A sessantatré anni, Elena Ricci aveva smesso di credere alle favole. Ma una parte di lei, testarda e materna, continuava a sperare che suo figlio tornasse a essere l’uomo che aveva promesso di diventare.
Quella sera capì che non si può tirare fuori dall’acqua chi continua ad abbracciare il peso che lo porta giù.
— Mamma, devi chiudere con Chiara.
Gregorio lo disse in piedi, in mezzo alla cucina, con il cappotto ancora addosso. Sul tavolo c’erano due tazzine di caffè. La sua era intatta.
— Chiudere con Chiara?
— Sì. Bloccarla. Smettere di chiamarla. Smettere di invitarla qui.
Elena lo fissò.
— Stai parlando della madre di tua figlia.
— Sto parlando della mia ex moglie.
— Nina non è ex niente.
Gregorio si passò una mano sul viso.
— Alessandra sta male. Ogni volta che viene qui vede la foto del mio matrimonio con Chiara sul mobile. Sa che vi sentite. Sa che tu metti mi piace alle sue foto. Si sente umiliata.
Elena guardò verso il soggiorno.
La fotografia era lì. Gregorio e Chiara giovani, emozionati, pieni di promesse. Elena al loro fianco, felice come solo una madre può esserlo quando crede di aver cresciuto un uomo perbene.
— Alessandra si è sentita abbastanza rispettata quando è entrata nella tua vita prima che tu uscissi dal tuo matrimonio, disse Elena.
— Non ricominciare.
— Non ho mai finito.
Lui sbatté le mani sul tavolo.
— Ho diritto a essere felice!
— E Nina ha diritto a non essere trattata come un problema logistico.
— Nina non c’entra.
— C’entra sempre. Quando ci sono figli, c’entrano sempre.
Gregorio abbassò la voce.
— Se Chiara continuerà a mettere piede in questa casa, io non verrò più. Cambio numero. Sparisco. Scegli.
Elena lo guardò con una tristezza antica.
Quando il padre di Gregorio se n’era andato, lui era un bambino. Aveva pianto contro il suo grembo e aveva detto:
— Io non farò mai così.
E invece eccolo lì.
Con una donna nuova, una bambina lasciata ai margini e la pretesa che sua madre facesse pulizia al posto della sua coscienza.
— Hai già scelto tu, Gregorio. Quando hai mentito a Chiara.
— L’amore finisce.
— La responsabilità no.
Il campanello suonò.
Gregorio si irrigidì.
— Chi è?
— Chiara porta Nina. È il suo venerdì con me.
— Lo hai fatto apposta.
— No. Ho rispettato un accordo. Dovresti provarci anche tu.
Elena aprì la porta.
Chiara era sul pianerottolo con Nina. Aveva il viso stanco, il cappotto scuro, una piccola borsa in mano. Nina invece sorrideva, con lo zainetto sulle spalle.
— Nonna!
Corse dentro.
Chiara vide le scarpe di Gregorio e impallidì.
— Elena, scusa. Non sapevo che fosse qui. Torniamo più tardi.
— No. Entrate.
Gregorio apparve in corridoio.
— Ciao, Chiara.
Nina lo guardò.
— Papà?
Lui rimase fermo.
Chiara strinse appena le labbra.
— Nina, vai a mettere lo zaino in camera, amore.
Quando la bambina chiuse la porta, Gregorio parlò:
— Chiara, devi smetterla di venire qui. Alessandra non può vivere con la tua ombra addosso.
Chiara non alzò la voce.
— Io non sono la tua ombra. Sono la madre di tua figlia.
— Usi Nina per restare nella mia famiglia.
Elena intervenne:
— Alessandra mi ha chiamata. Ha detto che Chiara dovrebbe trovarsi un uomo, così smetterebbe di chiederti di prendere Nina all’asilo. Ha detto che i figli delle relazioni passate rovinano l’equilibrio della coppia.
Chiara sbiancò.
— Ha detto questo di mia figlia?
Gregorio distolse lo sguardo.
— Era nervosa. È molto sensibile.
— Sensibile è Nina quando prepara un disegno per te e poi tu non passi, disse Chiara.
— Basta! Gregorio si voltò verso Elena. Mamma, decidi. O lei o me.
Chiara prese la borsa.
— Me ne vado. Non voglio creare problemi.
— Il problema non sei tu, disse Elena.
Poi guardò suo figlio.
— Chiara resta nella mia vita. Nina resta nella mia casa. Se vuoi sparire, fallo. Ma non chiedermi di diventare complice della tua vigliaccheria.
In quel momento la porta della cameretta si aprì.
Nina era lì, piccola, con lo zainetto ancora in mano.
— Papà, chiese, io sono una cosa del passato?
Gregorio rimase muto.
Ed Elena capì che il silenzio di suo figlio, quella volta, faceva più rumore di qualsiasi urlo.
— No, Nina, disse lui alla fine. Tu sei mia figlia.
— Allora perché Alessandra dice che io rovino tutto?
Gregorio impallidì.
Il telefono vibrò. Sullo schermo apparve un messaggio di Alessandra: “Se tua madre sceglie ancora Chiara e la bambina, non lamentarti quando resterai solo.”
Chiara lesse. Elena lesse. Nina non lesse tutto, ma capì abbastanza.
— Io sono “la bambina”?
Nessuno disse una parola.
Poi Gregorio posò il telefono e si inginocchiò.
— Sei Nina. Mia figlia. E io ho sbagliato.
— Anche quando non sei venuto alla festa dell’asilo?
— Sì.
— Anche quando mamma piangeva?
Chiara chiuse gli occhi.
— Sì, rispose Gregorio. Anche allora.
Nina non lo abbracciò. Gli passò accanto e tornò nella stanza.
A volte i bambini non puniscono. Si proteggono.
La settimana dopo c’era uno spettacolo all’asilo. Elena andò con Chiara. Nina guardava la porta, ma fingeva di non guardarla.
Gregorio arrivò all’ultimo minuto. Solo. Con un mazzo di margherite.
Dopo lo spettacolo le porse i fiori.
— Sono per te.
— Alessandra lo sa?
— Alessandra non decide più quando devo essere tuo padre.
Nina lo fissò.
— Vediamo.
Gregorio annuì. Era giusto così.
Con Alessandra finì poco dopo. Non fu una scena grande. Bastò una frase: “Io non voglio passare la vita dietro agli errori che hai fatto con un’altra.”
Gregorio capì che lei chiamava errore sua figlia.
Chiara non lo riprese. Non era lì ad aspettare che lui tornasse sconfitto. Ma gli permise di diventare un padre migliore, perché Nina ne aveva bisogno.
Gli alimenti arrivarono puntuali. Le telefonate pure. Le promesse diminuirono, i gesti aumentarono.
Elena tolse la foto dal mobile e la mise in un album.
— Finalmente, disse Gregorio.
— Non per Alessandra, rispose lei. Perché ora hai capito che una foto non era il problema. Il problema era la tua paura di guardarla.
Col tempo, nella cucina di Elena tornò la pace. Non la pace finta di chi cancella tutto, ma quella più difficile: la pace di chi accetta che la famiglia cambia, però non deve ferire i bambini per far stare comodi gli adulti.
Un giorno Nina disegnò tre persone: sé stessa, la mamma e il papà. Poi aggiunse Elena al centro.
— Nonna tiene le strade aperte, disse.
Elena sorrise.
Forse era vero.
Non aveva salvato suo figlio.
Aveva solo tenuto accesa la luce abbastanza a lungo perché lui vedesse chi stava lasciando al buio.
