Elena si era toltà le scarpe. Le dita dei piedi affondavano appena nelle venature del legno caldo della terrazza, mentre lo scirocco spingeva dal mare grosse folate che facevano turbinare i petali secchi dei gerani. Sotto la scogliera, giù in fondo, le onde si sgranavano contro gli scogli neri con un fragore sordo da pancia piena.
«Elena, il velo!» la voce di sua madre, Grazia, arrivò dal salone, acuta e un po' isterica nello sforzo di coprire il vento. «Vieni dentro che te lo fisso, sennò col maestrale che tira finisce a Cogoleto.»
Rientrò. La vecchia villa liberty affittata per l'occasione odorava di cera d'api e di gardenie, i fiori che avevano riempito ogni angolo. L'abito — un semplice georgette di seta avorio con lo strascico minimo, ritrovato in una boutique vintage di via del Campo — era appeso a una gruccia di legno sul mobiletto del bagno, immobile, quasi solenne. La madre le fece cenno di sedersi sul pouf davanti alla toletta, stringendo tra le labbra gli spilloni come una sarta di altri tempi.
«Leonardo sarà già al ristorante, sicuro,» disse Grazia infilzandole i capelli castani in un’acconciatura tirata che la faceva sembrare più adulta e un po' militaresca. «Suo fratello, Daniele, ha chiamato: ha detto che hanno controllato il tableau, manca solo la torta che stanno portando adesso. Tranquilla.»
«Mamma, ma se arriva la burrasca?» mormorò Elena fissando il suo riflesso. Gli zigomi alti, gli occhi scuri come olive di Gaeta, spalancati sul futuro. «Hanno dato allerta arancione per la notte.»
«E che ci importa? Il "Maruzzella" è su una piazza, mica su una chiatta. E poi Leo è un uomo di mare, la burrasca ce l'ha nel sangue.»
Leo. Leonardo Rissi, trentadue anni, comandante di yacht di lusso per una compagnia che operava dal porto di Olbia. Si erano conosciuti in un modo stupido: lei era impiegata all'archivio comunale di Sassari, lui era entrato per cercare una vecchia planimetria del porto per una causa di confine tra due approdi. Alto, spalle curve, occhi nocciola in un viso cotto dal sole che lo faceva sembrare perennemente in viaggio. Non ci aveva messo molto a farla ridere, e ancora meno a portarla a vedere la sua vera casa: il faro di punta Caprera, un mostro di pietra e ferro arrugginito che suo nonno, Aldo, aveva custodito per quarant’anni prima che lo dismettessero, ormai sostituito dai segnali satellitari.
«Perfetta,» disse Grazia infilando l’ultimo spillone. «Sembri una dea. Leo perde le parole, stasera.»
In quel momento un clacson greve, da barca più che da auto, suonò in strada. Era il pulmino a noleggio che veniva a prenderle.
La festa al ristorante "Maruzzella", una terrazza di legno bianco sospesa sulla baia, era iniziata da un'ora e già l'aria sapeva di fritto misto, salsedine e confetti alla mandorla. Le lucine appese ai pali oscillavano impazzite per il vento che stava montando, e giù sulla sabbia i bambini giocavano a rincorrere i palloncini che volavano via. Dentro, il banchetto era uno spettacolo modesto ma genuino: i colleghi di Leo, skipper e marinai con le mani callose, i colleghi d'archivio di Elena, i parenti.
In un angolo appartato, vicino alla porta-finestra che dava sul frangiflutti, sedeva Aldo Rissi. Aveva ottantadue anni, il viso una mappa di rughe scavate dal riflesso del mare, le mani nodose posate su un bastone di legno d'ulivo. Fissava il mare nero là fuori, non la sposa, non la tavola. Beveva un sorso di Vermentino ogni tanto, ma il bicchiere restava quasi pieno. Il testimone di Leo, Daniele, un livornese tarchiato con la battuta sempre pronta, batté la forchetta contro il bicchiere e cominciò un brindisi sconclusionato e affettuoso. Seguì il padre di Elena, poi un comandante amico di Leo. La zia di Elena, Lucia, già brillante dopo due calici di Prosecco, gridava complimenti a tutti.
