Un bacio su quella guancia

Carmen non avrebbe mai dovuto trovarsi in quella villa. Era arrivata con l’ascensore di servizio, i capelli raccolti male, le scarpe consumate che scricchiolavano sul marmo del corridoio. Fuori, il cielo di Palermo bruciava di un arancione carico, ma dentro l’aria sapeva di cera e di silenzio armato. Sua madre era in ospedale, un conto da quattromila euro che cresceva ogni settimana, e Carmen aveva ventiquattro anni, un diploma di ragioneria mai usato e la schiena già curva per lo sfinimento. Era lì per pulire i vetri, lucidare i pavimenti, sparire.

La donna in lacrime che incrociò nel retrocucina, con la giacca stirata e il rossetto sbavato, era la quattordicesima bambinaia a mollare. Quattordici in otto mesi. E nessuna aveva mai fatto più di due giorni con Enea Lo Bianco.

Enea aveva tre anni. Un faccino d’angelo, riccioli neri come l’inchiostro e occhi color miele che sembravano dipinti a mano su una tela antica. Ma appena Carmen posò il secchio nell’atrio, sentì un rumore secco alle spalle. Un camion giocattolo di ghisa la colpì dritto tra le scapole. Il dolore le strappò un gemito. Poi due passi rapidi e un calcio sullo stinco, mirato, feroce. Carmen barcollò contro la parete, gli occhi pieni di lacrime per lo shock più che per la botta.

Nell’angolo del salone, don Salvatore Lo Bianco si girò verso di lei, il cellulare ancora all’orecchio. Indossava un completo grigio chiaro, le mani curate, lo sguardo di chi può spegnere una vita senza alzare la voce. La sua villa a Mondello era un fortino di vetro e cemento, e lui ne era il comandante silenzioso. Mentre osservava la scena, la sua bocca ebbe un fremito di noia. S’aspettava il solito copione: lacrime, urla, dimissioni.

Invece Carmen fece qualcosa che lì dentro nessuno aveva mai visto.

Si lasciò scivolare a terra, ignorando il pulsare della spalla. Si fece piccola, ginocchia sul marmo, il viso all’altezza di quel bambino furioso. Enea teneva ancora il pugno alzato. Tremava. Lei non sorrise, non lo rimproverò, non gli si avvicinò per bloccarlo. Rimase lì, lo sguardo calmo, come se guardasse l’uragano da dietro un vetro.

«Dev’essere un macigno bello grosso lì dentro, per un ometto così piccolo» mormorò, con la voce bassa che vibrava appena.

Il bambino restò di sasso. Il pugno per un attimo oscillò. Poi il labbro inferiore prese a tremargli, un tremito che gli salì da dentro come crepa sul gesso.

«Puoi essere arrabbiato quanto vuoi» continuò lei. «Io comunque non me ne vado.»

Fu allora che qualcosa si spezzò. La manina si aprì. Il camion rotolò sul pavimento con un tonfo sordo. Enea fece un passo incerto, poi un altro, finché non le si accasciò contro il petto. E prima di scoppiare in un pianto che sapeva di abbandono, posò un bacio leggero sulla guancia di Carmen. Un bacio di burro e sale, che durò meno di un respiro ma bastò a gelare la stanza.

Don Salvatore lasciò cadere il bicchiere di cristallo. Lo scotch si sparpagliò sul marmo insieme alle schegge, e nessuno dei due per terra alzò la testa.

Carmen lo cullò senza accorgersene, una mano sulla schiena che tremava, l’altra a proteggergli la nuca. Lui piangeva come un bambino che aveva dimenticato di esserlo, tutto di colpo, il volto nascosto nell’incavo del suo collo.

Mezz’ora più tardi, Carmen era seduta nello studio di don Salvatore. La stanza odorava di cuoio e sigaro, e l’uomo che comandava ogni traffico dal porto a Brancaccio la scrutava come si scruta una combinazione di cassaforte. Le offrì un lavoro. Bambinaia. Vitto, alloggio e uno stipendio così grosso che le sembrò un numero a caso, roba da coprire in due mesi metà dei suoi debiti.

«Lei da qui non torna al suo quartiere» le disse, appoggiando le dita unite sul piano della scrivania. «Resta. Mio figlio ha bisogno di lei.» La frase doveva suonare come una richiesta, ma sapeva di sentenza.

Carmen fissò la foto incorniciata alle sue spalle: una donna bruna, l’unico sorriso genuino di tutta la casa. La madre di Enea, le avrebbero raccontato dopo. Saltata in aria sei mesi prima su una statale, un ordigno destinato a Salvatore. Da allora il bambino non parlava più, non dormiva senza urlare, e prendeva a calci chiunque provasse a toccarlo.

Accettò perché non aveva scelta. O meglio, perché pensava di non averla.

I primi giorni furono un corpo a corpo. Enea non si fidava, la metteva alla prova con morsi e capricci, ma Carmen non urlò mai, non lo prese mai per le braccia per costringerlo. Gli sedeva accanto in silenzio, gli metteva una tazza di latte sul tavolino e aspettava. Lui la guardava con quegli occhi grandi, da cucciolo che aveva già imparato la ferocia. Poi cominciò a cercarla. Prima con la coda dell’occhio, poi con una manina che le sfiorava la gonna mentre lei piegava le lenzuola.

Una sera, dopo una settimana, le si accoccolò in braccio sul divano e le puntò un dito contro il torace. «Non te ne andare» disse, con la voce roca di un vecchio.

