La telecamera sopra la porta di servizio

Erano le cinque e mezzo del pomeriggio, il cielo di Parma era già scuro e l’aria gelata tagliava il cortile posteriore del Conservatorio Arrigo Boito. Io ero seduta sull’asfalto, con le mani sulle ginocchia e gli occhi che non riuscivano a staccarsi dal fumo che usciva dal bidone metallico. Dentro c’era stato il violino che mio padre aveva costruito con le sue mani, pezzo dopo pezzo, per quasi un anno. Il ponte si era piegato come un insetto schiacciato, due corde penzolavano dal riccio e il legno scuro crepitava ancora dopo che il custode aveva vuotato l’estintore.

Non piangevo. Sentii il gelo dell’asfalto attraverso la gonna sottile e il cuoio delle ginocchia spellate. Dentro al petto, un vuoto freddo come quando da bambina lasciavo cadere un bicchiere e aspettavo che papà sospirasse. Non sospirò nessuno, quella volta.

Eppure, dieci minuti prima, tutto era ancora normale. O quasi.

Mi chiamo Alessia Ferri, ho diciassette anni e frequento il quarto anno con una borsa di studio che mi copre la retta di quattromilacinquecento euro ma non le spese quotidiane. Mio padre Paolo fa il cameriere alla Trattoria Corrieri, in via d’Azeglio, e il fine settimana consegna pizze in sella a un Piaggio Liberty del ’98 che perde olio e fa un fumo azzurro a ogni semaforo. Mio fratello Matteo ha tredici anni e, quando torno a casa la sera, trovo sempre il suo piatto con la cena coperto da un canovaccio, perché lui mangia prima e poi si mette a studiare al tavolo della cucina. La mamma se n’è andata nove anni fa; papà non ne parla quasi mai, ma ha iniziato a costruire mobili in cantina per tenere le mani occupate.

Fu proprio in quella cantina che prese forma il mio violino. Papà recuperò un vecchio armadio di acero buttato da un antiquario di via Farini, lo smontò tavola per tavola e passò serate intere a incollare, levigare, accarezzare il legno con una pazienza che non ho mai più ritrovato in nessuno. Non era uno Stradivari, aveva il filetto storto sulla fascia e la vernice opaca sulla cassa, ma quando lo accordavo vibrava come se conoscesse già le note che avrei suonato.

Quella mattina mi ero svegliata alle cinque e venti per pelare patate e cipolle nella cucina della mensa universitaria: due sacchi da dieci chili, la paga era di quindici euro a turno. Poi ero andata in classe con la camicia ancora umida di sudore, dopo aver infilato nello zaino un tozzo di pane da un euro e venti del forno di via Bixio. Alle audizioni di dicembre avevo vinto il posto di primo violino nell’ensemble invernale: il concerto era fissato per quella sera stessa, alle venti e quindici. Avevo il nodo allo stomaco, ma mi sentivo come una vite che trova il suo filetto: al posto giusto.

Non sapevo che Camilla Galli, la ragazza che mi era passata davanti di un soffio alle selezioni, mi stesse aspettando vicino all’ingresso delle forniture, insieme alle sue due amiche Bianca e Martina.

Arrivarono mentre ero china a ritirare un pacco di spartiti per il direttore. La porta di servizio era aperta e vicino al muro c’era un bidone dell’immondizia grande, di quelli che i bidelli usano per bruciare cassette di legno e cartoni quando le temperature scendevano sotto lo zero. Sentii il tacco degli stivali di Camilla picchiettare sul cemento.

«Ferri, ti sei persa? La tua famiglia non può permettersi nemmeno il riscaldamento, figuriamoci un palco vero.»

Aveva il tono di chi trova divertente spezzare un ramoscello. Le altre due risero di rimando, spostandosi per chiudermi il passaggio.

Strinsi la custodia contro il petto. «Camilla, ho le prove alle sei e un quarto. Lasciami passare.»

Lei fece un passo avanti e con uno strattone mi tolse lo strumento dalle mani. «Questo coso l’ha costruito tuo padre in cantina? Sembra un giocattolo del mercatino dell’usato.» Lo rigirò fra le dita, diede un colpetto al ponticello con l’unghia. Poi guardò il bidone che fumava a pochi metri.

«Sai che ti dico? Un violino così non dovrebbe nemmeno entrare in conservatorio.»

Lo lanciò. Lo vidi roteare nell’aria e sparire dentro il bordo arrugginito. Feci due passi in avanti, gridai qualcosa che nemmeno ricordo. Il custode Mario, che stava portando fuori dei sacchi, mi afferrò per un braccio e mi tenne ferma, perché le fiamme erano ripartite appena il legno e la vernice toccarono la brace. Camilla e le altre scoppiarono a ridere e si infilarono nell’edificio senza voltarsi. Io rimasi impalata a guardare il fumo denso che saliva verso il cielo viola. Poi le gambe cedettero e mi ritrovai seduta sul marciapiede.