Elena e Leo, al centro del tavolo, si tenevano per mano. Lui continuava a sistemarsi il nodo della cravatta, chiaramente a disagio, e sotto il tavolo le accarezzava il palmo con il pollice.
«Stasera c’è elettricità nell’aria,» le sussurrò all’orecchio. «Il mare sta bollendo. E nonno ha una faccia… sarà meglio che vada a parlarci dopo.»
«È così da quando siamo arrivati,» rispose lei a bassa voce. «Forse è stanco.»
Poi qualcuno mise su una playlist con pezzi anni ’90, la pista si riempì e loro vennero trascinati al centro. Fu mentre ballavano una canzone di Battisti che Elena notò qualcosa. Qualcosa di assente. La sedia del nonno era vuota. Il bastone d'ulivo era caduto per terra accanto al tavolo.
«Leo, tuo nonno non c'è più,» disse lei, strattonandogli la manica.
Lui si voltò, guardò la sedia vuota, poi la porta-finestra socchiusa. Ma in quel momento Daniele lo afferrò per un braccio gridando «Viva gli sposi!» e un gruppo di ex compagni di liceo lo risucchiò in un girotondo ubriaco.
Poi, all’improvviso, saltò la luce.
Non una luce sola, ma tutto: le catenarie sulla terrazza, i lampadari dentro, la musica. Un buio fitto, appena incrinato dal bagliore lattiginoso dei telefoni che si accendevano tra i tavoli. Un coro di "oh" e qualche risata nervosa.
Si sentì il proprietario gridare: «Tranquilli, è saltato il contatore! Un attimo, accendiamo il generatore!»
Nel buio Elena sentì la mano di Leo lasciare la sua. La sua voce, vicinissima: «Amore, esco un secondo a prendere aria. Sto soffocando. Torno subito.»
«Vengo con te.»
«No, resta, calma gli invitati. Due minuti.»
Il rumore dei passi sulle tavole di legno, poi più nulla. Dopo una decina di minuti il generatore si accese, le luci fecero un paio di flicker e tornarono piene. Elena era rimasta in piedi dov’era, le braccia lungo i fianchi, il cuore che batteva nelle tempie.
Leo non c’era.
Passarono venti minuti. Poi quaranta. Gli invitati avevano smesso di ridere. Grazia andava avanti e indietro come una sentinella. Daniele, il testimone, aveva perlustrato la spiaggia sottostante con una pila. Era tornato da solo, annaspando nel buio.
«Sulla sabbia non c’è nessuno,» disse, la voce tirata. «Solo delle impronte. Vanno verso la scogliera, verso la strada del faro.»
Elena si alzò. Senza dire una parola, raccolse lo strascico dell’abito, lo annodò di lato con un gesto brutale, e corse fuori, verso il parcheggio. Daniele e Grazia la seguirono. Si infilarono nella vecchia Fiat Multipla del padre di lei, una scatola di latta piena di adesivi sbiaditi, e lei si mise al volante.
«Elena, sei sicura che sia lì?» domandò Daniele, aggrappandosi al cruscotto mentre la Multipla sbandava sulla strada sterrata che saliva verso la macchia mediterranea.
«È l’unico posto dove va quando sta male,» disse lei senza distogliere lo sguardo dai fari che bucavano la notte. «Il faro. Suo nonno. Lui diceva sempre che quella torre è il suo confessionale.»
La strada per punta Caprera era un budello tra cisti e lentischi, con la polvere bianca che si alzava in nuvole spettrali nella scia dei fanali. Davanti a loro, il profilo della torre si ritagliava contro un cielo color piombo, senza una luce, un moncone abbandonato sul precipizio. Il cancello di ferro era spalancato. La casamatta accanto, un basso edificio di tufo col tetto di lamiera, aveva la porta aperta.
