Mia suocera crede ancora che io abbia rovinato la famiglia per una vecchia taverna sul mare. Non l'ho corretta. A che serve spiegare il sole a chi è nato in una cantina?
La sera in cui Matteo tornò a casa con l'ultimatum era un giovedì di inizio giugno. L'aria sapeva di sale e di cemento arroventato, le cicale impazzivano nei pini del cortile. Avevo passato il pomeriggio a rincorrere un fornitore che aveva sbagliato l'ordine dei tessuti, il telefono mi era morto due volte, e quando infilai la chiave nella toppa del nostro appartamento a Bari, in via Melo, tutto quello che volevo era una doccia e dieci minuti senza parole.
Matteo era seduto al tavolo del balcone. Davanti a sé aveva due birre, una già vuota. Non alzò la testa quando entrai.
— Dobbiamo parlare, Chiara.
Va bene, pensai. Parliamo. Posai la borsa e tolsi le scarpe impolverate. Era uno di quei momenti in cui il corpo capisce prima della mente: le spalle mi si irrigidirono da sole.
— Il locale che ti ha lasciato tuo nonno va venduto — disse, con la calma di chi ha già deciso tutto. — I soldi servono a mia cugina Martina. Ha trovato un trilocale a Monopoli, ma senza anticipo la banca non le concede il mutuo. Se vendiamo ora, entro un mese lei e il bambino hanno una casa. Se non vendiamo…
Fece una pausa. La seconda birra era ancora piena, ma lui la fece ruotare tra le dita.
— Se non vendi, Chiara, io non vedo come possiamo andare avanti.
Non lo guardai subito. Fissai il pavimento, le piastrelle a mosaico che avevo scelto io cinque anni prima, quando Matteo si era trasferito da me. Poi andai in cucina e mi versai un bicchiere d'acqua dal rubinetto. Il sapore del cloro mi diede un piccolo, vigliacco conforto.
— Hai appena detto che andarsene è un'alternativa?
— Ho detto che non so come potremmo andare avanti se non fai questo passo. È diverso.
— No, Matteo. È esattamente la stessa frase con le parole in ordine diverso.
Lui sbatté la bottiglia sul tavolino di ferro battuto. Il rumore rimbalzò contro la facciata del palazzo di fronte.
— Sei sempre così. Devi smontare ogni discorso, trovare la virgola fuori posto. Sto parlando di aiutare una persona che sta male, e tu ti attacchi alla forma.
La taverna me l'aveva lasciata mio nonno otto anni prima. Un bugigattolo di pietra a picco sugli scogli, a Polignano a Mare, con una terrazza grande quanto un fazzoletto e un pergolato che sapeva di uva fragola. Mio nonno ci aveva tenuto una piccola rivendita di attrezzi da pesca, poi, da pensionato, ci passava i pomeriggi a riparare reti e a litigare con i turisti che parcheggiavano davanti all'ingresso. Dopo la sua morte avevo aspettato un anno che le pratiche di successione facessero il loro corso, poi avevo intestato tutto a me. Matteo all'epoca ancora non lo conoscevo.
Quando arrivò nella mia vita, tre anni dopo l'eredità — cinque anni fa — il locale non gli interessava. «Che te ne fai di un buco pieno di ruggine?», aveva detto una volta. Poi sua cugina Martina aveva cominciato a litigare col marito, e il buco pieno di ruggine era diventato improvvisamente una soluzione.
— Martina può venire a stare lì — proposi, appoggiandomi al lavello. — Non le faccio pagare l'affitto per un anno, finché non si sistema.
Matteo scosse la testa.
— Non funziona. Il locale è lontano da scuola, dal lavoro. E poi ha bisogno di qualcosa di suo, non dell'elemosina.
— Elemosina? Le offro un tetto gratis, si chiama solidarietà.
— Si chiama mettere una toppa. Lei deve ricominciare, non accamparsi nella topaia di tuo nonno. Vendere è la cosa giusta.
Lo guardai. Aveva la camicia stirata di fresco, il taglio di capelli rifatto da pochi giorni. Un uomo che si prepara a una riunione importante.
— Da quanto tempo ci stai lavorando?
— Cosa?
— A questa proposta. Da quanto tempo la stai preparando?
Matteo si alzò ed entrò in casa, scansandomi per prendere il telefono sul divano.