Quella porta di servizio era videosorvegliata da fine novembre. Due violoncelli e una tromba erano spariti dalla sala prove accanto, e il consiglio d’istituto aveva fatto installare una telecamera compatta con microfono proprio sopra l’architrave. Un cartello bianco “Area videosorvegliata” era stato appiccicato con il nastro telato. Mario, il custode, dopo aver spento il fuoco, andò nel gabbiotto della sorveglianza e guardò le registrazioni. La telecamera aveva ripreso ogni cosa: il tono di Camilla, le mie parole spezzate, la traiettoria del violino prima di scomparire nel fuoco. Chiamò subito il direttore, il professor Ettore Ferrari.

Dopo qualche minuto mi alzai a fatica, raccolsi la custodia vuota e corsi dentro. Volevo prendere la mia borsa dall’armadietto numero diciotto e andarmene a casa senza parlare con nessuno. Il pensiero di raccontarlo a mio padre mi stringeva lo stomaco. Lui avrebbe detto che non importava, che si poteva ricominciare, ma io sapevo quante consegne extra gli erano costati quei pezzi di acero.

Prima che potessi arrivare agli armadietti, Mario mi fermò nel corridoio. «Ferrari ti vuole in ufficio. Adesso.»

Mi sedetti davanti alla sua scrivania di noce. Lui non disse niente per un lungo momento, poi posò un tablet e fece scorrere il video. Rividi la scena da un’altra angolazione: la mia schiena curva, Camilla che lanciava, le fiamme che lambivano il riccio. La mia voce che diceva “ti prego”, due volte. Sentii un ronzio nelle orecchie. Lui fermò l’immagine.

«Mario mi ha avvisato cinque minuti fa. Ho visto tutto.» Non aggiunse altro.

Poi aprì un armadietto a muro e tirò fuori una custodia rigida blu scuro, senza scritte. La appoggiò sulla scrivania.

«Questo violino è mio. Lo suonavo quando avevo la tua età. È rimasto chiuso per trent’anni in una vetrina; stasera voglio che lo usi tu.»

Lo fissai. Lui si appoggiò allo schienale.

«Anch’io sono entrato in questo conservatorio con una borsa di studio, quarant’anni fa. Mio padre faceva il postino e si metteva le suole di cartone dentro le scarpe per farle durare. Una sera, prima di un’audizione importante, due compagni mi rubarono il violino in prestito e lo nascosero nell’intercapedine del solaio. Lo ritrovai dieci giorni dopo, ma la commissione aveva già scelto. Decisi che sarei diventato insegnante. E quando Mario mi ha detto cosa aveva preso la telecamera, ho capito che era il momento di tirarlo fuori. Il tuo posto sul palco te lo sei guadagnato, e nessuno te lo porterà via.»

Posò una cartellina gialla. «Questa è una borsa di studio permanente. Copre retta, vitto, trasporti e le future audizioni in accademia. L’ho finanziata vendendo il mio ultimo strumento di valore, qualche anno fa. È tua, se la vuoi.»

Firmai con la penna che mi allungò. La mano mi tremava ancora. Lui mi passò la custodia blu. «Hai più di un’ora. Vai in sala prove a provarlo. Il concerto è alle otto e un quarto.»

In sala prove, chiusi la porta e aprii la custodia. Lo strumento era ambrato, con fasce di acero fiammato e una vernice calda come miele. L’archetto era nuovo, due panetti di colofonia e un mazzo di corde di ricambio. Non c’era biglietto: le parole di Ferrari mi bastavano. Lo accordai, attaccai le prime battute dell’Allegro del Concerto in la minore di Vivaldi e la stanza si riempì di un suono scuro che non avevo mai sentito uscire dalle mie mani.

Alle otto e dieci ero sul palco. Mio padre era in fondo, con il giaccone da lavoro sporco di farina e una macchia di sugo sulla manica. Durante l’Allegro si asciugò gli occhi con il dorso della mano tre volte. Io smisi di guardare la platea dopo il primo minuto e suonai per lui, per il violino bruciato e per tutte le mattine passate a pelare patate prima dell’alba.

Il giorno dopo, Camilla venne sospesa. I suoi genitori arrivarono in segreteria con un assegno di ventimila euro, ma il direttore lo restituì con una frase sola: «Qui non si compra l’impunità.» Camilla dovette frequentare un laboratorio di falegnameria nel semestre successivo, come parte del percorso di recupero.

Sette mesi dopo, un pomeriggio di maggio, io stavo provando da sola nella sala insonorizzata. La porta si aprì senza bussare. Camilla attraversò la stanza, posò sul leggio quattro piccoli piroli di acero anneriti, quelli del mio violino. Erano stati levigati di recente, la bruciatura aveva lasciato venature scure che sembravano crepe. Non disse nulla, solo un gesto del mento verso di me. Poi uscì e chiuse piano.

Adesso, quando finisco di suonare, a volte prendo uno di quei piroli dalla tasca del giaccone e lo rigiro fra le dita. Sfrego il legno scalfito finché l’odore di fumo e colofonia non mi resta sulla pelle per tutta la notte.

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Fajna Tajna
La telecamera sopra la porta di servizio