Silvana non aveva alcuna intenzione di comprare nulla. Era scesa dalla corriera per Perugia solo perché l’autista aveva annunciato una pausa di mezz’ora all’Autogrill e l’aria dentro l’abitacolo sapeva di piedi e caffè bruciato. Fuori, l’asfalto tremava per l’afa di luglio. I grilli frinivano così forte da sembrare un’allerta metropolitana. Dentro l’area di servizio il condizionatore pompava aria gelida con un accanimento da vendetta. Paola, la sua amica di una vita, l’aveva già trascinata nella parte del mercatino “occasioni”. “Tanto non abbiamo di meglio da fare,” aveva detto, leccando un cono gelato che si scioglieva più in fretta di quanto riuscisse a mangiarlo.
Silvana compiva sessantatré anni a settembre. Comprava i vestiti con lo stesso criterio con cui faceva la spesa: solidi, pratici, che non strillassero. Beige, grigio antracite, blu notte. Un tocco di tortora per le occasioni speciali. Abitava in un appartamento di ringhiera a Foligno, faceva la supplente di lettere in pensione e le sue uniche trasgressioni erano due cucchiaini di zucchero nel caffè del pomeriggio. Le sue camicette pendevano nell’armadio come sentenze miti: niente maniche corte oltre il gomito, niente scollature, niente che potesse attirare lo sguardo di un’altra donna con la domanda sottintesa: “Ma alla sua età?”.
Poi lo vide. Un prendisole arancione. Non arancione tenue, non color pesca timido. Arancione come un’arancia spaccata a metà, con delle arance stampate sopra, più scure, quasi rosse. Le spalline erano sottili. La gonna, ampia e leggera, arrivava al ginocchio. Era appeso a un gancio tra una felpa con scritto “Roma” e una tuta mimetica, e sembrava un fotogramma finito per sbaglio in un film sbagliato.
Silvana si bloccò. Paola la seguì con lo sguardo, notò il prendisole e fischiò piano. “Mica male.”
Silvana fece finta di guardare uno scaffale di ciabatte di plastica. “No, non è il mio genere.”
Il commesso, un ragazzo sulla trentina con il pizzetto e l’aria di chi ha già capito tutto, si materializzò alle sue spalle. “Lo provi, signora. Taglia unica. Le starà d’incanto.”
“Non mi serve.”
“Certo che non le serve. Le cose belle non servono mai. È per questo che piacciono.”
Paola le diede di gomito. “Provatelo, Silvi. Tanto la corriera riparte tra mezz’ora. Che vuoi che succeda?”
Silvana fu tentata di rispondere che poteva succedere di tutto: poteva vedersi allo specchio, per esempio. O peggio, poteva piacersi. E quello, per una che aveva passato quarant’anni a rendersi trasparente, era un rischio peggio di un infortunio sul lavoro.
Il camerino era un bugigattolo con una tenda di plastica che non si chiudeva mai del tutto. Silvana entrò stringendo il prendisole stretto al petto come se stesse contrabbandando materiale esplosivo. Si sfilò la sua blusa color sabbia, la piegò con cura e la posò sulla sedia. Poi sollevò il prendisole e se lo infilò. La stoffa era fresca, scivolosa, leggera come una buccia di cipolla.
Alzò gli occhi verso lo specchio. Si vide intera. Le braccia, sì, avevano la loro età. Le spalle erano un po’ curve, il collo non era più quello di una volta. Le ginocchia sarebbero state lì, in bella vista, senza pantaloni a proteggerle. Ma le arance stampate, in qualche modo, si mangiavano tutto. Non nascondevano l’età, non la cancellavano. Semplicemente, se ne fregavano. La guardavano dallo specchio con un’allegria feroce, come a dirle: e allora? Sei qui. Sei viva. Indossaci.
“Allora? Sei svenuta?” chiese Paola da fuori.
“No, peggio. Mi sto guardando.”
Il commesso, in lontananza, gridò: “Le sta benissimo, vero?” senza nemmeno averla vista. Perché i commessi sanno che una donna che passa più di tre minuti in camerino ha già comprato.
Silvana scostò la tenda di un palmo. Paola rimase con il gelato a mezz’aria. Non rise. Disse solo: “Accidenti, Silvi. Sei un’arancia. Ma di quelle buone.”
Era il complimento più strano e più bello che le avessero mai fatto.