— Non sto “lavorando” a niente. Martina è disperata, mi ha chiamato, io ho pensato che tua nonna…
— Mio nonno.
— Trovare una soluzione che aiuti tutti. Punto.
— Quindi non hai già sentito un agente immobiliare?
Le sue dita si fermarono sullo schermo per un quarto di secondo di troppo.
— Ho fatto una chiacchierata informale. Per capire il valore.
— Con chi?
— Un tizio che conosco.
— Nome.
Matteo gettò il telefono sul divano.
— Vincenzo. Lascia stare, è irrilevante.
No, non lo era. Vincenzo De Palo lo conoscevo. Ex compagno di università di Matteo, passato dalle consulenze aziendali al mercato immobiliare sulla costa con la stessa delicatezza di un tonno in una rete. Uno che a un funerale ti chiederebbe se il defunto aveva una seconda casa.
— Matteo, tu hai già fatto valutare il mio locale?
— Ho chiesto un parere.
— A Vincenzo De Palo.
— Sì.
— E che parere ti ha dato?
Lui inspirò. Poi, per la prima volta, mi guardò dritto negli occhi.
— Che in questo momento il mercato a Polignano è alle stelle. Potremmo prendere molto più di quanto immagini.
“Potremmo”. Disse “potremmo”.
— Quanto?
— Abbastanza per l'anticipo di Martina e per qualcos'altro.
— Qualcos'altro tipo?
Matteo fece un gesto vago con la mano. Il gesto di chi sa di essere arrivato al punto critico e spera di passarci sopra con un movimento del polso.
— Magari mi prendo una pausa dal lavoro. Ho dato troppo al mio capo, ultimamente.
La testa cominciò a pulsarmi all'altezza delle tempie. La stanchezza della giornata, la doccia che non avevo fatto, il fornitore dei tessuti — tutto si fuse in una specie di corrente elettrica che mi risaliva la schiena.
— Ricapitolo. Tu vuoi che io venda il locale di mio nonno. I soldi andrebbero in parte a Martina, per un appartamento che sarà intestato a lei. In parte andrebbero a te, per startene a casa a riposare. E in questa equazione io cosa ci guadagno, esattamente?
— La nostra famiglia. Resta intera.
Scoppiai a ridere. Una risata secca, brutta, che mi graffiò la gola.
— La famiglia. Tu mi stai chiedendo di pagare per tenerti.
— Non la mettere così.
— Come dovrei metterla? Tu hai appena detto: vendi o io me ne vado. È la definizione da manuale di ricatto.
Matteo attraversò la stanza e mi prese le mani. Il contatto mi diede un brivido, non di piacere.
— Io ti amo, Chiara. Ma non sopporto più il tuo egoismo. Hai questo posto che non usi, che cade a pezzi, e quando qualcuno ha bisogno ti trinceri dietro “è mio, è mio, è mio”. Non è così che funziona un matrimonio.
Ritirai le mani.
— Parliamone. Cosa hai messo tu nel matrimonio?
— Tutto me stesso.
— No, non me stesso. Cosa hai messo? Cose. Oggetti. Soldi.
Lui si passò la lingua sulle labbra. Questo gesto lo faceva sempre quando stava per mentire.
— Ho messo l'appartamento.
— L'appartamento è mio. Comprare prima di conoscerti, intestato solo a me.
— Ma ci viviamo insieme.
— Appunto. Tu ci vivi. Non lo possiedi. Proprio come la taverna di mio nonno.
— Ho messo la macchina.
— Intestata a tua madre.
Matteo sbiancò leggermente. Non si aspettava che sapessi della macchina. L'avevo scoperto per caso sei mesi prima, sfogliando delle carte nel cassetto sbagliato. Non avevo detto niente, aspettavo che fosse lui a parlarne. Non l'aveva mai fatto.
— È un dettaglio tecnico — mormorò.
— Certo. Come il fatto che hai già portato Vincenzo a Polignano.
Il silenzio che seguì era così spesso che sentii il frigo riattivare il motore, due piani sotto di noi.
— Chi te l'ha detto? — chiese.
Il mio vicino di taverna, Tonino, un vecchio pescatore di settantasei anni che d'estate dormiva sulla veranda con una radiolina accesa e sapeva riconoscere la sagoma di un estraneo da mezzo chilometro. Mi aveva chiamato il giorno prima: «Chiara, c'erano due tizi davanti alla tua porta. Quello alto parlava di un open space e di buttare giù la parete in tufo. Io gli ho detto che se provavano a toccare il muro, chiamavo i carabinieri. Loro si sono allontanati, ma quello basso ha preso delle misure col telefono».
