Il gatto che sapeva vedere

Ogni tanto il vento di novembre, a Bologna, sa di crescentine appena sfornate e di asfalto bagnato. Quella sera era uno di quei venti. Tito stava accucciato sotto un tavolino di ferro, in via Caprarie, a due passi dal mercato coperto. Aveva fame, ma la pioggia aveva trasformato le solite buste di plastica in una pappa informe e immangiabile.

Fu allora che la vide.

Seduta su una panchina vicino alla fontana del Nettuno, una donna biondiccia cincischiava con una vaschetta di vetro. Aveva un cappottino grigio e un’aria dimessa, di quelle che a nessuno viene voglia di fermare. Le si avvicinò un piccione, beccò una briciola, poi volò via senza nemmeno sfiorarla. Anzi, no — Tito sgranò gli occhi: il piccione le era passato *attraverso* la caviglia, come fosse aria.

Il gatto si avvicinò, confuso. Sotto il lampione, il profilo della donna era un acquerello diluito. Attraverso le sue spalle si distinguevano i mattoni rossi del palazzo delle Poste.

— Miao? — azzardò Tito, senza smettere di fissare quella semitrasparenza.

— Oh, micio, hai fame anche tu? — La voce era gentile, ancora piena. Frugò nella borsa di tela. — Tieni, ho un pezzetto di mortadella.

La mano che glielo porgeva lasciava filtrare la luce del lampione come un vetro smerigliato. Tito mangiò lo stesso, leccandosi i baffi. Mortadella buona, del Salumificio Pasquini, glielo diceva il fiuto. Ma la mente ormai era una sarabanda: *si sta cancellando.*

D’istinto, decise di aiutarla. Non sapeva perché. Forse per ringraziarla del salume, forse perché aveva visto quella stessa stanchezza negli occhi dei randagi prima di andarsene.

Mentre la donna si allontanava verso via Rizzoli, Tito infilò un vicolo e puntò dritto a sud-ovest, verso via San Felice. Lì, in un palazzo del Settecento mai ristrutturato, al quarto piano senza ascensore, abitava Ombra.

Ombra era un gatto nero con ciuffi bianchi sulle orecchie, vecchio come il portico di San Luca ma molto più scorbutico. Viveva in un sottotetto pieno di ragnatele e scatoloni abbandonati, e mangiava solo grazie a una signora del primo piano che gli portava croccantini.

— Ancora tu? — soffiò Ombra quando Tito comparve sul davanzale polveroso.

— Ho visto una donna trasparente. — Tito piantò le quattro zampe sul pavimento di legno. — Trasparente come un sacchetto di plastica, ma ancora viva. E mi ha dato da mangiare.

Ombra smise di leccarsi una zampa.

— Maledizione, — disse.

— Cosa?

— La malattia dell’invisibile. Pochi la conoscono. Colpisce gli umani quando non servono più a nessuno. Quando sono inutili a tutti: al lavoro, agli amici, persino al vicino che non li saluta. Piano piano diventano velo, poi aria.

Tito sentì il pelo rizzarsi.

— E non c’è cura?

— L’unica è che qualcuno abbia bisogno di loro. E che quel bisogno sia vero, non finto. Una pianta non basta. Deve essere un essere vivente, che dipenda da loro.

Tito dondolò la coda. Un essere vivente. Tipo… un gatto.

Il giorno dopo si presentò alla stessa panchina, col pelo che il vento rendeva una cresta bisunta. La donna arrivò all’ora di pranzo, un po’ meno trasparente del giorno prima ma ancora sfuocata ai bordi.

— Oh, sei ancora qui? — Gli occhi le si accesero di un barlume. Tirò fuori un pezzetto di focaccia.

Tito si strofinò sulle sue caviglie (o quel che ne restava), spingendo. Lei rise, un suono corto e arrugginito.

— Vuoi venire con me?

Lui non se lo fece ripetere. La seguì fino a via del Pratello, su per una scala di legno scricchiolante. L’appartamento era un buco pulito ma spogliato: una sola tazza sul lavello, niente foto, niente piante. Una pantofola rosa e l’altra chissà dove.

La donna — si chiamava Francesca — gli mise giù una ciotola con un po’ di tonno. Mentre mangiava, Tito vide il suo riflesso nel vetro del mobile e notò che era intero e scuro, mentre lei alle sue spalle sembrava vapore. *Dobbiamo fare in fretta* pensò.

Le settimane successive furono un lavoro certosino.