Uscì dal camerino a passo incerto. Una signora bionda con un cappello di paglia la guardò da sopra gli occhiali da sole. Un bambino con un pallone la indicò e disse qualcosa a suo padre. Una ragazza alla cassa sorrise. Silvana si sentiva nuda, non per le spalline, ma per l’attenzione. Era atroce. Ed era magnifico.
“Quanto costa?” chiese, cercando un appiglio alla realtà.
Il prezzo era più alto del previsto. Silvana aggrottò la fronte, ritrovando un pezzetto di sé stessa. “Per questa cifra, le arance dovrebbero essere vere e spremersi da sole.”
Il commesso non batté ciglio. “Guardi che è l’ultimo pezzo. Taglia unica. Ci sta dentro solo lei e una modella di Milano. E la modella oggi non è passata.”
Paola stava già ridendo. “Prendilo, Silvi. Te lo regalo io per il compleanno, se è per questo.”
“Il mio compleanno è a settembre.”
“Allora è un anticipo. Festeggiamo il fatto che la corriera è in ritardo.”
Silvana si rigirò verso lo specchio. Cercava il difetto, l’appiglio, la scusa per rimettersi la sua blusa beige e tornare a essere invisibile. Invece vide una donna che aveva gli occhi accesi. Non più giovani. Non più belli secondo i canoni. Ma accesi, come quando da ragazza usciva di casa per andare a ballare e il mondo era tutto da mordere.
“Lo prendo,” disse, e fu come firmare una resa. Ma una resa a sé stessa.
Uscì dal negozio con il sacchetto in mano. Fuori, l’afa le piombò addosso. La corriera stava arrivando, rombando sull’asfalto rovente. Paola la guardò. “Perché non te lo metti subito? Se aspetti di arrivare a casa, finisce in fondo all’armadio e non lo tiri fuori mai più. Lo sai come sei.”
Silvana lo sapeva. Sapeva che avrebbe ripiegato il prendisole, infilato il sacchetto in un cassetto, e poi, chissà quando, lo avrebbe tirato fuori, l’avrebbe guardato con rimpianto e l’avrebbe regalato a una nipote che l’avrebbe giudicato “vintage”.
Tornò di corsa nel bagno dell’Autogrill. Due minuti dopo ne uscì in arancione.
Salì sulla corriera. L’autista, un omone calvo con le braccia da muratore, fermò il conta-soldi e la guardò nello specchietto retrovisore. “Buongiorno, signora. Che colore solare.”
Lei balbettò un “grazie” e cercò un posto vicino al finestrino. Paola la seguiva, spingendola quasi. “Dài, agrumetta, muoviti.”
La corriera era mezza piena. Una signora anziana con un foulard in testa spostò la borsa della spesa per farle spazio. Un uomo d’affari alzò lo sguardo dal telefono, la guardò, poi tornò a fissare lo schermo. Un gruppo di ragazzi in fondo ridacchiarono, ma forse ridevano per qualcos’altro. Silvana si sedette, la schiena dritta, il cuore a mille. Aspettava la condanna. Aspettava lo sguardo di compatimento, il bisbiglio, la frase detta a mezza voce: “Alla sua età si vergognerebbe”.
Invece successe una cosa strana. Una bambina di forse sei anni, seduta due file più avanti, si girò verso di lei, la fissò per un lungo secondo e disse: “Mamma, la signora ha un vestito di arance. Posso averlo anch’io?”. La mamma si voltò, guardò Silvana, guardò il prendisole e disse: “È bellissimo, tesoro. Quando sarai grande te ne compro uno uguale.”
Silvana sentì qualcosa sciogliersi dentro. Il ghiaccio di anni di “non sta bene”, “non è appropriato”, “cosa dirà la gente”. Tutte frasi che aveva sentito da sua madre, dalle colleghe a scuola, dalle vicine di casa. E che ora, in quel pullman pieno di sconosciuti, suonavano lontane come una radio fuori sintonia.
Scesero a Foligno che il sole stava calando, tingendo i palazzi di un rosa caldo. Attraversarono piazza San Domenico. Silvana camminava con il suo prendisole arancione e le ciabatte infradito che aveva nello zaino. Paola le teneva il passo, ogni tanto la guardava e rideva. “Non smettere mai di portarlo, mi raccomando.”
