La pioggia di novembre tamburellava contro la vetrina della sartoria quando squillò il telefono. Un numero che non vedevo da due anni, ma che riconobbi all’istante. Lasciai cadere il metro da sarta sul banco e mi portai il cellulare all’orecchio, sentendo già un peso sullo stomaco.
— Silvia? Sono Gianluca. Ti ho svegliata?
La sua voce era fin troppo allegra, quella cordialità forzata che usava solo quando doveva chiedermi qualcosa. Mi appoggiai allo schienale della sedia cigolante. In sottofondo, la mia socia Anna fermò la macchina da cucire e mi lanciò un’occhiata tagliente. Sapeva tutto di Gianluca. Mi aveva vista piangere per mesi dopo che se n’era andato.
— Dimmi pure, — risposi, senza inflessioni.
— Senti, io e Valentina abbiamo prenotato due settimane a Sharm. Partenza dopodomani. Solo che… c’è il problema di Mattia. Non possiamo portarlo, e mia madre è in Croazia dai cugini fino a Natale. Così ho pensato a te. Tanto sei sempre in negozio, no? Un po’ di compagnia ti farà bene.
Rimasi in silenzio. Fuori, un autobus sollevò una lama d’acqua sporca dal marciapiede. Anna, dall’altra parte della stanza, scosse la testa con forza, mimando un secco “no” con le labbra.
Gianluca mi aveva lasciata dopo undici anni insieme. Mi aveva mollata con un messaggio su WhatsApp, due giorni dopo avermi detto che forse era il caso di provare ad avere un figlio nostro. Poi era sparito per tre mesi ed era ricomparso con Valentina, ventisei anni, tirocinante nel suo studio di commercialista. Si erano sposati a Ibiza. Io l’avevo scoperto da Instagram.
E adesso mi chiamava per fare da babysitter a suo figlio.
— Gianluca, sei fuori di testa? — la mia voce tremava, ma non di dolore. Di rabbia. — Tu mi hai cancellata dalla tua vita, e ora pretendi che mi prenda cura di Mattia mentre tu vai al mare con la tua nuova mogliettina?
— Oh, non fare la melodrammatica. Ha tredici anni, è autonomo. Devi solo preparargli la cena e controllare che faccia i compiti. In fondo gli vuoi bene, no? Gli facevi da madre prima che io e te ci lasciassimo.
Feci un respiro profondo. Contai mentalmente fino a cinque. Anna si era alzata e mi fissava, le mani sui fianchi.
— D’accordo, — dissi, e Anna sgranò gli occhi. Alzai una mano per fermarla. — Ma alle mie condizioni.
— Cioè?
— Mi paghi cinquecento euro per le due settimane. Subito, con bonifico. E mi porti una delega firmata, con i tuoi dati e quelli di Mattia, in cui mi autorizzi ad accudirlo per tutto il periodo. Niente delega, niente ragazzo.
Ci fu una pausa. Sentii Gianluca deglutire. Cinquecento euro non erano nulla per lui — il suo studio andava bene, la villetta a schiera in collina non si pagava da sola. Ma per lui pagare me, la ex moglie “comoda”, era un’umiliazione.
— Silvia, ma perché tanta burocrazia? Sei come una seconda madre per lui…
— Appunto. Ed è proprio perché gli voglio bene che voglio le cose in regola. Decidi entro stasera.
Riattaccai. Mi tremavano le dita, ma dentro di me qualcosa si stava sbloccando. Anna si avvicinò e mi mise una tazza di tè fumante davanti.
— Sei impazzita, Silvia? Quel ragazzino ti ha già prosciugata abbastanza. Gli hai fatto da madre per dieci anni, e Gianluca ti ha buttata via come uno straccio. Ora ti usa pure come albergo per minori. Perché?
— Perché Mattia non c’entra niente, Anna. È un ragazzino di tredici anni che si ritrova in casa una matrigna che lo ignora. Gliel’ho letto negli occhi, l’ultima volta che ci siamo incrociati al supermercato. Era smarrito, triste. Io l’ho cresciuto. Gli ho insegnato ad allacciarsi le scarpe, a fare le divisioni a due cifre. Non posso voltargli le spalle.
Anna sospirò e tornò alla macchina da cucire. — Sei troppo buona, Silvia. E la gente come Gianluca se ne approfitta.
— Per questo ho chiesto la delega. E i soldi. Deve capire che non sono più la donna che può manipolare. Ogni favore ha un prezzo, adesso.
Gianluca richiamò alle nove di sera. Accettò. Il bonifico arrivò dieci minuti dopo.