— Tonino — dissi. — Il mio vicino. Ha visto te e Vincenzo. Domenica scorsa.
Matteo si lasciò cadere sul divano. La schiena affondò nei cuscini come se all'improvviso pesasse il doppio.
— Volevo solo capire quanto valeva.
— Senza dirmi niente.
— Se te l'avessi detto, avresti fatto la solita scenata.
— Quale scenata? Io non faccio scenate, Matteo. Io faccio domande. E tu non sopporti le domande perché ti costringono a guardare in faccia quello che stai facendo.
— E cosa starei facendo?
Mi chinai verso di lui, appoggiando le mani sullo schienale del divano.
— Stai cercando di vendere la mia proprietà alle mie spalle, per finanziare tua cugina e pagarti un anno sabbatico, e hai provato a mascherarlo da “salviamo il matrimonio”. È una truffa. Una piccola, sporca truffa familiare.
Lui scattò in piedi.
— Non permetterti.
— Cosa? Di chiamare le cose col loro nome? Ti ha chiesto molto, Vincenzo, per fare da prestanome?
Matteo alzò una mano. Non per colpirmi — non l'aveva mai fatto — ma per fermarmi, come se le mie parole fossero calci.
— Tu sei pazza. Io cerco di aiutare tutti e tu mi accusi di… cosa? Associazione a delinquere?
— No, ti accuso di aver portato un estraneo a ispezionare casa mia senza il mio permesso. Il resto è solo contorno.
Il campanello suonò. Sussultammo entrambi. Matteo guardò l'orologio — le ventuno e trenta — poi andò ad aprire. Sul pianerottolo c'era Martina in lacrime, con suo figlio di quattro anni aggrappato a una gamba.
— Matteo, scusami, non sapevo dove andare. Luca mi ha chiuso fuori casa. Di nuovo. Ho solo il passeggino e una borsa.
Mia cugina acquisita, vestita con un abitino a fiori e i sandali infangati, singhiozzava nell'androne. Il bambino mi guardò con gli occhi sgranati.
Era tutto troppo perfetto. Troppo a orologeria. La scenata del divano dieci minuti dopo la mia ora di rientro, e adesso questo. Dovevo decidere in fretta cosa fare.
Li feci entrare. Preparai una camomilla, tirai fuori dei biscotti per il piccolo. Martina si sedette al tavolo del balcone, le spalle scosse dai singhiozzi.
— Non so come fare, Chiara. Se non trovo un posto entro l'estate, Luca chiederà l'affido esclusivo. Dice che non posso crescere un bambino in una casa senza contratto d'affitto.
— Per questo la taverna — dissi, guardando Matteo.
Lui era in piedi contro lo stipite, le braccia conserte. Sembrava quasi sollevato che il dramma fosse finalmente esploso.
— Visto? — disse. — Non è un capriccio. È una questione di sopravvivenza.
— E per questo tu e Vincenzo eravate lì domenica con il telemetro?
Martina alzò la testa dalla camomilla.
— Vincenzo? L'agente immobiliare?
— Sì, Vincenzo. L'amico di Matteo. Quello che ha già valutato il mio locale senza che io ne sapessi niente.
La ragazza guardò suo cugino. Un lampo di confusione le attraversò il viso.
— Ma… avevi detto che eravate già d'accordo. Che dovevamo solo scegliere il notaio per il rogito.
La stanza divenne improvvisamente più piccola.
— Glielo hai detto, Matteo? Hai detto a tua cugina che ero d'accordo?
Lui staccò le braccia dallo stipite davanti a sé. Non aveva più l'aria sicura di prima. Somigliava al bambino sorpreso a rubare la marmellata con le dita ancora sporche.
— Dovevo trovare una soluzione in fretta. Martina era disperata, io…
— Hai mentito. A tutti. Hai mentito a me facendo finta di discutere, e hai mentito a tua cugina dicendo che io avevo già firmato il consenso.
Martina posò la tazza sul tavolino. Il bambino continuava a mordicchiare un biscotto come se niente fosse.
— È vero? — chiese a Matteo. — Lei non ha mai detto di sì?
— Dovevamo solo convincerla.
