Il vestito color lavanda

Ho perso mia figlia un martedì di marzo, tre mesi prima della sua maturità. Si chiamava Anna, aveva diciotto anni e un sogno preciso: Lettere moderne a Bologna. Leggeva di tutto, lasciava pile di libri ovunque, anche sul fornello della cucina. Aveva la mania di nascondere bigliettini: li infilava nelle tasche dei miei cappotti, dentro le scatole dei biscotti, tra le pagine dei libri che mi passava. Frasi strampalate, tipo «Oggi la luna è storta, non cadere». Io li trovavo a distanza di settimane e ridevo da sola in cucina, con gli occhi lucidi. La crescevo da sola da quando aveva quattro anni — suo padre si era volatilizzato prima ancora che lei iniziasse le elementari. Facevo le notti al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bari, turni massacranti, e ogni euro che mettevo da parte era per il suo futuro. Anna lo sapeva, e mi ripagava con una dolcezza che non so da chi avesse preso.

Quel martedì stava tornando a piedi dal liceo classico Socrate. Un motorino guidato da un ragazzino senza patente è salito sul marciapiede. Così, in un secondo. Non c’è stato niente da fare.

I primi due mesi dopo il funerale non ricordo quasi nulla. Non aprivo le persiane, non rispondevo al telefono, bevevo caffè annacquato e fissavo il muro. La sua stanza era una scatola sigillata — non avevo il coraggio di toccare niente. L’odore di Anna era ancora lì, intrappolato nelle tende di lino che aveva scelto al mercatino dell’usato.

Poi è arrivato giugno. La città si riempiva di ragazzi con i volti tirati per l’esame, e io sentivo un nodo allo stomaco ogni volta che vedevo una ragazza della sua età. Mi sono detta: o apro quella porta adesso, o non la apro più.

Il vestito era nell’armadio, ancora dentro la custodia di tela della sartoria. Anna l’aveva cercato per settimane. Lo aveva trovato in un negozietto di Putignano, un abito color lavanda con una gonna a ruota che lei chiamava «da ballo vintage». L’aveva pagato con i soldi delle ripetizioni di latino che dava ai ragazzi del biennio. Se l’era fatto accorciare due volte perché la lunghezza non la convinceva mai. Quando l’ho visto appeso lì, ho sentito un colpo nel petto così forte che ho dovuto sedermi sul letto. Sono rimasta lì un’ora, forse due, con la custodia in grembo.

Il giorno dopo ho chiamato don Franco, il parroco del quartiere Libertà. Gli ho detto: «Conosce una ragazza che per l’esame non ha i soldi per il vestito? Io ne ho uno. Nuovo. Lo vuole?». Mi ha richiamato la sera stessa. La ragazza si chiamava Chiara, veniva da una famiglia numerosa del rione San Paolo — padre in cassa integrazione, madre che faceva le pulizie. Chiara era stata ammessa con il massimo dei voti e sognava Medicina. Don Franco mi ha detto: «Non so come ringraziarti». Io non volevo ringraziamenti. Volevo solo che quel vestito uscisse di casa.

La mattina del giorno dell’esame di Stato ero in cucina, con la moka che borbottava sul fuoco e la radio accesa a volume basso. Fuori i muri del palazzo erano già roventi, aria ferma di giugno barese, quella che puzza di asfalto e di sale. Il gatto della signora Caputo del terzo piano stava accovacciato sul davanzale, immobile come una statua egizia.

Un clacson ha squarciato l’aria ferma del mattino. Potente. Poi un altro. Mi sono affacciata alla finestra e ho visto una Fiat 500 nera, lucida, di quelle a noleggio per le cerimonie, parcheggiata proprio davanti al portoncino di via Gorizia.

L’autista è sceso, ha aperto la portiera posteriore. Io sono scesa in strada in ciabatte, con il cuore che mi martellava nella gola.

Dentro c’era Chiara. Aveva il vestito di Anna addosso.

Non respiravo più. La stavo guardando e non respiravo. Quel colore lavanda le stava benissimo, le illuminava la pelle scura — sua madre era di Capo Verde. Aveva i capelli raccolti in una treccia alta, un filo di trucco leggero. Piangeva, il respiro corto, lacrime che le rigavano le guance senza che lei si muovesse per asciugarle.

Mi sono bloccata a due metri dalla macchina. «Che succede?», sono riuscita a dire.

Lei ha allungato una mano e mi ha mostrato una busta bianca, di quelle semplici da cartoleria.

«L’ho trovata ieri sera», ha detto, con voce che si incrinava. «Era cucita nella fodera della gonna. Sul lato sinistro. L’ho sentita sotto le dita mentre la provavo per l’ultima volta.»

La busta era sigillata. L’ho presa e le mie mani tremavano così forte che quasi la strappavo. L’ho aperta. Dentro c’era un foglio di carta a quadretti, strappato da uno dei suoi quaderni. E, incastrata nella piega, una forcina per capelli: dorata, con una farfallina smaltata. Di quelle che Anna metteva sempre a coppie.

Il biglietto diceva: «Se stai leggendo questo, vuol dire che il vestito l’ha scelto un’altra. Io cambio idea in continuazione, lo sai. Ma se addosso a te sta bene, allora è proprio il posto giusto. Goditelo. Balla fino all’alba. E quando qualcuno ti chiede che cosa farai da grande, tu rispondi che hai in mente qualcosa di grosso. Perché è vero, per tutti. Non mollare mai, vale. Anna».

Chiara ha tirato su col naso e ha proseguito, stringendo le mani sulla gonna: «Io da due anni sogno Medicina, ma il test di ammissione mi fa una paura tremenda. Però stanotte, dopo aver letto, non ho più avuto dubbi. Oggi vado a fare la maturità con la sua grinta. A settembre mi gioco il test, e qualsiasi cosa succeda, non mollo. È come se mi avesse passato il testimone.»

Io tenevo la forcina tra le dita, il mio respiro si era fatto pesante. Lei ha indicato la farfallina smaltata.

«Era sua, vero?»

Ho girato la forcina controluce. «Tienila. Oggi vale anche per te.»

L’ho abbracciata. Non un abbraccio formale — l’ho stretta forte, ho sentito il tessuto del vestito sotto le dita, lo stesso che avevo stirato io due sere prima con una lentezza da cerimonia. La moka sul fuoco si era spenta da un pezzo, il gatto della signora Caputo si era messo a miagolare, e in tutto quel casino minuscolo io ho capito che il dolore non se n’era andato. Era ancora lì, ma aveva cambiato forma.

Chiara è salita in macchina. Lo zio ha rimesso in moto e la 500 si è allontanata verso corso Cavour, direzione scuola. Io sono rimasta sul marciapiede finché non l’ho vista svoltare. Poi ho guardato in su, verso il quarto piano. Il vicino del bucato ha sollevato una molletta colorata, un segno di intesa: tutto a posto?

Gli ho alzato una mano aperta. Poi sono entrata in casa, ho messo il biglietto di Anna dentro una cornice, accanto alla foto del suo primo giorno di scuola, e ho aperto tutte le finestre.

Rate article
Fajna Tajna
Il vestito color lavanda