Non chiamare mio marito

# Non chiamare mio marito

Il martedì, alle quattro e mezzo, Alice tornava da scuola lungo la stradina che tagliava il bosco di lecci dietro il campo sportivo. Il cielo era basso e umido, sapeva di pioggia mista a neve. Le foglie marce si appiccicavano alle suole. Ogni tanto, in lontananza, suonavano le campane di San Sepolcro. Alice portava lo zaino pieno di libri, una baguette di pane ancora calda e un litro di latte. In tasca le era rimasto un mandarino che la madre le aveva infilato al mattino. Lo teneva per Tommaso, il fratello di cinque anni che da due settimane tossiva così forte da diventare viola. La madre, la sera, si sedeva in cucina e fissava il muro.

Alice camminava veloce, pensando alla penultima ora di matematica. Non aveva guardato la macchia bianca sotto la grande pina fino a quando non ci era passata davanti. Prima ha creduto fosse un sacco di plastica, di quelli che i contadini abbandonano. Poi ha visto lo stetoscopio appeso a un ramo corto, che dondolava. Argento e nero.

Si è fermata.

Era una donna. Stava sdraiata su un fianco, le spalle appoggiate al tronco. Indossava un camice da medico, tutto sporco di terra e aghi di pino. Le mani erano legate dietro la schiena con una corda ruvida, di quelle che si usano per i pagliai. Sopra il camice, un secondo giro di corda la teneva stretta all'albero. Il viso era girato di lato. Capelli chiari, pieni di foglie umide.

Alice ha riconosciuto il camice. Poi ha riconosciuto il viso.

Era la dottoressa Elena Marchetti. Quella che a marzo era venuta a scuola per le visite mediche. Misurava l'altezza, pesava, ascoltava il cuore con quella piastra fredda. Alice quel giorno si era rifiutata di farsi ascoltare. La dottoressa non aveva insistito. Si era chinata, le aveva messo lo stetoscopio tra le mani. «Senti come suona?» E Alice aveva ridacchiato.

Ora la dottoressa non ridacchiava.

Alice si è avvicinata. La donna aveva gli occhi chiusi, ma il petto si muoveva appena. Alice le ha toccato una spalla. La spalla era bagnata e fredda.

La dottoressa ha aperto gli occhi di colpo. Li ha messi a fuoco su Alice. Le labbra screpolate si sono mosse senza suono. Poi:

— Tu… sei la bambina della scuola.

— Sì. Cosa le è successo?

— Non chiamare mio marito. Non chiamare nessuno dell'ospedale.

La voce era roca, ma calma. Alice ha guardato la corda. I polsi erano gonfi, le dita quasi grigie. Aveva paura, ma una paura fredda, come quando ha visto il cane investito davanti alla chiesa.

— Chi le ha fatto questo?

— Mio marito. Lavora all'ospedale. Se sa che sono viva, finisce il lavoro.

Alice non ha capito tutto. Ha capito solo che doveva fare qualcosa. Si è inginocchiata nella terra fradicia. Ha preso dalla tasca il coltellino svizzero che il padre le aveva regalato a Natale. Era arancione, con la lama piccola ma affilata. L'ha aperta. La lama ha fatto un suono secco.

— Tenga ferme le mani, — ha detto.

Elena non ha risposto. Ha girato appena i polsi. Alice ha iniziato a tagliare. La corda era dura, intrecciata. La lama scivolava. Alice ha premuto più forte e si è tagliata il dito indice. Il sangue ha macchiato la corda. Ha continuato.

— Più veloce, — ha detto Elena. — Può tornare.

— Dove siamo? — ha chiesto Alice.

— Dietro la pineta. Il mio telefono è in macchina. Lui l'ha portata via.

La corda ha ceduto di scatto. Le mani di Elena sono cadute in avanti. Le ha strofinate, con un gemito basso. Alice ha lavorato sul secondo giro, quello che la teneva al tronco. Anche quello ha ceduto.

Elena ha provato ad alzarsi. È caduta in ginocchio. Alice l'ha sorretta per un braccio. La dottoressa puzzava di terra e di paura.

— Dobbiamo andare da Grazia, — ha detto. — La casa gialla con i gerani, dopo la curva. Sulla strada per Pieve.