Il sabato mattina, alle sette, un SUV grigio metallizzato si fermò sotto il mio condominio, in zona Cirenaica a Bologna. Scese Gianluca, abbronzato anche a novembre — lampada, probabilmente — con un giaccone leggero e le scarpe di marca. Dietro di lui, Mattia: magro, la felpa troppo larga, lo zaino Eastpak stretto al petto. Appena mi vide, corse verso di me e mi abbracciò senza dire niente. Sentii il suo respiro accelerato contro il mio collo.
— Zia Silvia… — mormorò.
— Ehi, piccolo. Ci siamo, — gli scompigliai i capelli. — Pronto per due settimane di aria buona?
Gianluca mi porse un foglio stampato. La delega, con firma e dati del suo avvocato. La presi, la esaminai con calma, poi la piegai e la infilai nella borsa.
— Divertiti al mare, — dissi senza guardarlo.
— Già. Ci sentiamo al rientro, — borbottò lui, risalendo in macchina. Lo sportello si chiuse con un tonfo sordo. Il SUV ripartì veloce, sparendo sotto la pioggia.
Mattia e io prendemmo il regionale per Modena, poi un autobus di linea fino a Castelnuovo Rangone. Da lì, a piedi lungo una strada sterrata fiancheggiata da pioppi spogli. La mia casa di campagna — ereditata da una zia che non avevo mai veramente conosciuto — era un vecchio rustico ristrutturato a metà, con le persiane verdi scrostate e un grande gelso davanti all’ingresso. Dentro, odore di legno vecchio e di mele conservate nella paglia.
— È un po’ spartano, ma è nostro per due settimane, — dissi, aprendo le finestre.
— Figo! — Mattia lasciò cadere lo zaino e corse in giardino. — Ci sono le mele?
— Un albero pieno. E domani andiamo a comprare le uova dalla signora del podere accanto.
Passammo il pomeriggio a sistemare. Io spazzavo, lui accendeva il camino. Cenammo con pasta al pomodoro e mele cotte nello zucchero, seduti su due sgabelli davanti al fuoco. Mattia era chiacchierone, quella sera, come non lo sentivo da anni. Mi raccontò della scuola, di un progetto di scienze che non riusciva a finire. Ma evitava di parlare di casa.
Fu solo il secondo giorno che trovai il coraggio di affrontare l’argomento.
Eravamo in cortile, sotto il gelso. Lui prendeva a calci una pigna, io raccoglievo rametti per il camino.
— Matti… com’è a casa, adesso?
Scrollò le spalle. — Normale.
— Normale come?
Si fermò. Non mi guardava. — Papà è sempre fuori. Valentina dice che non sono figlio suo e che non deve badarmi. Quando sono in salotto, lei se ne va in camera. Se provo a parlare, alza il volume della TV.
Mi chinai e presi un ramo spinoso, stringendolo forte.
— E tuo padre cosa dice?
— Dice che sono grande, che devo capire. Che Valentina ha bisogno di tempo per abituarsi.
— Da quanto va avanti?
— Da quando si sono sposati. Undici mesi. — Finalmente alzò gli occhi. — Zia Silvia, perché papà non mi vuole più?
Lasciai cadere i rami. Mi avvicinai e lo strinsi. Lui rimase rigido per un istante, poi scoppiò in un pianto silenzioso, a singhiozzi, con la testa premuta contro la mia spalla.
— Ascoltami bene, Mattia. Tuo padre ha dei problemi, ma quei problemi non sei tu. Non sei mai stato tu. Sei la cosa più bella che mi sia capitata in undici anni. E finché avrò fiato, io non ti lascio solo. Chiaro?
Annuì, tirando su col naso.
Il giorno dopo bussò alla porta il signor Aldo, il vicino della casa accanto. Sessant’anni, ex insegnante di lettere in pensione, vedovo da otto. Portava una cesta di noci e un barattolo di miele di sua produzione. Aveva un viso segnato ma gentile, e gli occhi azzurri che sembravano sempre sul punto di sorridere.
— Ho visto del movimento, — disse, appoggiandosi al cancello di legno. — Temevo che i topi si fossero impossessati della casa.
— Non ancora, — risposi sorridendo. — Io sono Silvia. E questo è Mattia, mio… — esitai una frazione di secondo — …mio nipote acquisito.
Aldo non fece domande. Si limitò a dire che se avevamo bisogno di qualcosa, lui era lì. E che la sera, se il cielo era sereno, tirava fuori il telescopio per guardare le stelle.
Mattia si illuminò. Quella sera stessa eravamo nel giardino di Aldo, a turno all’oculare, mentre lui indicava Giove e raccontava miti greci. Quando tornammo a casa, Mattia era euforico.
— Zia Silvia, Aldo mi ha detto che posso tornare domani. Dice che mi insegna a riconoscere le costellazioni.
