Alle sette del mattino Vito chiamò Gennaro.

Alle sette del mattino Vito chiamò Gennaro.

— C’è un cane.

Gennaro rimase in silenzio per un secondo.

— Vito, io ti ho mandato a demolire un capanno.

— E infatti siamo qui. Solo che il cane non ci fa entrare.

— Che cane?

— Una cagna rossiccia. Magra. Sta davanti alla porta. Se ci avviciniamo, ringhia.

Gennaro si mise seduto sul letto e si passò una mano sulla faccia. Fuori la mattina era grigia e umida. Maggio, ma con l’aria ancora fredda nella terra.

Il terreno in periferia di Bologna lo aveva comprato da poco. La casa era vecchia ma recuperabile. Il capanno invece no. Tetto sfondato, tavole marce, vernice verde scrostata. Doveva sparire quel giorno. Squadra pagata, cassone ordinato, lavoro semplice.

In teoria.

Quando arrivò, trovò gli operai fermi. Uno fumava, uno guardava il telefono, Vito stava vicino al cancello con l’espressione di chi sa già che verrà sgridato.

— Dov’è?

Vito indicò il capanno.

La cagna era lì.

Rossiccia, sporca, con il pelo arruffato e le costole visibili. Non abbaiava. Stava ferma davanti alla porta come se qualcuno le avesse affidato quel posto.

Gennaro si avvicinò.

Lei si alzò subito.

— Via. Su.

La cagna arretrò appena. Poi tornò davanti alla porta.

— Abbiamo provato dal lato dietro, — disse Vito. — Ci corre intorno e si mette davanti anche lì.

Gennaro sentì l’odore del capanno: umido, muffa, legno marcio. Ma sotto c’era qualcosa di diverso. Qualcosa che non era solo sporcizia.

Si accovacciò davanti all’animale.

La cagna lo fissò. Gli occhi erano scuri, lucidi, stanchi. Non c’era rabbia. C’era una supplica muta.

— Che cosa vuoi dirmi?

La cagna emise un lamento breve.

— Entro io, — disse Gennaro.

Spinse la porta del capanno. I cardini stridettero. La cagna ringhiò, bassa, tremando tutta.

Ma non lo attaccò.

Gennaro entrò di lato e accese la torcia del telefono.

La luce scivolò su vecchie cassette, pezzi di lamiera, sacchi fradici e un mucchio di paglia scura nell’angolo.

Poi sentì un suono.

Un piagnucolio minuscolo.

Così debole che per un attimo pensò fosse il vento.

— Vito, vieni qui. Piano.

Sotto la paglia c’erano cuccioli. Cinque. Piccoli, ciechi, ancora incapaci di reggersi. Uno era rimasto bloccato sotto un’asse caduta. Respirava male.

Vito entrò e si fermò.

— Madonna santa.

Gennaro si inginocchiò. Non pensava più al cassone, al tempo perso, ai soldi. Guardava quei corpi minuscoli e pensava solo che erano stati a un passo dal morire sotto le loro mani.

— Alza l’asse. Lentamente.

La cagna, fuori, piangeva. Non ringhiava più. Piangeva come una madre che non può spiegare, ma ha finalmente trovato qualcuno disposto ad ascoltare.

Il cucciolo liberato era freddo. Gennaro lo avvolse nella felpa.

— Chiama un veterinario.

— E il lavoro?

— Il lavoro aspetta.

Il veterinario arrivò in mattinata. Visitò i cuccioli, curò l’occhio infiammato della madre, diede medicine e cibo. Il piccolo rimase in osservazione qualche ora, poi tornò con gli altri.

— Se aveste iniziato a demolire, — disse il veterinario, — non si sarebbe salvato nessuno.

Gennaro non disse nulla.

Gli bastava guardare la cagna. Esausta, sporca, affamata, ma ancora attenta a ogni movimento dei suoi piccoli.

Quel giorno il capanno non fu demolito.

Nei giorni successivi lo smontarono con calma. Le parti marce finirono nel cassone, quelle solide diventarono una piccola cuccia coperta. Vito portò una coperta. Un operaio comprò ciotole e crocchette.

— Come la chiamiamo? — chiese Vito.

Gennaro osservò la cagna rossiccia.

— Rossa.

— Semplice.

— Le cose vere sono semplici.

I cuccioli crebbero. Quattro trovarono casa. Il più piccolo, quello rimasto sotto l’asse, restò con Gennaro. Lo chiamò Vivo.

Durante l’estate la casa cambiò volto. Ma quando Gennaro tornava sul terreno, la prima cosa che cercava con lo sguardo non erano i muri sistemati. Era Rossa, sdraiata all’ombra, con Vivo che le mordicchiava le orecchie.

Quella mattina gli rimase addosso.

Perché aveva scoperto che non sempre ciò che intralcia un piano è un ostacolo.

A volte è un richiamo.

A volte è una vita che non sa parlare la tua lingua, ma fa di tutto per farsi capire.

E se hai la pazienza di fermarti, può salvarti dal fare qualcosa che non ti perdoneresti mai.

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Fajna Tajna
Alle sette del mattino Vito chiamò Gennaro.