Alice la conosceva. Grazia era una vecchia che teneva le galline e scambiava uova con la madre di Alice. Viveva da sola dietro la siepe di rosmarino.

— Ce la faccio, — ha detto Elena. — Solo… vai avanti.

Alice le è rimasta accanto. Sono uscite dal bosco. La luce era più bassa. Sul viottolo, una gatta rossa è passata davanti e si è infilata sotto una siepe. Alice ha pensato che era un segno. Non sapeva di che.

La casa di Grazia era in fondo a una discesa sterrata. Le finestre erano illuminate. Alice ha bussato al portone verde scrostato. Grazia ha aperto in sottoveste e maglione di lana. Ha visto Elena sporca e ferita. Non ha fatto domande. Le ha fatto segno di entrare, poi ha chiuso il portone con il paletto di ferro.

In cucina c'era odore di minestra e di caffè. Grazia ha preso una coperta di lana, l'ha messa sulle spalle di Elena, l'ha fatta sedere vicino alla stufa a legna. Ha riempito una tazza di camomilla. Elena tremava così forte che i denti battevano.

— Fatemi vedere le mani, — ha detto Grazia.

Le ha disinfettate con alcool e cotone. Elena ha stretto i denti.

— Dovresti andare dai carabinieri, — ha detto Grazia.

— Non qui. Mio marito conosce tutti. Ha un cugino maresciallo.

— Allora vai a San Giustino. O a Città di Castello.

Elena ha scosso il capo appena, come per dire che non era così semplice.

Alice stava in piedi vicino alla porta, lo zaino ancora in spalla. Ha preso dalla tasca il mandarino e lo ha messo sul tavolo, senza dire nulla. Grazia lo ha guardato e ha fatto cenno di sì.

— Tu ora vai a casa, — ha detto a Alice. — Non raccontare niente. Domani dopo scuola, se vuoi, passa.

Alice è uscita. Era già buio. Il vento muoveva i fili della luce. Ha corso fino a casa. La madre non ha notato il dito tagliato perché Tommaso tossiva di nuovo nel letto.

Il giorno dopo, a scuola, Alice non riusciva a stare ferma. Guardava l'orologio. All'uscita, invece di andare a casa, è corsa da Grazia. La gatta rossa era sulla scala, si leccava una zampa.

In cucina c'era Elena, seduta, con una tazza tra le mani. I capelli erano puliti, il camice appeso ad asciugare su una sedia. Aveva lividi sui polsi, gialli e neri.

— Sono stata alla procura, — ha detto Elena, senza che Alice chiedesse. — Ho consegnato una chiavetta.

— Cosa c'è dentro? — ha chiesto Alice.

— Registrazioni. Mio marito lavora in ospedale come farmacista. Sottraeva morfina e altri oppioidi, li rivendeva a un gruppo di persone. Io l'ho scoperto per caso. Ho registrato una conversazione. Lui l'ha trovato. Mi ha legata e mi ha portata nel bosco.

— Perché non ha chiamato i carabinieri subito? — ha chiesto Alice.

— Perché non mi avrebbero creduto senza le prove. E lui avrebbe fatto sparire tutto.

Grazia ha messo sul tavolo una scodella di minestra e del pane.

— E adesso? — ha chiesto Alice.

Elena ha guardato fuori dalla finestra. Il cielo era di nuovo grigio.

— Adesso devo fare alcune cose.

Il venerdì mattina, Elena è andata alla banca. Alice non c'era. Lo ha saputo dopo.

Elena è entrata nella filiale di corso Trento. Aveva con sé una cartellina di pelle marrone con i documenti. Al banco, ha chiesto di parlare con il direttore. Ha firmato i moduli.

— Chiudere il conto cointestato. Tutto il saldo, quarantunomila seicento euro, va sul conto intestato a mio figlio Marco, minore. A me resti l'usufrutto fino alla sua maggiore età.

Il direttore ha verificato i dati. Ha fatto cenno di sì.

— Devo informarla che il cointestatario riceverà una notifica.

— Lo so.

Elena ha preso la nuova carta, il modulo di chiusura, la ricevuta. È uscita. Sulla via, ha chiamato il fabbro. Le ha detto di venire all'appartamento in via Roma, secondo piano.