Dentro, un lume a petrolio acceso sul tavolo. Una tazza di caffè ancora tiepida. E sul letto, buttato di traverso, il gilet del completo di Leo, quello color tortora che aveva scelto con tanta cura. Sul pavimento, alcuni fogli di un quaderno sgualcito, scritti con una grafia antica.
Daniele illuminò il sentiero con la torcia. «Ci sono impronte, due paia. Vanno su, verso la torre.»
Il portone del faro era un’inferriata rugginosa, accostata quel tanto che bastava per far passare un uomo di fianco. Dall'interno usciva un odore nero di ferro vecchio, guano di rondine e qualcosa di più dolce, come cera colata.
«Leo!» urlò Elena nel buio. La sua voce rimbalzò sulla scala a chiocciola che si avvitava su per il vuoto.
Silenzio. Poi un tintinnio metallico, lontano, in cima.
Salirono. I gradini erano unti e irregolari, e la torcia di Daniele strappava alle pareti ombre danzanti di cavi tranciati e vecchie fotografie di equipaggi scomparsi. Arrivati in cima, la stanza della lanterna era un ventre di pietra con ampie finestre ad arco sbarrate da vetri polverosi. Al centro, sotto la cupola, la lente di Fresnel giaceva immobile come un insetto di cristallo.
Accanto alla lente c'erano due figure. Aldo, seduto su una cassa di legno coperta da una coperta navale, teneva la testa tra le mani, le spalle scosse da un tremito silenzioso. Leo era in piedi al suo fianco, una mano appoggiata sulla spalla del vecchio. Quando sentì i passi, alzò la testa. Aveva gli occhi gonfi e le labbra screpolate, ma il suo sguardo era stranamente fermo.
«Elena…» mormorò. «Mi dispiace. Non potevo tornare. Non ancora.»
«Che cosa è successo?» la voce di lei era rotta, ma non c’era accusa, solo un bisogno feroce di capire.
Il vecchio Aldo alzò il viso scavato. La fiamma della torcia gli accese per un attimo le iridi, rendendole trasparenti come acqua di scoglio. «Gliel’ho detto,» biascicò. «Stanotte, quando è venuto a prendermi sulla terrazza. Gliel’ho detto tutto.»
Raccontò. Parlò del 1998. Lui era ancora il guardiano ufficiale. Il faro era attivo, un occhio che batteva ogni cinque secondi sulla rotta delle navi in arrivo all’arcipelago di La Maddalena. Una notte venne da lui un uomo. Un trafficante, un tipo che portava sigarette di contrabbando dalla Corsica e, dicevano, anche roba più pesante. Un tizio di Arzachena con una fibbia d’oro grossa come un piatto. «Spegni il faro per due notti, Aldo. Due notti sole. E ti do abbastanza soldi per mandare tuo nipote, Leo, al college nautico.»
Aldo lo cacciò via due volte. La terza, accettò. Aveva i telefoni staccati per le bollette arretrate, e Leo, all’epoca ragazzino, aveva appena avuto un principio di meningite. Servivano soldi per le cure private. Il faro rimase spento per tre notti, non due. La terza notte, un vecchio peschereccio che faceva la spola tra Santa Teresa e Bonifacio, carico di famiglie intere che tornavano da un matrimonio in Sardegna, si infilò dritto sugli scogli della Testa dell’Orso. Morirono in nove. Le cronache parlarono di errore umano, di nebbia, di carte nautiche sbagliate.
Prima di morire, il proprietario del peschereccio, un armatore corso di Calvi, maledisse il guardiano del faro. Aldo nascose i soldi in una cassetta di metallo sotto l’altarino della Madonna di Bonaria, nella casamatta, e non li toccò mai. Per venticinque anni andò avanti accendendo il faro anche quando la Marina lo dismise ufficialmente, pagando di tasca sua il gasolio del generatore, sperando che ogni lampo cancellasse un po’ di quella notte. Non ci riuscì mai.