— Mi sembra un’ottima idea.
Nei giorni successivi, Aldo divenne una presenza fissa. Ci aiutava con la legna, portava pane fatto in casa, correggeva i compiti di Mattia. Una sera, mentre io stendevo il bucato, mi disse: — Quel ragazzo ha un cervello brillante. E un cuore grande. È un peccato che suo padre non se ne accorga.
— Già. Un vero peccato.
— E anche tu hai un cuore grande, Silvia. Non è da tutti prendersi cura di un figlio non proprio, dopo quello che immagino tu abbia passato.
Non risposi. Ma quella notte ci misi molto ad addormentarmi.
La seconda settimana chiamai il numero di Paola, la madre biologica di Mattia, che viveva a Parigi con un architetto francese da quando il bambino aveva due anni. Una donna che avevo sempre giudicato. Ma ora avevo bisogno di lei.
Le spiegai tutto. La situazione con Gianluca e Valentina, la sofferenza di Mattia, la mia idea di tenerlo con me a Bologna almeno finché le acque non si fossero calmate.
Paola rimase in silenzio a lungo. Poi disse: — Io non sono stata una buona madre, Silvia. Lo so. Ma se Mattia sta meglio con te, io non mi oppongo. Ti faccio avere una delega notarile per rappresentarlo in tutto. Una cosa temporanea, per ora. Ma se servirà, la rinnovo.
— Grazie, Paola.
— No. Grazie a te.
La sera prima del ritorno di Gianluca, preparai una cartellina con la delega di Paola, la lettera autografa di Mattia in cui diceva di voler stare con me, e una copia della denuncia che ero pronta a fare se avesse insistito a portarlo via con la forza.
L’indomani, poco dopo mezzogiorno, il SUV grigio si fermò davanti al cancello. Gianluca scese per primo, abbronzato e nervoso. Dietro di lui, Valentina: gonna stretta, occhiali da sole firmati, espressione annoiata.
— Bella vacanza? — chiesi, ferma sulla soglia.
— Taglia corto, Silvia. Dov’è Mattia? È ora di tornare a casa.
Mattia uscì dalla casa e mi si mise al fianco. Non disse niente.
— C’è un problema, Gianluca. Mattia resta con me.
— Cosa? — Scoppiò a ridere. — Ma sei impazzita? È mio figlio.
— Che tu hai lasciato in balia di una donna che lo ignora. E di un padre che non lo guarda nemmeno. — Aprii la cartellina. — Qui c’è una delega notarile firmata da Paola, che mi autorizza a occuparmi di Mattia. E c’è una sua lettera in cui dice che vuole stare con me. Ha tredici anni. Un giudice ascolterebbe la sua volontà.
Valentina sbuffò. — Ti avevo detto che era una rompiscatole, Gian. E adesso pure avvocato fai-da-te.
Gianluca lesse i fogli, la fronte sempre più aggrottata. Poi mi guardò, duro. — Io ti ho fatto un favore, Silvia. Ti ho dato fiducia.
— Non mi hai dato fiducia, Gianluca. Mi hai usata. Come hai sempre fatto. Ma questa volta non funziona.
— E se vado dai carabinieri? — minacciò.
— Vai. Io mostro loro queste carte. E spiego come mai un ragazzino di tredici anni preferisce stare con l’ex compagna del padre piuttosto che in una villetta con piscina.
Valentina strattonò Gianluca per un braccio. — Andiamo via. Questo posto mi deprime. E poi, onestamente, non avere più il moccioso tra i piedi non mi sembra una tragedia.
Gianluca esitò, stretto tra l’orgoglio e la convenienza. L’orgoglio perse.
— Sta bene, — mormorò. — Ma non illuderti, Silvia. Appena si stufa, tornerà da me.
— Può darsi. Ma intanto, avrà una casa vera.
Il SUV si allontanò sollevando polvere. Mattia mi strinse la mano.
— Resterai con me? — chiesi.
— Per sempre? — domandò, gli occhi lucidi.
— Per tutto il tempo che vorrai.
Quella sera Aldo ci invitò a cena da lui. Preparò tortellini fatti in casa, come gli aveva insegnato sua madre da ragazzo. Aprì una bottiglia di Lambrusco buono. Poi accese il telescopio e ci mostrò un ammasso di stelle cadenti che attraversava il cielo in quel periodo. Mattia rise, cercando di contarle prima che sparissero. Aldo, a un certo punto, mi guardò e mi sorrise.
Nessuna dichiarazione. Nessuna promessa. Solo tre persone intorno a un tavolo, sotto un cielo di novembre che, per la prima volta dopo due anni, non mi sembrava freddo.




