L’ultima chiamata prima del “sì

Faccio la sarta da trentadue anni, bottega in via dei Neri, due passi da Ponte Vecchio, dove l'odore di cuoio della pelletteria accanto entra dalla porta ogni volta che qualcuno la apre. Quel sabato di giugno avevo un solo appuntamento in agenda, ma era quello che contava: la prova finale dell'abito di Chiara, prima che partisse per il municipio di Fiesole.

L'avevo vista crescere, in un certo senso. Sua madre, la signora Bruna, me l'aveva portata la prima volta che aveva sedici anni, per accorciare una gonna del liceo. Poi era tornata per la laurea, per il ventottesimo compleanno, e adesso per le nozze con Davide, un ragazzo che lavorava all'ufficio tecnico del Comune e che, ogni volta che entrava in negozio a ritirare qualcosa per lei, chiedeva sempre se voleva un caffè dal bar di fronte.

Quel giorno Chiara arrivò alle nove, il velo ancora nella scatola, i capelli già raccolti da una parrucchiera che l'aveva accompagnata fin lì. Le allacciai l'ultimo gancetto sulla schiena — ce n'erano ventitré, li avevo contati io stessa mesi prima — e proprio mentre stavo per dirle che era pronta, il telefono nella sua borsetta cominciò a vibrare sul bancone.

Lei lo guardò, esitò, poi rispose perché sullo schermo c'era scritto "Mamma".

Non ho ascoltato apposta. Ma la bottega è piccola, quindici metri quadri, uno specchio a tre ante e un solo separé di lino, e la voce dall'altra parte del telefono era abbastanza alta da arrivare fino a me mentre sistemavo lo strascico.

— Non mi sento bene, vieni il prima possibile — diceva la signora Bruna, con un filo di voce che tremava.

Chiara sbiancò. Le chiesi con un gesto se andava tutto bene, e lei alzò una mano, come per dirmi di aspettare.

— Cosa è successo, mamma?

— Non riesco a respirare bene… mi gira la testa… credo sia il cuore.

— Hai chiamato il 118?

— Non voglio estranei in casa. Vieni tu. Ti prego, Chiara. Sei mia figlia.

Quella frase la vidi fare l'effetto di una corda tirata al collo — Chiara si portò la mano libera al petto, sopra il pizzo francese che avevamo scelto insieme a marzo, e rimase lì, immobile, con lo sguardo fisso sul tappeto persiano sotto lo specchio.

Io, in tutto questo, stavo con gli spilli ancora in mano, tre tra le labbra, e un pensiero che mi girava: la signora Bruna, ogni volta che era venuta con lei in negozio, non aveva mai avuto un accenno di fiato corto salendo i due gradini d'ingresso. Anzi, l'ultima volta si era lamentata che il caffè del bar all'angolo le teneva sveglia fino a tardi — non proprio il ritratto di un cuore fragile.

— Devo andare da lei — disse Chiara, posando il telefono sul bancone con la mano che tremava leggermente.

— Sei sicura? — le chiesi, con la delicatezza che uso quando una cliente sta per fare una scelta che riguarda più la vita che il vestito. — Il matrimonio è tra un'ora e mezza.

— È mia madre.

— Lo capisco. Ma hai pensato di chiamare qualcuno vicino a lei? Un vicino, un'ambulanza, mentre tu ti prepari a partire comunque?

Chiara si fermò un attimo. Fu in quel silenzio — non lungo, forse quindici secondi, ma pesante come un ferro da stiro lasciato appoggiato sul tessuto — che vidi qualcosa cambiarle in faccia. Non era più solo paura per la madre. Era il conto che le tornava: sua madre non aveva mai approvato Davide fino in fondo. Diceva che "per fare l'assistente tecnico al Comune non serviva la laurea", che Chiara "poteva puntare più in alto". Me l'aveva raccontato lei stessa, un pomeriggio di aprile, mentre le orlavo la manica.

Chiara prese in mano il telefono di nuovo e fece un'altra chiamata — non a un'ambulanza, ma a suo cugino Marco, che abitava proprio nel palazzo accanto a quello della madre, a San Domenico.

