Fingevo di essere il figlio di un’anziana in una casa di riposo perché il suo vero figlio mi pagava per farlo. Dopo la sua morte ricevetti una lettera che mi fece tremare le mani.

Fingevo di essere il figlio di un’anziana in una casa di riposo perché il suo vero figlio mi pagava per farlo. Dopo la sua morte ricevetti una lettera che mi fece tremare le mani.

Lavoravo come rider a Bologna e arrivavo a fine mese per miracolo. Mia madre aveva bisogno di cure costose dopo un intervento, e ogni settimana sembrava portare una nuova ricetta, una nuova visita, una nuova spesa.

Fu allora che conobbi Riccardo.

Era il figlio della signora Teresa, un’anziana che viveva in una casa di riposo sui colli bolognesi. Riccardo era commercialista, elegante, freddo, preciso. Parlava di sua madre come si parla di una pratica fastidiosa.

— Ha la demenza, disse. — Nei giorni buoni racconta a tutti che suo figlio non va mai a trovarla.

— E lei ci va?

Il suo sguardo cambiò.

— Io ti pago per aiutarmi, non per giudicarmi. Tu mi somigli un po’ da giovane. Andrai da lei una volta a settimana, ti siederai accanto a lei e dirai di essere Riccardo.

Avrei dovuto alzarmi e andarmene.

Ma pensai a mia madre. Alle medicine. Al conto della clinica ancora sul tavolo.

— Quanto?

— Cinquecento euro a settimana.

Accettai.

La prima volta che entrai nella stanza della signora Teresa, lei era seduta vicino alla finestra con una coperta sulle ginocchia. Quando mi vide, sorrise come se il mondo fosse tornato al suo posto.

— Sei venuto, amore mio, sussurrò.

Mi sentii sporco.

Avevo pensato che sarebbe stato facile. Una parte da recitare. Qualche parola gentile. I soldi.

Ma lei mi prese la mano e la strinse come se avesse paura che potessi sparire.

A volte mi chiamava Riccardo. A volte mi confondeva con suo marito morto. A volte dimenticava il mio viso e poi si illuminava di nuovo vedendomi.

Ma mi chiedeva sempre:

— Hai mangiato? Dormi abbastanza? Lavori troppo?

Nessuno me lo chiedeva da anni.

Passarono i mesi. All’inizio andavo per i soldi. Poi cominciai a portarle fiori, biscotti morbidi, una sciarpa perché diceva di avere sempre freddo.

Riccardo pagava puntuale, ma non venne mai.

Un pomeriggio la signora Teresa mi guardò con una lucidità improvvisa.

— Sei un bravo ragazzo, Matteo. Anche se sei entrato da quella porta con una bugia.

Mi mancò il respiro.

— Signora Teresa?

Lei sorrise appena, poi tornò a guardare il giardino.

Due giorni dopo mi chiamarono dalla casa di riposo.

Era morta serenamente nel sonno.

Al funerale Riccardo rimase in disparte, controllando il telefono. Io rimasi vicino alla bara e piansi senza sapere se ne avevo il diritto.

Tre giorni dopo, la direttrice della casa di riposo mi chiese di passare.

Mi mise davanti una busta chiusa.

— La signora Teresa ha lasciato questa per lei. E un’ultima richiesta.

Aprii la lettera con le mani che tremavano.

La prima riga mi svuotò il petto.

“Matteo, sapevo che non eri mio figlio…”

Continuai a leggere con gli occhi pieni.

“Non lo sapevo sempre. La malattia mi rubava i nomi, le date, le stanze. Ma in certi momenti tornavo lucida. Allora vedevo te. Non Riccardo. Te. E vedevo anche la vergogna con cui ti sedevi accanto a me.”

La direttrice parlò piano:

— Ci aveva chiesto di non dirglielo. Temeva che lei non sarebbe più venuto.

Nel foglio c’era scritto:

“Mio figlio ti ha pagato perché tu fossi presente. Ma tu, a un certo punto, hai smesso di venire solo per quello. Lo sentivo. Le madri certe cose le sentono, anche quando dimenticano tutto il resto.”

Mi portai una mano alla bocca.

Poi la direttrice mi diede una scatola. Dentro c’erano una medaglietta, una lettera per Riccardo e dei documenti.

— Non posso accettare.

— Lo sapeva.

Lessi il secondo biglietto.

“Questi soldi sono per tua madre. Mi parlavi di lei. Forse dimenticavo le parole, ma non dimenticavo il dolore con cui le dicevi.”

Scoppiai a piangere.

L’ultima richiesta della signora Teresa era consegnare la lettera a Riccardo.

Lo incontrai in centro a Bologna. Arrivò infastidito.

— Spero sia importante.

— Lo era per sua madre.

Gli porsi la busta.

Riccardo lesse. Il suo viso cambiò lentamente.

— Dice che ho comprato un figlio finto perché non avevo il coraggio di essere quello vero, mormorò.

Non dissi nulla.

Poi lesse un’altra frase:

“Riccardo, non avevo bisogno che tu guarissi la mia memoria. Avevo bisogno che restassi anche quando io non riuscivo a ricordarti.”

Si coprì gli occhi.

— Io non ce la facevo.

— Lei sì. Ce la faceva ad aspettare.

Quella sera andai da mia madre. Le portai la cena e rimasi seduto con lei anche dopo che si addormentò.

La signora Teresa aveva aiutato mia madre con quei risparmi. Ma aveva salvato qualcosa anche in me.

Riccardo cominciò poi ad aiutare la casa di riposo. Non per immagine. Non per farsi perdonare pubblicamente. Forse per imparare, in ritardo, cosa significa esserci.

Io conservai la lettera.

Per ricordarmi che la presenza non si può delegare.

Si può solo offrire.

E se aspettiamo troppo, resta solo una busta chiusa su una scrivania, con dentro tutto ciò che avremmo dovuto capire prima.

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Fajna Tajna
Fingevo di essere il figlio di un’anziana in una casa di riposo perché il suo vero figlio mi pagava per farlo. Dopo la sua morte ricevetti una lettera che mi fece tremare le mani.