— No — dissi io, alzandomi. — Non dovevate convincermi. Dovevate chiedermelo. È una differenza sostanziale.
Quella notte non dormii. Alle tre del mattino, mentre Martina e il bambino riposavano nella stanza degli ospiti e Matteo russava sul divano, io stavo seduta in cucina con il computer acceso. Feci alcune ricerche. Poi chiamai mio padre, a Monopoli.
— Papà, scusami per l'orario.
— Non stavo dormendo, stavo aggiustando la caldaia. Che succede?
— Domani vado a Polignano. Devo cambiare la serratura della taverna. Chi aveva le chiavi di scorta?
— Solo io e te. Perché?
— Perché qualcuno c'è entrato lo scorso weekend e ha preso le misure per un progetto di ristrutturazione.
Mio padre rimase zitto qualche secondo.
— Vengo con te. Passo a prenderti alle sette.
Prima di uscire, presi le carte della taverna dalla cassetta di sicurezza in camera da letto. Inserii il fondo della borsa. Poi mi fermai in corridoio, con il bicchiere di Martina in mano, quello che aveva usato per la camomilla. Lo osservai controluce: il rossetto sul bordo, le impronte. Una prova del suo passaggio, pensai. Mi serviva a qualcosa? No. Appoggiai il bicchiere nel lavello e lo lavai. Non avevo bisogno di prove contro Martina. Lei era solo un'altra pedina.
La mattina dopo, alle sette in punto, mio padre parcheggiò sotto casa col suo furgoncino bianco. Era un uomo asciutto, di poche parole, con le mani piene di calli. Per trent'anni aveva montato impianti elettrici nei palazzi antichi del centro storico, e sapeva riconoscere un cortocircuito a colpo d'occhio.
Quando arrivammo alla taverna, trovammo Tonino già sveglio. Appoggiato al suo cancello arrugginito, beveva caffè da un bicchierino di plastica.
— Sono tornati — disse senza preamboli. — Ieri sera tardi, verso le dieci. Stessa macchina, una Audi grigia. Sono rimasti una decina di minuti, poi sono andati via. Quello basso aveva in mano una torcia potente e dei documenti.
— Hanno provato a entrare? — chiese mio padre.
— No, sono rimasti fuori. Quello basso indicava la porta e parlava, ma non hanno messo mano alla serratura. Solo guardato l'ingresso e si sono scambiati dei fogli. Poi sono risaliti in macchina e sono andati verso la litoranea.
Mio padre infilò la chiave nella toppa e aprì. Dentro, tutto era come l'avevo lasciato: la vecchia cassa di legno, le sedie impagliate, le reti appese al soffitto, i muri di tufo con ancora l'odore del mare incrostato. Ma sulla soglia, a terra, c'era un biglietto da visita che non avevo mai visto. Qualcuno l'aveva fatto scivolare sotto la porta.
«Vincenzo De Palo — Consulente immobiliare. Vendita e acquisto proprietà di pregio».
Accanto al nome, scritto a penna: «Chiamami. L'offerta è ancora valida».
Mio padre lo raccolse e me lo porse. Poi si tolse il cappello e se lo mise in tasca, il gesto che faceva solo quando era preoccupato.
— Qualcuno gli ha aperto, domenica. Per prendere le misure dovevano essere dentro.
— Non qualcuno. Matteo. Aveva una copia della chiave. Deve averla duplicata mesi fa senza dirmelo.
— E adesso?
— Adesso cambio la serratura. Poi vado a trovare Vincenzo.
L'ufficio di Vincenzo era a Bari, in un palazzo moderno vicino al lungomare, con le pareti di vetro e una segretaria che masticava chewing-gum leggendo una rivista. Entrai senza appuntamento. Lui alzò lo sguardo da una pratica, mi riconobbe e il suo viso si congelò a metà.
— Chiara. Che piacere.
— Toglimi una curiosità, Vincenzo. Se io sono la proprietaria, e non ho mai firmato nessun incarico, in base a cosa stai cercando di vendere il mio immobile?
Lui si appoggiò allo schienale della poltrona in pelle, incrociando le dita sulla pancia.
— Tuo marito mi ha detto che avevate un accordo.
— Mio marito ti ha mentito. Io quell'accordo non l'ho mai dato. Non l'ho mai visto. E adesso scopro che sei entrato nel mio locale — hai lasciato un biglietto da visita sotto la porta ieri sera, ma domenica eri dentro con lui a prendere le misure. Secondo te, come dovrei prenderla?
