Il regalo pungente

Elena era figlia di dentisti e ne andava fiera. Nella provincia di Arezzo lo studio della madre, la signora Anna, era un punto di riferimento: un viavai di pazienti e un nome impeccabile da difendere.

Quando in terza elementare arrivò un bambino nuovo, la maestra lo piazzò proprio accanto a lei.

«Bianchi, questo è Marco. Viene da un paesino in Trentino, famiglia di guardie forestali. Dagli una mano.»

Marco era rosso in viso e silenzioso, ma dopo qualche giorno cominciò a sciogliersi. Elena aveva occhi chiari che ridevano da soli e non faceva mai la saputella. Gli mormorava i nomi dei professori, gli correggeva i dettati con la matita leggera, e lui le fu grato subito.

Un pomeriggio di maggio, durante l’intervallo, lei lasciò cadere la notizia quasi distrattamente:

«Tra due settimane compio gli anni. Poi le vacanze. I miei lavorano sempre. I tuoi?»

«Mio padre sta nei boschi tutto il giorno. Mia madre fa la contabile all’ente forestale. Ci hanno dato una casa qui in periferia, con un giardino e un orto. Papà ha già montato l’altalena. Quando è il compleanno?»

Elena gli disse la data e non ci pensò più.

Arrivò il giorno della festa. Roba semplice: i nonni, una zia da Siena, qualche compagna di classe. E Marco, con una scatola di cartone marrone tenuta con due giri di spago.

La posò in terra in mezzo al salotto. Tutti fecero un passo indietro quando sollevò i lembi.

Dentro c’era un istrice.

«È un istrice vero» disse Marco, serissimo, mentre gli adulti borbottavano. «Vivo. L’ho preso stamattina nel nostro giardino.»

Il padre di Elena scoppiò a ridere. La madre, la signora Anna, rimase impietrita con il vassoio dei tramezzini in mano.

Elena invece si sedette per terra e non si mosse più. Fissava quel muso diffidente, gli aculei che vibravano, le zampette corte. Sembrava un miracolo.

La sera, sparecchiata la tavola e chiusa la porta, la madre attaccò senza preamboli:

« È un animale selvatico, Elena. Vive nei boschi, non in un appartamento di cento metri quadri. Domattina tuo padre lo riporta fuori.»

La bambina non pianse subito. Strinse i denti e guardò il padre, che annuiva già, sconfitto.

«Lasciamelo almeno stanotte» sussurrò.

La madre sospirò. «Una notte. Domani si va.»

Quella notte la casa non dormì. Alle undici l’istrice rovesciò la ciotola dell’acqua. A mezzanotte e mezzo scardinò il coperchio improvvisato e cominciò a trottare per la stanza con un ticchettio da tacco a spillo. Alle due del mattino Elena si svegliò di soprassalto: l’animale le stava annusando i capelli, fermo a dieci centimetri dal viso.

Non urlò. Rimase immobile, trattenendo il fiato, finché quello non tornò sotto il letto.

All’alba la signora Anna trovò due pozze verdastre sul parquet e perse le staffe.

Il padre e la figlia presero l’autobus delle sette e quaranta per le Balze, con la scatola dello stesso Marco sulle ginocchia. Trovarono un punto ombroso vicino a un torrente asciutto. Il padre sollevò il cartone, l’istrice annusò l’aria, poi sparì tra i rovi con un fruscio secco.

Elena rimase a guardare il vuoto per un minuto buono. Poi si voltò e disse soltanto: « Lì sta meglio. »

Quando Marco seppe del rilascio, non si offese. Disse che l’animale era del resto abituato a girare nell’orto.

«A casa nostra c’è un intero zoo: conigli, due gatti, un cane da pastore maremmano. Se vuoi vederli, vieni.»

Lei cominciò ad andare da lui ogni pomeriggio. Finita la scuola, via in bicicletta fino alla casa del forestale, in fondo alla strada sterrata. Passavano ore nel recinto dei conigli.

Diventarono inseparabili. In classe sapevano tutti che tra quei due c’era qualcosa di più tosto di un’amicizia. Lei primeggiava in tutte le materie; lui studiava solo ciò che gli piaceva, ma per starle dietro si impegnò e andò avanti con la media dell’otto. Voleva entrare a Veterinaria, e Veterinaria chiedeva voti buoni.

Elena coltivava lo stesso sogno senza dirlo ai suoi. Alla signora Anna diceva «Medicina, mamma, va bene?» e quella sorrideva soddisfatta. Ma all’ultimo anno delle superiori, una sera di gennaio, con il riscaldamento che ronzava piano e i vetri appannati, la ragazza mise giù la forchetta e lo disse chiaro:

«Io e Marco diamo l’esame per Veterinaria.»

La madre sbiancò. Rimase qualche secondo in silenzio, poi si premette una mano sul petto e si appoggiò allo schienale.

«Stai scherzando. Dopo tutto quello che abbiamo fatto…»

«Mamma, non sto scherzando. Voglio curare gli animali.»

«Gli animali?» La voce della signora Anna salì di un’ottava. «Tuo padre e io ci siamo fatti in quattro per darti uno studio e tu vuoi andare a pulire stalle?»

Il padre provò a mediare: «Anna, calmati. Magari ne parliamo domani…»

«Domani un corno!» sbottò la madre. «È quel ragazzotto di campagna che le ha messo in testa queste idee!»

