Il sole di sabato mattina batteva già forte su Mirabilandia Ravenna, erano le dieci e venti, e l’aria era un impasto di fritto, disinfettante al limone e musica del carosello. Palloncini a forma di drago tiravano gli spaghi vicino ai tornelli. La musica del carosello rimbalzava sulla folla a folate allegre. Bimbi con braccialetti già strappati correvano in cerchio, le scarpe da ginnastica che lampeggiavano sul cemento. Da qualche parte oltre le reti, un ottovolante risaliva con uno scatto metallico, restava sospeso contro il cielo azzurro e poi precipitava in un’onda di urla.
Viola stringeva la mano di suo padre e saltellava sul posto, le trecce bionde storte perché era stato lui a fargliele quella mattina. «Papà, le tazze che girano. Papà, il treno dei draghi. Papà, la giostra ha un cavallo rosa. Anzi due. Papà, secondo te lo zucchero filato è più grande della mia testa?»
«Dipende da quanto zucchero ci mettono», aveva risposto Riccardo Fabbri, e Viola era scoppiata a ridere con quel suono che per un attimo gli aveva stretto la gola.
Riccardo non metteva piede in un luna park da due anni. Troppa confusione. Troppe famiglie intere. Troppi ricordi della moglie, portata via da un tumore quando Viola aveva tre anni. Ma la bambina aveva chiesto di andare a Mirabilandia per tre fine settimana di fila, e lui aveva finito i pretesti. Così quella mattina aveva lasciato il telefono aziendale in tasca in vibrazione, infilato jeans e una polo blu scuro, e si era messo in coda all’ingresso generale tenendo per mano la figlia che continuava a parlare.
Il telefono vibrò due volte nella tasca posteriore. Lui lo estrasse quanto bastava per leggere sullo schermo: «Ufficio FGR». Lo spense del tutto e se lo rimise in tasca.
Davanti a loro, nella fila accanto, una bambina sottile si era avvicinata alla biglietteria. Aveva forse sei anni, i capelli castano chiaro raccolti in una treccia lenta, un fiocco stinto lavato troppe volte. Indossava un vestitino a fiori sotto un cardigan di cotone leggero, con un bottone azzurro che pendeva da un filo, calzini bianchi ormai grigi sui talloni, e scarpette di vernice nera con una crepa sul lato. In una mano stringeva una pubblicità ritagliata dal giornale, nell’altra qualche moneta e due banconote da cinque euro, talmente lisce da sembrare state in tasca per chilometri.
Sua madre non era accanto a lei. Una donna magra sedeva su una panchina trenta metri più in là, con lo sguardo fisso sulle pagine degli annunci di lavoro del Resto del Carlino, una penna rossa tra le dita. Ogni pochi secondi alzava la testa verso la biglietteria con l’ansia di chi cerca occupazione senza mai perdere d’occhio la creatura. Non si avvicinò; forse sapeva già che i soldi non bastavano per due.
La bambina appoggiò il denaro sul bancone con entrambe le mani. Le monete tintinnarono sul metallo.
«Un biglietto bambini, per favore».
Il cassiere, un ragazzo con la polo gialla del parco, il badge storto e gli occhi arrossati, contò le monete senza espressione. Sbuffò.
«Senti, mancano sei euro. Oggi è sabato, tariffa piena: quattordici euro. Il foglio che hai lì dice otto, ma vale da lunedì a giovedì. Capito?»
La piccola sbatté le palpebre. «Ma qui c’è scritto bambini…»
«Sì, e qui sotto, in piccolo, feriali. Sabato no. Mi stai bloccando la fila.»
Dietro di lei, nella corsia preferenziale, una signora con occhiali da sole color crema e sandali di cuoio chiaro sorrise piano. Accanto a lei un bambino di sette anni teneva in mano un telefono e aveva già il braccialetto del parco al polso.
«Ecco, appunto», mormorò la donna, abbastanza forte perché sentissero. «Se non puoi pagare, non vieni. Così imparano.»
Il bambino le tirò la manica. «Mamma, ma perché loro non possono entrare?»
Lei non rispose.
Viola sentì. Alzò lo sguardo verso Riccardo e tirò la manica.
«Papà… possiamo aiutarli?»
Per un secondo Riccardo Fabbri non si mosse. La mascella gli si irrigidì appena. Poi, con calma, fece un passo verso lo sportello senza lasciare la mano di Viola.
«Senta», disse, e la voce gli uscì più bassa del solito. «Faccia entrare la bambina, e chiami la signora sulla panchina, per favore. Copro io la differenza.»
Il cassiere lo guardò stancamente. «Guardi che senza biglietto non si può, e per la signora serve un adulto.»
Riccardo appoggiò la tessera nera dei titolari degli ingressi VIP sul vetro, con il cognome Fabbri in rilievo. «Dico sul serio. Chiama il responsabile.»
Il ragazzo sbiancò, afferrò il cordless e farfugliò qualcosa. Due minuti dopo arrivò di corsa un uomo in giacca, stemma del parco sul taschino, che gli strinse la mano con troppa foga.