Il fabbro è venuto alle undici. Ha smontato la vecchia serratura, ne ha montata una nuova. Due mandate, chiave diversa. Elena ha pagato in contanti: cinquanta euro. Ha preso le due chiavi nuove.

Poi ha chiamato i carabinieri. Non quelli di San Sepolcro. Ha chiamato il comando di Città di Castello, da un telefono pubblico della tabaccheria.

— Sono Elena Marchetti. Ho denunciato mio marito per sequestro di persona, tentato omicidio e traffico di stupefacenti. Lui sta tornando a casa. Tra poco.

Il brigadiere ha chiesto l'indirizzo. Elena lo ha dato.

Poi è andata a prendere Marco dalla scuola materna. Lo ha portato da Grazia, dicendo che sarebbe tornata prima di cena.

Nel pomeriggio, Alice usciva da scuola. Ha visto la macchina di Roberto parcheggiata male davanti al portone di via Roma. Lui stava salendo le scale, con il camice sbottonato, i capelli sudati. Ha bussato alla porta con il pugno. Ha provato la chiave vecchia. La serratura non ruotava.

Alice si è fermata sul marciapiede di fronte, nascosta dietro un furgone. Sentiva l'eco nel portone.

— Elena! Apri! So che sei lì dentro!

La porta non si apriva. Roberto ha preso a calci il battente. Ha urlato qualcosa che Alice non ha capito.

Poi, dall'interno, la voce di Elena. Calma, chiara:

— Il conto è chiuso. Quarantunomila seicento euro sono sul conto di Marco. Le chiavi sono nuove. La denuncia è già depositata alla procura di Perugia. I carabinieri stanno salendo.

Un attimo di silenzio. Poi Roberto ha sbattuto la spalla contro la porta, ha preso la rincorsa. Ma in fondo alle scale si sono aperte le porte della strada. Due carabinieri in divisa, uno con la radio in mano. Sono saliti di corsa.

— Fermo! Mani in alto!

Roberto si è girato. Ha visto le divise. Ha cercato di scappare verso il pianerottolo, ma è scivolato. I carabinieri lo hanno afferrato. Manette. Ha visto Alice? Forse. Ha girato il capo di scatto, ma uno dei carabinieri gli ha premuto la mano sulla nuca e lo ha spinto verso le scale.

La porta dell'appartamento si è aperta. Elena è uscita. Indossava un maglione blu, i capelli raccolti. In una mano teneva una cartellina con i documenti, nell'altra le chiavi nuove. Le chiavi brillavano.

Si è fermata sul pianerottolo. Ha guardato Roberto che veniva portato via. Non ha detto niente. Ha allungato la cartellina al brigadiere.

— Accettazione della denuncia e copia del bonifico. L'avvocato ha tutto.

Il brigadiere ha preso la cartellina, ha guardato Roberto, poi ha fatto un cenno con il capo.

Roberto ha gridato dalla tromba delle scale:

— Non finisce qui! Io ti…

La porta del portone si è chiusa con un tonfo. L'eco è rimasta sospesa nel vano scale.

Elena è rimasta sul pianerottolo. Ha infilato le chiavi nella toppa della porta, ha girato. La serratura ha scattato. Poi ha percorso il corridoio verso le scale interne. Prima di scendere, ha guardato Alice, che era ancora ferma sotto il furgone.

Le ha fatto un breve cenno con la mano. Alice ha alzato una mano, incerta.

Poi Elena è scesa. Uscita dal portone, ha camminato lungo via Roma fino alla piazzetta. Lì ha svoltato a sinistra, verso la strada che portava alla casa di Grazia.

Alice è rimasta a guardare il portone chiuso. Il vento muoveva una lattina sul marciapiede. Un vecchio passava con il cane. La gatta rossa è apparsa da sotto una macchina, ha attraversato la strada e si è seduta accanto alla porta del portone, come se aspettasse qualcuno.

Alice ha stretto lo zaino e si è incamminata verso casa. In tasca sentiva ancora la forma del mandarino che non aveva mangiato. Lo avrebbe dato a Tommaso, se smetteva di tossire almeno per un minuto.

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Fajna Tajna
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