“Devo ancora superare lo scoglio del portone. Ci sono le signore del condominio. Quelle che contano i centimetri di gonna alle ragazze e i minuti di ritardo dei mariti.”
“Vuoi che ti faccia da avvocato difensore?”
“No, voglio provare a difendermi da sola.”
Davanti al portone c’erano, puntuali come un consiglio di disciplina, la signora Amelia del terzo piano e la signora Concetta, affacciate con le sedie pieghevoli e i ventagli. Amelia accese lo sguardo-censore non appena vide Silvana. Concetta smise di sventagliarsi.
“Silvana, sei tu?” chiese Amelia, come se potesse essere un’altra.
“Sono io, Amelia.”
“Ti sei vestita per una festa?”
Silvana si fermò. Sentì l’impulso di dire: “No, no, è uno scherzo, me lo hanno regalato, l’ho messo per caldo”. Invece la sua bocca decise da sola.
“Sì, la festa della vita, Amelia. Non hai ricevuto l’invito?”
Paola, dietro di lei, soffocò una risata in un colpo di tosse. Concetta sgranò gli occhi. Amelia rimase a bocca aperta, il ventaglio immobile.
Silvana entrò nel portone con il cuore che le cantava nelle orecchie.
A casa, si piazzò davanti allo specchio dell’ingresso. Lo specchio del camerino era stato un giudice. Quello della corriera, un testimone. Quello di casa sua, finalmente, era un complice. Aprì l’armadio. Le sue camicette beige la fissarono come suore tradite. Prese il prendisole, lo appese su una gruccia singola, in primo piano. Poi, in un raptus, prese tre camicette beige e le piegò in una borsa. Domani le avrebbe portate alla Caritas. O forse a Paola, anche se Paola avrebbe detto: “Ma sei matta? Non metto beige nemmeno per stendere i panni”.
Alle nove di sera squillò il telefono. Era sua figlia, Chiara, videochiamata da Bologna. Silvana esitò, il dito sul tasto verde. Sua figlia non le aveva mai visto addosso un colore acceso. Temeva la stessa domanda: “Mamma, dove vai conciata così?”. Rispose.
Sullo schermo apparve il viso di Chiara, stanca dopo il lavoro, una pasta in bianco nel piatto davanti. La guardò, aggrottò le sopracciglia, avvicinò il telefono allo schermo. Poi disse: “Mamma. Stai benissimo. Sei andata a un matrimonio e non mi hai detto niente?”
Silvana rise. Una risata piena, fragorosa, di quelle che non si faceva da anni. “No, amore. Sono andata all’Autogrill.”
“All’Autogrill? E vendono alta moda agli Autogrill adesso?”
“Vendono arance.”
“Mamma, hai bevuto?”
“No, Chiara. O forse sì. Ho bevuto un succo d’arancia. Lunga storia.”
Chiacchierarono per una ventina di minuti. Dopo, Silvana uscì sul balconcino di casa. L’aria della sera portava odore di basilico e di asfalto raffreddato. Dal balcone accanto, Paola stava innaffiando i gerani in canottiera.
“Ehi, agrumetta, sei ancora intera?”
“Più o meno.”
“Domani che fai?”
“Vado al mercato.”
“Con il vestito arancione?”
Silvana guardò il cielo, le prime stelle, la luna sottile sopra i tetti.
“Con il vestito arancione, Paola. E anche dopodomani. E anche il giorno dopo.”
Paola ridacchiò. “Allora compro anch’io qualcosa. Tipo un giallo limone, così facciamo coppia. Due stagionate macedonia.”
“Compralo. Ti sta bene il giallo.”
“Lo so.”
Silvana rimase sul balcone ancora un po’. L’aria era tiepida, la città un brusio lontano. Il prendisole le accarezzava le gambe, leggero. Pensò alla corriera, all’autogrill, a quel commesso impertinente, a quella bambina che voleva un vestito di arance. E pensò a tutte le volte che non aveva comprato, non aveva detto, non aveva riso, non aveva alzato la voce, non aveva indossato, per paura. Per paura di disturbare lo sguardo altrui. La paura non se n’era andata del tutto. La paura, come le lumache dopo la pioggia, torna sempre. Ma adesso, in quel preciso istante, Silvana non era la signora beige. Era una donna che sapeva di arancia, e il domani poteva aspettare.