Vincenzo sospirò.
— Senti, io faccio il mio lavoro. Se due coniugi mi dicono che vogliono vendere, io vado, valuto, cerco acquirenti. Non sta a me verificare i loro dissidi interni.
— Non è un dissidio. È un illecito. Tu stai pubblicizzando una proprietà senza mandato.
— Non ho pubblicizzato niente. Ho solo mostrato il locale a un potenziale interessato.
— Che è esattamente la definizione di “pubblicizzare”.
La segretaria aveva smesso di leggere la rivista. Ascoltava.
— Quanto ti aveva promesso Matteo? — chiesi, abbassando la voce. — Una percentuale sulla vendita? Un tot al nero?
Vincenzo si alzò con lentezza.
— Non sono tenuto a rispondere.
— No, non lo sei. Ma io ho un vicino che ha visto te e Matteo entrare nella mia proprietà senza autorizzazione. Ho il tuo biglietto da visita, infilato sotto la mia porta dopo un secondo sopralluogo. E ho la testimonianza di Martina, la cugina di Matteo, che mi ha confermato che voi le avevate già promesso l'appartamento. Se non vuoi che chiami il mio avvocato, mi dici tutto. Adesso.
Ci fu un lungo minuto di silenzio. L'orologio a muro ticchettava. Poi Vincenzo si sbottonò il colletto della camicia.
— Matteo mi aveva promesso il tre percento se trovavo un acquirente entro giugno. Diceva che c'era urgenza: la moglie stava accettando solo perché ricattata emotivamente, testuali parole.
— Ricattata emotivamente.
— Disse: “Le metto paura, la minaccio di andarmene, e lei cede”. Dovevo solo trovare un compratore in fretta, prima che cambiasse idea. Avevo già un tedesco interessato. Ottantacinquemila euro, pagamento in contanti.
Ottantacinquemila. Meno della metà del valore reale, anche senza riqualificazione. Il mercato a Polignano era alle stelle, Vincenzo stesso lo sapeva.
— Quanto doveva finire a te?
— Il tre percento, ti ho detto.
— No. Quanto doveva finire a te *in più*, in modo informale?
Vincenzo deglutì. Poi aprì un cassetto e ne tirò fuori un foglio con dei calcoli a matita. C'era una cifra, cerchiata: cinquemila euro, aggiunti al suo compenso ufficiale. Soldi che sarebbero usciti dalla tasca di Matteo — ovvero, dalla mia vendita.
— Volevo stracciare questo foglio — mormorò.
— Invece me lo dai.
Lo piegai e lo infilai nella borsa. Mi alzai, lisciandomi la gonna.
— Oggi pomeriggio chiami il tuo acquirente tedesco e annulli tutto. Poi mandi una comunicazione ufficiale via mail, in cui dichiari che hai agito senza mandato e rinunci a qualsiasi pretesa sul mio immobile. Se domani mattina quella mail non è nella mia casella, il prossimo incontro lo facciamo col mio avvocato.
Uscii senza aspettare risposta. Fuori, il sole picchiava già sulle vetrate dei palazzi e un venditore di cocco tagliava fette ghiacciate a due turiste tedesche. Il mondo andava avanti, normale, caldo, indifferente.
Tornai a casa verso le due del pomeriggio. Martina era ancora lì, il bambino giocava con le macchinine sul pavimento del soggiorno. Matteo era in cucina, che fissava una tazzina sporca sul tavolo.
— Ho parlato con Vincenzo — dissi, appoggiando la borsa.
Il suo sguardo ebbe un fremito. Un piccolo, impercettibile terremoto.
— Tutto qui? — chiesi. — Non hai niente da dirmi?
— Io volevo solo fare in fretta.
— Volevi fare in fretta perché sapevi una cosa che io non sapevo. Tuo cugino lavora all'ufficio tecnico del comune di Polignano. Ti aveva detto della delibera sulla riqualificazione del lungomare prima che diventasse pubblica. Il valore della taverna triplicherà entro due anni, e tu volevi vendere prima che io lo scoprissi.
Martina alzò la testa. La sua faccia era il ritratto dell'incredulità.
— La riqualificazione? Non me ne hai parlato, Matteo.
Lui sbatté la tazzina nel lavello. Si ruppe.