— Marco, vai subito da mia madre, dice che sta male, il cuore. Chiama il 118 se serve, io sono al municipio tra un'ora.

Chiuse la chiamata. Restò ferma davanti allo specchio, la sarta — cioè io — dietro di lei con lo strascico ancora tra le mani, e disse, quasi a se stessa:

— Se fosse davvero grave, avrebbe chiamato l'ambulanza. Lo sa che oggi mi sposo. Lo sa da otto mesi.

Non dissi niente. Non era il mio posto dirle cosa pensare di sua madre. Ma le allacciai l'ultimo gancetto che si era slacciato nell'agitazione, e mentre lo facevo, il telefono di Marco richiamò: la signora Bruna, quando aveva sentito bussare alla porta e capito che non era la figlia, aveva aperto perfettamente in piedi, con indosso la vestaglia di seta color prugna, chiedendo a Marco cosa ci facesse lì un sabato mattina.

Chiara ascoltò il resoconto del cugino senza dire una parola, ringraziò, chiuse. Poi si guardò allo specchio — non io, lei — e sistemò da sola una ciocca sfuggita al fermaglio.

Il matrimonio si fece. Io non c'ero, chiaramente, il mio lavoro finisce all'uscita dalla porta del negozio. Ma Chiara tornò tre settimane dopo, per un ritocco alla cintura dell'abito da riportare in tintoria prima di conservarlo, e mi raccontò il resto mentre le misuravo la vita.

Sua madre non si era presentata al municipio. Nemmeno al ristorante La Loggia, dove ottantadue invitati avevano aspettato il taglio della torta senza la nonna della sposa. Aveva scritto un messaggio due giorni dopo: "Volevo solo che tu venissi. Non pensavo facessi tutto questo per un uomo che lavora al Comune."

Chiara non le rispose subito. Aspettò una settimana, poi andò a trovarla — non da sola, con Davide, cosa che prima non aveva mai fatto. Si sedettero al tavolo della cucina di via Faentina, quello con la tovaglia a quadretti gialli che la signora Bruna teneva da anni, e Chiara tirò fuori una cartellina di plastica trasparente.

Dentro c'era la fotocopia dell'atto con cui, tre anni prima, aveva cointestato con la madre il piccolo bilocale di Settignano ereditato dal nonno — un accordo fatto "per aiutarla con le tasse", diceva sempre la signora Bruna. Chiara vi allegò anche una lettera già firmata dal notaio, pronta per essere depositata: la rinuncia della madre a quella cointestazione, in cambio della restituzione integrale a Chiara di ottantasettemila euro, la cifra che lei aveva versato in tre rate per coprire i lavori di ristrutturazione del tetto e dell'impianto elettrico, tutti pagamenti tracciati sul suo conto alla Banca Popolare di Vicenza, filiale di piazza Beccaria.

— O firmi qui — disse Chiara, posando la penna sul tavolo accanto alla tazzina di caffè che nessuno aveva ancora toccato — o restituisci quello che ho messo io in quella casa. Una delle due cose. Non tutte e due gratis, mamma.

La signora Bruna guardò la cartellina, poi guardò Davide, che non disse nulla e restò seduto con le mani intrecciate sul grembo, come uno che sa che non tocca a lui parlare in quel momento.

Firmò. Con la penna che Chiara le porse, senza che nessuno alzasse la voce, senza scene. Il notaio depositò l'atto il lunedì successivo, in uno studio di Borgo Ognissanti che Chiara aveva scelto apposta perché non era mai stato quello di famiglia.

Da quel sabato di giugno la signora Bruna non è più tornata da me in bottega. L'ho vista una volta, per strada, davanti alla farmacia di piazza Tasso, con un cappotto blu che non conoscevo. Non mi ha salutata, o forse non mi ha vista. Chiara invece è passata a Natale a ritirare uno scialle che le avevo sistemato, e mi ha detto solo, sistemandosi la sciarpa al collo prima di uscire, che al bilocale di Settignano ci vivono ora lei e Davide, e che il tetto, quello nuovo, non perde più una goccia nemmeno con la grandinata di agosto.

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Fajna Tajna
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