Il cuore di Carmen fece un capitombolo. «Sto qui, amore mio.»

Da lì in poi Enea ricominciò a parlare. Poche parole, ma chiare. A disegnare. A ridere quando lei faceva la faccia buffa. La villa smise di trattenere il fiato. Gli uomini di Salvatore, quelli con la fondina sotto la giacca, abbassarono le spalle. E Salvatore iniziò a guardarla in un altro modo.

Non fu subito. All’inizio era gratitudine. Poi ammirazione, interesse. Carmen lo notava: quando lei si chinava per raccogliere un giocattolo, lui smetteva di parlare al telefono. Quando rideva con Enea in giardino, lui compariva sulla soglia senza motivo. La sera le faceva trovare un vassoio con la cena, un bicchiere di vino buono, una coperta di cachemire. Piccole attenzioni che nella sua bocca diventavano catene.

Una notte Salvatore la raggiunse in cucina. Fuori pioveva forte, i tergicristalli dei cancelli andavano avanti e indietro nel buio. «Mia moglie non riusciva a calmarlo manco lei» disse, senza guardarla. E aggiunse a bassa voce: «Tu sei l’unica cosa che gli ha restituito il sonno. E non parlo di Enea.»

Carmen strinse il bordo del tavolo. Aveva capito. Il boss non si stava innamorando. Stava prendendo possesso. Nel suo mondo, le persone si compravano o si distruggevano. Lei era diventata indispensabile, e per uno come lui l’indispensabile andava incatenato.

Il giorno dopo le fece trovare un passaporto nuovo, i documenti per il trasferimento della madre in una clinica privata e un anello sul comodino. Un brillocco che costava più del suo appartamento.

«Basta pulire» disse Salvatore con quella calma che non ammetteva repliche. «Tu resti qui. Con me. Con nostro figlio.»

Carmen non lo toccò. Si mise l’anello in tasca. «E se dicessi di no?»

Il sorriso di lui fu un taglio. «Non esiste la risposta sbagliata, finché capisci da che parte stanno i cancelli aperti.»

Lei non dormì quella notte. Vide Enea nel lettino, il respiro leggero, la manina chiusa attorno al suo ditale di peluche. Se fosse scappata, Salvatore l’avrebbe ritrovata. Se fosse rimasta, sarebbe stata sua. Una gabbia dorata, ma sempre gabbia.

Il destino le diede una terza via.

Tre giorni dopo, alle due del pomeriggio, la villa fu attaccata. Raffiche secche dalla strada, vetri in frantumi, grida sorde degli uomini di guardia. Carmen era in camera dei giochi con Enea quando il mondo esplose. Sentì il tonfo dei corpi nel corridoio, l’odore della polvere da sparo infilarsi sotto la porta. Senza pensare, afferrò il bambino e corse nello stanzino segreto che Enea le aveva mostrato per gioco, dietro l’armadio a muro. Una nicchia stretta, con una branda e una cassetta d’emergenza.

Si rannicchiò lì dentro, il cuore a mille, il respiro di Enea sul collo. «Zitto, piccolo, zitto, giochiamo a nascondino, sì?» Lui non pianse. Si strinse a lei e rimase muto, le dita aggrappate alla sua camicia.

Fuori, i passi pesanti, due sconosciuti che parlavano un dialetto calabrese. Cercavano il bambino, lo chiamavano per nome. Volevano prenderlo per fare pressione su Salvatore. Carmen trattenne il fiato così a lungo che le sembrò di morire. Quando i passi si allontanarono, non si mosse per un’ora.

Poi silenzio. Poi la voce di Salvatore, rotta, che gridava il nome del figlio come un animale. Lei uscì fuori con Enea in braccio, sporca di calcinacci, e lo posò a terra davanti al padre.

Salvatore la guardò come non aveva mai guardato nessuno. Gli occhi rossi, le mani che tremavano. L’abbracciò, ma lei gli mise una mano sul petto e lo fermò. Il cerchio di potere che lui aveva costruito attorno a quella casa si era crepato, e Carmen lo aveva attraversato illesa.

«Lo porto con me» disse piano. «Non lontano. Ma fuori da tutto questo. E tu mi aiuti. Senza comprarmi. Senza anelli. Perché Enea ha bisogno di una mamma, non di una prigioniera.»

Lui non rispose subito. Tirò fuori il cellulare e fece una telefonata in dialetto, due parole secche. Poi la guardò. «C’è una villetta a Cefalù. Sul mare. Nessuno la conosce. La metto a nome tuo. Vai là con lui. Io… starò lontano finché la situazione non è risolta. E dopo… se vuoi restare, resti. Se vuoi andare, di ostacoli non te ne metto.»

Era tutto quello che poteva concedere. E Carmen lo prese.

Un mese dopo, sulla terrazza della villetta, Enea schiacciava le ciliegie su un foglio bianco facendoci il sugo per disegno, ridendo con la bocca tutta rossa. Il mare si sgranava sotto il sole di luglio. Carmen ricevette una busta senza mittente: dentro c’era un libretto al portatore con su scritto “per la clinica” e un foglietto con solo due parole. «Scusa. Grazie.»

Lei lo piegò senza una lacrima e se lo mise in tasca. Poi sollevò Enea per fargli vedere le barche, e il bambino le stampò un altro bacio sulla guancia, stavolta appiccicoso di frutta.

E quella volta, a sorridere per prima fu lei.

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Fajna Tajna
Un bacio su quella guancia