«Ho trovato il suo diario la settimana scorsa,» disse Leo, la voce piena di una calma terribile. «Volevo parlargli dopo il matrimonio. Ma quando l’ho visto stasera al ristorante, ho capito che stava per andarsene. Voleva venire qui a farla finita, buttarsi dalla balconata della lanterna. L’ho seguito. Non potevo lasciarlo.»
Aldo si mise a piangere. Un pianto secco, come una pompa che aspira solo aria.
«Sono venuto qui per morire. Leo mi ha detto che se mi buttavo, uccidevo anche la sua anima. Perché io sono suo nonno. Perché mi vuole bene. Non me lo merito.»
Elena si avvicinò. L’abito da sposa, già zuppo di salsedine e sporco di ruggine all’orlo, le si avvinghiava alle gambe. Prese la mano ossuta di Aldo. «Basta scappare,» disse. «Siamo tutti qui. Adesso.»
Scesero. Fuori, il vento era calato. All’orizzonte, la prima riga di un’alba color lavanda tagliava il nero del mare. Davanti alla casamatta, due auto dei Carabinieri stavano arrivando con le sirene spente. Daniele, allarmato, li aveva avvertiti mentre erano nella torre.
Il maresciallo, un uomo stempiato in borghese con l’aria di chi ha già visto troppe albe, ascoltò la confessione del vecchio senza interromperlo. Alla fine, si tolse il cappello e si grattò la nuca.
«È una storia che arriva tardi, signor Rissi. Molto tardi. Dovrà venire in caserma. C’è un fascicolo, sì, sul peschereccio. Un caso riaperto due anni fa su richiesta di un nipote delle vittime, da Calvi. Non so dirle come andrà, ma è giusto che la giustizia faccia il suo corso.»
«Lo so,» disse Aldo. Si raddrizzò, appoggiato al bastone, e fece un passo verso la camionetta dei Carabinieri. Poi si voltò verso Elena e Leo. «Perdonatemi. È l’unica cosa che posso chiedervi.»
Leo non disse nulla. Lo abbracciò.
Tre giorni dopo, in un municipio piccolo e bianco dell’entroterra gallurese, si sposarono. Solo loro due, i genitori di Elena, Daniele e il maresciallo come testimone d’ufficio. Nessun abito lungo, nessuna festa. Solo una promessa.
Aldo ottenne i domiciliari in attesa del processo, considerati l’età e lo stato di salute e, soprattutto, la piena confessione che aveva permesso di riaprire e chiarire un cold case. Rimase nella casamatta, ai piedi del faro. Ogni sera, al tramonto, saliva i centosessantaquattro gradini e accendeva la lampada ausiliaria, un fanale a batteria che Leo gli aveva comprato. Non era il vecchio fascio rotante che squarciava la notte, ma bastava.
Una sera di ottobre, dopo l’ultima udienza, Leo ed Elena andarono a trovarlo. Il processo si era concluso con una condanna mite, sospesa, e l’obbligo di un lavoro di pubblica utilità: raccontare la sua storia nelle scuole nautiche, come monito. Il vecchio era seduto sulla balconata, la coperta sulle ginocchia, e guardava il mare. Elena aveva la pancia tonda di otto mesi. Si sedettero accanto a lui, sulla pietra fredda.
Nessuno parlò per un pezzo. Poi Aldo indicò il fanale acceso, quel piccolo cuore di plastica e led che pulsava nel buio.
«Vedete,» disse, la voce arrochita dal vento e dagli anni, «alla fine è bastato poco. Un po' di luce. E delle persone che non se ne vanno.»
Leo strinse la mano di Elena. Il faro respirava con loro, silenzioso, piantato nella roccia come una promessa.




