Roma, un martedì di novembre. La pioggia tamburellava sui vetri quando ho sentito la voce di Elena al telefono.
Non la sentivo da mesi, e di solito a quell’ora, le undici di sera, sta già dormendo. Invece mi ha chiamata con un filo di voce, una stanchezza così densa che sembrava pesarle sulla lingua.
«Sara, scusa se chiamo tardi. Lo so che sei veterinaria, non uno psicologo. Ma è per Nina. Non so più cosa fare. O meglio… non so cosa fare con me stessa.»
Le ho detto di passare il giorno dopo in clinica.
Elena è arrivata che pioveva ancora. Cappotto blu, capelli raccolti in una coda tiratissima, due occhiaie viola che nemmeno il correttore riusciva a nascondere. Sembrava invecchiata di dieci anni in sei mesi. Tra le braccia teneva un trasportino di tela grigia da cui spuntavano due baffi lunghi e un musetto nero corvino.
«È Nina» ha detto, posando il trasportino sul tavolo con una cautela quasi cerimoniale. «Mia figlia l’ha presa al canile due anni fa, poi è partita per Parigi e me l’ha lasciata. Diceva che mi avrebbe tenuto compagnia.»
La gatta è uscita con passo elegante. Una micia nera, snella, con una macchia bianca a forma di virgola sotto il mento. Occhi verdi, vigili. Ha annusato l’aria della stanza, poi si è seduta composta, la coda avvolta attorno alle zampe, senza perdere di vista Elena nemmeno per un secondo.
«Cosa succede?» ho chiesto.
Elena si è sfregata le tempie con due dita.
«Ogni santa notte. Da circa quattro mesi. Alle tre e mezza, alle quattro. Inizia con un colpetto leggero sulla guancia. Una zampata, così, senza unghie. Se non mi sveglio, insiste. Tira via il lenzuolo con i denti. A volte mi morde il lobo dell’orecchio. E se ancora non mi alzo, mi cammina sul petto finché non apro gli occhi.»
Ha fatto una pausa. Le tremava leggermente la mano sinistra.
«E appena mi alzo e vado in salotto, lei si acciambella sul mio cuscino e dorme come un sasso fino a mattina. Ma se provo a tornare a letto, ricomincia. Devo dormire sul divano, Sara. Ogni notte. Da quattro mesi.»
Ho osservato Nina. Stava immobile, la punta della coda che vibrava impercettibilmente. La postura di un animale in allerta, non di un animale nervoso.
«Hai provato con dei calmanti? Per lei, intendo.»
«Sì. Feromoni, erbe, un integratore che mi ha dato una tua collega. Niente. Il mio medico di base invece ha detto che è stress, che sto passando la menopausa e il sonno ne risente. Mi ha prescritto un ansiolitico. Ma non cambia nulla. Anzi, peggiora.»
Ho visitato Nina. Auscultazione perfetta, mucose rosee, occhi puliti, nessuna placca dentale, reni nella norma, peso giusto. Una gatta sana di quattro anni. E mentre le palpavo l’addome, lo sguardo di quella gatta non lasciava Elena un istante. Non era ossessione. Era qualcos’altro.
E in quel momento mi è salito un brivido lungo la schiena.
Ho smesso di guardare la gatta e ho guardato Elena. Le sue labbra secche, la pelle spenta, quel tremore sottile alla palpebra destra.
«Elena, quando ti svegli… tu come stai?»
Lei ha aggrottato la fronte.
«Uno schifo. Il cuore a mille. La bocca impastata. E ho sempre mal di testa, qui, dietro la nuca. Mi manca il fiato per qualche secondo, come se mi fossi appena messa a correre. Poi in salotto mi passa.»
«Qualcuno ti ha mai detto che russi?»
Ha fatto una smorfia.
«Mio fratello, l’inverno scorso, quando è venuto a trovarmi. Ha detto che la notte sembravo un trattore. E che a un certo punto smettevo di respirare. Per qualche secondo. Poi riprendevo con un rantolo. Pensavo scherzasse.»
Ho posato delicatamente la mano sulla testa di Nina.
Lei ha chiuso gli occhi per un istante, poi li ha riaperti. Fissi sulla sua padrona.
«Elena, la tua gatta non ha nessun problema. Ti sta svegliando perché sente che durante il sonno smetti di respirare. E per un animale, il silenzio respiratorio del proprio umano è un allarme. Non ti sta cacciando dal letto. Ti sta salvando.»
Elena è rimasta immobile. Poi ha guardato Nina.
Nina ha emesso un breve miagolio, roco, come se volesse confermare.
«Respirazione di Cheyne-Stokes, apnee ostruttive» ho detto piano. «Devi fare una polisonnografia. E subito dopo, un controllo cardiologico. Il cuore, Elena. Potrebbe essere il cuore.»
Due settimane dopo, Elena era seduta nello stesso ambulatorio. Aveva ancora le occhiaie, ma il viso era diverso. Più morbido.
«Avevi ragione» ha detto, appoggiando una cartellina gialla sul tavolo. «Apnee notturne gravi. Durante la fase REM la saturazione scendeva all’ottanta per cento. E al cuore hanno trovato una fibrillazione atriale intermittente. Il cardiologo ha detto che senza quelle sveglie…»
Ha lasciato la frase a metà. Le è bastato accarezzare la schiena di Nina, che faceva le fusa seduta sul tappetino della bilancia.
«Mi hanno dato un apparecchio CPAP. Una specie di mascherina. La notte scorsa l’ho messa per la prima volta» ha detto Elena. «Nina si è infilata sotto le coperte, si è acciambellata contro la mia pancia. Ha dormito tutta la notte. Non si è più alzata.»
Nina mi ha guardata, ha strizzato gli occhi verdi e ha fatto una fusa così forte che il trasportino ha vibrato.
Fuori aveva smesso di piovere.