Elena si alzò, prese il giaccone e uscì. Andò da Marco, che l’aspettava fuori al bar della piazza. Le offrì una cioccolata calda, ma lei scosse la testa. Restarono seduti sulla panchina del corso, sotto i lampioni accesi, finché non fu ora di rientrare.

Quando Elena tornò a casa, la madre era ancora in cucina, con una tazza di camomilla ormai fredda davanti.

«Non capisco» mormorò senza guardarla. «Non capisco come un ragazzo qualunque ti abbia convinta a buttare via tutto.»

Elena poggiò le chiavi sul tavolo. «Io voglio stare con lui, mamma. E voglio fare il veterinario. Le due cose stanno insieme.»

La madre alzò finalmente gli occhi. Erano arrossati.

«E magari vi sposate pure?»

La risposta arrivò piano, ma senza esitazioni.

«Sì. Quando sarà il momento.»

La signora Anna emise un verso strozzato, si alzò e andò in camera senza aggiungere altro.

Il momento arrivò al terzo anno di università, in una mattina di ottobre. Si sposarono in municipio, con quattro testimoni e un pranzo in trattoria. Affittarono una stanza in una casa condivisa fuori Bologna, vicino alla facoltà. La sera lavoravano in un ristorante del centro; il fine settimana, turno in una clinica veterinaria della periferia.

Erano sempre insieme. La gente li notava: lui alto, spalle larghe, mani da montanaro; lei sottile, svelta, con quegli occhi chiari che si accendevano quando lo guardava.

La sera, prima di dormire, Elena gli passava le dita tra i capelli, arruffandoglieli sulla fronte.

«Sei il mio istrice.»

Lui sorrideva, a occhi chiusi. «Quello vero?»

«L’unico. Quello che mi sono scelta io.»

La laurea arrivò per entrambi nella stessa sessione estiva. La signora Anna, in prima fila, applaudì composta. Aveva il tailleur grigio e il rossetto sbavato agli angoli.

Subito dopo la discussione della tesi, Marco ricevette una telefonata dal nonno, rimasto in Trentino, in un piccolo borgo tra i meleti.

«C’è un allevatore qui che cerca due veterinari giovani. Ha una trentina di cavalli avelignesi e una stalla da latte. Vi dà la casa, se volete venire.»

Partirono il mese dopo. La casa era una vecchia costruzione in sasso con le travi a vista e una stufa a legna in cucina. Il nonno di Marco li aiutò a sistemare il pollaio e a recintare l’orto. La nonna insegnò a Elena a fare i canederli e la crostata di mirtilli.

I primi mesi furono duri. Elena si svegliava alle cinque per le mungiture, Marco partiva alle sei e tornava al tramonto, con il furgone attrezzato pieno di fango e medicinali. D’inverno la neve bloccava la strada due volte a settimana. Mettevano le catene e uscivano lo stesso. Gli allevatori cominciarono a fidarsi: lei aveva la mano ferma e la voce calma, lui sapeva calmare un cavallo imbizzarrito con due parole tedesche sussurrate all’orecchio.

La signora Anna si fece vedere di rado. Arrivava con la sua utilitaria nuova, parcheggiava lontano dal fango, criticava l’umidità e il silenzio della valle. Poi nacque il bambino, Samuele, e qualcosa cambiò.

La nonna di città cominciò a salire più spesso. Arrivava il venerdì pomeriggio, tirava fuori dalla borsa un peluche o un libro illustrato e si sedeva sul tappeto con il nipote. Non parlava più di carriera. Guardava la figlia muoversi tra stalla e cucina e taceva.

Un sabato di ottobre, con l’aria che sapeva di legna e mele mature, la signora Anna uscì in giardino da sola. C’era una leggera brina sull’erba. In fondo, vicino al melo, il terreno era smosso.

Si avvicinò. Tra due radici affiorava una tana, e sulla soglia, immobile, c’era un istrice adulto. La donna trattenne il respiro. L’animale la fissò per qualche secondo con i suoi occhi piccoli e neri, poi, con lentezza regale, si girò e sparì nel buio della galleria.

La signora Anna rimase ferma. Un brivido le corse lungo la schiena, ma non era paura. Era qualcos’altro.

Quando rientrò in casa, Elena stava preparando il caffè. La madre si sedette al tavolo di legno grezzo, prese la tazzina tra le mani e disse soltanto: «Ce n’è uno in giardino.»

Elena posò la moka e sorrise. « Lo so. Lo chiamiamo Arturo. »

La signora Anna bevve il suo caffè in silenzio.

La sera, dopo cena, la nonna prese in braccio Samuele e lo portò alla finestra. Fuori era buio pesto, ma si sentiva il fruscio dei meli scossi dal vento.

«Tuo nonno faceva il dentista» mormorò al bambino. «Io ero convinta che il mondo pulito fosse l’unico possibile.»

Il piccolo la guardò senza capire e scoppiò a ridere.

Elena, in piedi sulla soglia, osservò la scena senza dire niente. Poi andò a sedersi accanto a Marco, che stava leggendo un manuale di parassitologia accanto alla stufa. Lui alzò gli occhi, lei gli sfiorò i capelli con la punta delle dita e sussurrò: «Istrice mio.»

Marco chiuse il libro e le prese la mano.

«Quello vero» rispose.

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Fajna Tajna
Il regalo pungente