«Dottor Fabbri, che piacere. Non ci avevano detto che sarebbe venuto. Come possiamo aiutarla?»
Lui indicò la bambina, ancora ferma davanti al vetro, che teneva le monetine nel palmo sudato e non osava guardare nessuno.
«Questa bambina e sua madre entrano come miei ospiti. E mi prepari due pass famiglia annuali. I dati me li faccio dare tra un attimo.»
Poi si voltò verso la panchina. «Signora, per favore, venga qui un attimo.»
La donna con la penna rossa sobbalzò, richiuse il giornale e attraversò l’aiuola quasi correndo. Arrivò senza fiato, le guance chiazzate.
«Che succede? Margherita, cosa hai combinato?»
La bambina le corse incontro e le si aggrappò alla gonna.
Riccardo si inginocchiò all’altezza della piccola.
«Come ti chiami?»
«Margherita».
Lui prese dalla tasca un fazzoletto di stoffa, pulito ma un po’ sgualcito, e glielo porse senza un motivo, solo per darle qualcosa.
«Margherita, tu e la tua mamma oggi entrate con noi. E poi avrete un pass per tutto l’anno, così potrai tornare quando vuoi.»
La madre si portò una mano alla bocca. Aprì le labbra senza far uscire suono. Solo dopo un respiro rotto riuscì a dire:
«Noi non possiamo accettare… cioè, non sappiamo neanche chi siete.»
«Io sono Riccardo, questa è Viola. Oggi siamo in due al luna park, e quattro è molto meglio che due.»
Viola fece un passo avanti, mostrando un incisivo mancante.
«Hai mai preso lo zucchero filato gigante? Costa cinque euro ma è enorme, se vuoi lo dividiamo.»
Margherita scosse la testa, un sorriso timido.
Il responsabile tornò con due buste gialle e un tablet. Riccardo compilò i dati senza fretta, mentre la folla intorno osservava in silenzio. La signora della corsia preferenziale era rimasta con il figlio per mano. Si tolse gli occhiali, li pulì con un lembo della camicetta, poi li rimise. Guardò la scena, poi diede uno strattone al bambino.
«Andiamo, Tommaso. Basta perdere tempo.»
Si allontanò senza voltarsi, il bambino che continuava a chiedere perché loro potevano entrare. La donna camminava a testa alta, ma il collo era arrossato.
Rosa – così si chiamava la madre di Margherita – trovò finalmente la voce dopo che ebbero varcato i tornelli tutti insieme.
«Io non so come ringraziarvi. In questo momento… sono rimasta senza lavoro. Volevo solo far passare una mattina bella a mia figlia. Non abbiamo molto.»
«Che lavoro faceva?», chiese Riccardo mentre Viola e Margherita correvano verso il chiosco dello zucchero filato.
«Segretaria amministrativa. Mi hanno licenziata a marzo per chiusura dell’ufficio. Da allora mando curriculum e la sera faccio le pulizie in un condominio.»
Lui infilò la mano nella tasca dei jeans e tirò fuori un biglietto da visita con il logo FGR, ma di una filiale commerciale.
«Senta, io non posso prometterle nulla. Però domani chiami questo numero. È l’ufficio personale di una nostra azienda a Ravenna. Dica che è stata indirizzata da Riccardo Fabbri. Non le garantisco il posto, ma almeno un colloquio dovrebbe esserci. Si porti il curriculum.»
Rosa prese il biglietto con dita che tremavano. Lo guardò, lo rigirò. Poi lo infilò nella tasca del cardigan, proprio sotto il bottone penzolante, e se lo premette contro il petto.
«Grazie», disse soltanto, e la voce le si spezzò.
Più tardi, mentre le due bambine giravano sulle tazze rosa ridendo a crepapelle con le dita appiccicose di zucchero filato blu, Riccardo si appoggiò alla ringhiera e si scoprì a sorridere. Un sorriso largo, sciolto, che non sentiva più da prima che sua moglie si ammalasse.
Viola, a un certo punto, alzò un braccio dalla tazza e gli gridò:
«Papà, era più grande della mia testa! E anche Margherita dice che è il giorno più bello del mondo!»
Lui fece cenno di sì con la testa. Rosa, accanto a lui, rideva piano, una mano sulla tasca del cardigan.
In lontananza, oltre i tornelli, la signora degli occhiali da sole stava uscendo dal parco. Il figlio piangeva, si era seduto per terra, e lei lo tirava su per un braccio con uno scatto nervoso. Riccardo incrociò la scena per un istante, poi distolse lo sguardo.
Prese in braccio Viola e Margherita appena scesero dalla giostra, e le portò verso il treno dei draghi. Le bambine indicarono il drago blu in fondo.
«Quello! Quello blu!»
«Allora quello blu», disse, e si incamminò con Rosa al fianco che ancora si asciugava gli occhi con il fazzoletto di stoffa.




