giubbotto. Ha lasciato cadere lo zaino sulla sedia di plastica bianca, quella con la gamba rotta che noi teniamo lì lo stesso perché tanto nessuno se ne accorge se non ci si siede in due.
«Nonno,» ha detto, con la voce che si rompeva a metà parola, «come si fa a perdere la vita?»
Io mi sono fermato con lo straccio a mezz'aria. Ho pensato a un incidente, a qualcuno di famiglia, magari il padre che lavora ai cantieri sulla Cassia bis, dove ogni tanto capita qualche disgrazia. Ma il vecchio non si è agitato. Ha aspettato che la Simona, la barista, portasse un caffè macchiato per lui e una spremuta per il ragazzo, e solo dopo ha parlato.
«Dimmi prima cos'è successo, Michele.»
Il ragazzo ha stretto la cannuccia della spremuta tra le dita fino a schiacciarla. «Mi hanno bocciato in matematica. Di nuovo. Se prendo un altro debito a gennaio, il preside ha detto a mamma che devo ripetere l'anno. E Fabio, davanti a tutti, mi ha detto che sono un fallito.»
Il nonno non ha detto niente per un momento. Ha girato lo zucchero nella tazzina con quel cucchiaino piccolo che tintinna contro il vetro, poi ha preso un tovagliolino di carta dal dispenser e ci ha tracciato sopra una riga verticale con la penna che teneva nel taschino della giacca.
«Scrivi qui,» ha detto, spingendo il tovagliolino verso il nipote, «tutto quello che oggi è andato storto.»
Michele ha guardato il nonno come se gli avesse chiesto di fare un altro compito in classe. Poi ha scritto, con la calligrafia storta di chi tiene la penna troppo stretta: *bocciato in matematica*, *Fabio*, *mamma arrabbiata*.
«Ora dall'altra parte,» ha detto il nonno, «scrivi quello che hai ancora.»
Il ragazzo è rimasto fermo, la penna sospesa sul foglio, come se davvero non gli venisse in mente niente. Io mi sono avvicinato con la scusa di raccogliere due bicchieri dal tavolo accanto, quello dove due pensionati giocavano a carte senza vergognarsi di sbirciare pure loro. In fondo a Bracciano d'inverno non c'è molto altro da fare che ascoltare le storie della piazza.
«Non mi viene niente,» ha detto Michele, e gli si è spezzata di nuovo la voce.
Il nonno ha allungato una mano e ha scritto lui la prima riga sulla colonna vuota: *un nonno che ti porta a fare la spremuta il martedì mattina invece di andare a lavorare*. Poi ha spinto di nuovo la penna verso il ragazzo.
«Continua tu.»
Michele ha guardato il foglio a lungo, la mascella tesa come chi trattiene qualcosa. Poi ha scritto piano, quasi senza far rumore con la penna: *so ancora disegnare*. E sotto, dopo una pausa: *ho tempo fino a gennaio*.
Io in quel momento dovevo tornare dietro al bancone perché era arrivato l'autobus delle undici e mezza e la fila si stava formando, quindi non ho sentito altro. Ma quando sono tornato a sparecchiare, il tovagliolino era rimasto sul tavolo un istante, poi Michele lo ha piegato in quattro, con cura, come si piega una cosa a cui si tiene, e lo ha infilato nella tasca laterale dello zaino, quella con la zip rotta che si chiude solo a metà.
Il nonno ha pagato, ha lasciato la moneta da un euro sotto il piattino, e sono usciti insieme verso la piazza. Non li ho più visti quella settimana, né quella dopo. Certe storie a Bracciano finiscono così, a metà, e uno resta con la curiosità che gli gira in testa mentre lava le tazzine.
Fuori, sul lungolago, il pescatore tirava su le reti vicino al pontile, con la sua barca a remi verniciata di verde che si vede sempre alla stessa ora, e io sono tornato dietro al bancone a pensare a mio nipote Andrea, e a quanti tovagliolini mi restavano ancora da piegare bene, prima che fosse troppo tardi per scriverci sopra qualcosa.