Francesca cominciò a comprare scatolette di marca, un tiragraffi con le palline, poi una cuccia a forma di tenda. Tito la teneva sveglia alle sei del mattino miagolando per la pappa, poi si acciambellava sul suo letto finché lei non si alzava per accarezzarlo. Lei perdeva l’autobus a forza di asciugargli le zampe sull’asciugamano. E ogni giorno, il suo contorno diventava più nitido. Le travi del soffitto non le vedevi più attraverso lo stomaco.

Poi venne la sera della rottura.

Francesca era andata a un colloquio per un posto in una biblioteca. Non la presero. Tornò a casa senza dire una parola, appoggiò la borsa sul pavimento e si sedette sul divano con lo sguardo fisso sul muro. Tito la osservava dalla cucina: stava svanendo di nuovo. Prima le punte dei capelli, poi il lobo dell’orecchio. La luce del lampadario le attraversava il petto.

*No. No, oggi no.*

Il gatto balzò sul tavolo, dove Francesca teneva l’unica cosa appariscente: una zuccheriera di ceramica regalo di una zia morta dieci anni prima. Con una zampata la fece volare per terra. Le zollette rotolarono ovunque, la ciotola si frantumò in tre pezzi.

Francesca scattò in piedi.

— Ma sei impazzito?

Lui approfittò del momento e le saltò in grembo. Piantò gli artigli nella coscia, il minimo per farsi sentire. Lei urlò per lo spavento, lo afferrò per la collottola.

— Tito! Ma cosa ti prende?!

Il gatto le si accoccolò contro il cuore, miagolando piano, un suono che era quasi un pianto. Lei lo tenne lì, stretta. E pianse. Pianse per la biblioteca, per la zuccheriera rotta, per la vita che non aveva più sapore.

Quando si asciugò le lacrime con la manica del golf, si accorse che le sue dita erano di nuovo solide. Piene. La luce non le bucava più.

Si guardò le mani, poi il gatto. Scoppiò a ridere, una risata piena di singhiozzi.

— Idiota. Sei solo un idiota, ma sei mio.

L’inverno passò senza altri spaventi. Francesca trovò lavoro in una piccola libreria in via Santo Stefano, si iscrisse a un corso di ceramica e cominciò a salutare la vicina del piano di sopra — una signora con un cane maremmano — con un sorriso vero.

A marzo, Tito decise che era ora di ringraziare Ombra. Lasciò la finestra del bagno aperta e sgattaiolò in strada. L’aria sapeva di tigli fioriti e di smog. Rifece il percorso fino al palazzo di via San Felice, salì le scale.

Il sottotetto era vuoto. Niente croccantini, niente pelo nero sul pavimento. Solo una ragnatela nuova nell’angolo. Tito sentì un nodo alla gola.

Stava per andarsene, quando un miagolio provenne dalla finestra. Si affacciò. Sul davanzale del primo piano, al caldo di un raggio di sole, c’era Ombra. Aveva il pelo lucido e un’aria da trono.

— Ehi, giovanotto! — miagolò il vecchio gatto. — Visto che sono ancora intero?

Tito balzò giù, atterrando morbidamente sul balcone.

— Non capisco. Credevo fossi…

— Sparito? — Ombra fece le fusa. — Sai, dopo il tuo discorso sull’essere necessari mi sono fatto un esame di coscienza. La signora Rina, quella che mi dava i croccantini, stava per andarsene in una casa di riposo. Diceva che era inutile, che suo figlio non la voleva, che era sola. Stava cominciando anche lei a… sai. Allora un giorno le sono entrato in casa e mi sono accucciato sul suo letto, zoppicando un po’ per finta. Lei mi ha guardato e ha detto: “Se io me ne vado, chi ti dà da mangiare?”. Non se n’è più andata.

Tito rimase a bocca aperta. Poi vide oltre il vetro la sagoma della signora Rina, china su un gomitolo di lana, e capì tutto.

— Allora anche tu…

— Anche io. Ci voleva un gatto pure per me.

Si fissarono un istante, due gatti di strada che avevano salvato due umane. Poi Tito si voltò, pronto a tornare da Francesca, che l’avrebbe cercato con la scatoletta in mano e avrebbe finto di non essere in pensiero.

Prima di sparire dietro l’angolo, sentì la voce di Ombra, quasi un borbottio:

— Hai fatto un casino con quella zuccheriera, ma ci stava tutto.

Tito scodinzolò e accelerò verso casa.

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Fajna Tajna
Il gatto che sapeva vedere