— Perché non c'entrava! Io cercavo di risolvere un problema. Tutti quanti avevano bisogno: tu, io, il bambino. E lei con questa stupida taverna arrugginita che si ostina a tenere per chissà quale motivo!
— Il motivo è che è mia — dissi, calma. — E che tu non avevi il diritto di disporne. Né per tua cugina, né per la tua percentuale con Vincenzo, né per la riqualificazione del lungomare che mi hai tenuto nascosta.
Martina scattò in piedi. Prese il bambino per mano.
— Mi hai detto che Chiara era d'accordo.
— Dovevo farlo. Tu eri alla canna del gas, non potevo starti a spiegare i dettagli.
— Non sono un dettaglio — risposi. — Io sono la proprietaria. E tu hai costruito un castello di bugie per vendermi a mia insaputa.
Martina scoppiò a piangere di nuovo. Ma questa volta erano lacrime diverse: di rabbia, di vergogna. Prese la sua borsa e il bambino e uscì senza dire una parola.
Rimanemmo soli. Io, Matteo, e i cocci della tazzina nel lavello.
— Vattene — gli dissi.
— Cosa?
— Prendi le tue cose e vattene. Vai da tua madre, vai in albergo, vai in una panchina. Non è più un problema mio.
— Tu non puoi cacciarmi.
— Certo che posso. La casa è mia. Il contratto d'affitto non c'è. Non siamo sposati in comunione dei beni. Legalmente, tu sei un ospite. E l'ospitalità è revocata.
Matteo aprì la bocca per ribattere, ma non gli uscì niente. La mascella gli tremava leggermente. Poi, a voce bassissima:
— Pensavo mi amassi.
— Ti ho amato. Ma tu hai cercato di derubarmi. Le due cose non possono convivere.
Prese la sua roba in fretta: un beauty, dei vestiti, il caricabatterie. Lasciò le chiavi sul tavolino all'ingresso, senza una parola. Sentii i suoi passi sulle scale, il portone che sbatteva, il vuoto che tornava a riempire la casa.
Tre mesi dopo era settembre. La taverna era ancora mia. Avevo fatto ristrutturare la veranda da mio padre e da Tonino, che si era rivelato un mago delle piastrelle. Avevo aperto un piccolo laboratorio di tessuti artigianali sul retro, usando le stoffe del mio fornitore di Bari. I turisti passavano, guardavano, compravano. Niente di eclatante, ma abbastanza per pagare le bollette e mettere via qualcosa.
Con Martina ci eravamo riviste una volta. Mi aveva chiesto scusa, e io le avevo creduto. Non era cattiva, era solo fragile e spaventata. Le avevo offerto di usare il magazzino come deposito per le sue cose durante il trasloco, e lei aveva accettato con un filo di voce. Non eravamo amiche. Ma non eravamo più nemiche.
Matteo non l'avevo più visto. Il divorzio breve era stato archiviato in due udienze. Lui non si era opposto a niente, forse perché sapeva che opporsi avrebbe solo portato alla luce altre cose. Mia suocera mi aveva chiamata una volta, per dirmi che avevo distrutto la famiglia. Non le avevo risposto. Avevo riattaccato.
Vincenzo De Palo aveva cambiato città. L'ordine degli agenti immobiliari, a quanto pare, aveva ricevuto un esposto con tanto di documentazione. Non l'avevo presentato io. L'aveva fatto l'acquirente tedesco, che si era sentito preso in giro.
Una sera di fine estate, ero seduta sulla terrazza della taverna a guardare il mare che cambiava colore. Le barche dei pescatori rientravano piano, con le luci di posizione accese. Tonino ascoltava la radio, un motivetto di Califano gracchiato da un vecchio mangianastri. Avevo in mano il registro di mio nonno, quello che teneva negli anni '70. Pagina dopo pagina, nomi di pescatori, conti in lire, macchie di salsedine. All'ultima pagina, una frase scritta a matita, quasi illeggibile: «Quello che è tuo, difendilo con i denti. Il mare non regala niente, e nemmeno gli uomini».
La rilessi due volte. Poi mi alzai, riempii un bicchiere di vino bianco e rimasi in piedi contro la ringhiera, a guardare l'ultima barca che rientrava con un solo fanale acceso. Il bicchiere era freddo tra le dita. La musica di Califano si mescolava allo sciabordio contro gli scogli sotto la terrazza. Non brindai a nessuno. Bevvi un sorso, e basta.




