Nero non aspettava altro

Tre anni. Per tre anni, ogni sera alle sette in punto, Nerina Moretti varcava il cancelletto sul retro con un piattino di avanzi. Il cane era sempre lì. Un meticcio nero come la pece, con una macchia bianca a forma di stella sul petto. Non abbaiava mai. Non scodinzolava nemmeno. Si limitava a fissare il cancello con quegli occhi color miele, immobile come una sentinella di pietra, finché lei non appoggiava il cibo a terra. Solo allora si avvicinava, lento, dignitoso. Mangiava, la guardava un'ultima volta e spariva tra gli ulivi.

Nerina lo aveva soprannominato Nero. Semplice, scontato. Ma a sessantasette anni, vedova da dieci e con una figlia che la chiamava solo per lamentarsi, la semplicità le bastava.

Quella sera di novembre, però, Nero era strano.

Nerina tornava dal supermercato di San Gimignano con due borse di tela pesanti. Aveva preso i tortellini freschi per il brodo della domenica e una vaschetta di macinato per il sugo. Pioveva di quella pioggerellina sottile che ti entra nelle ossa. L'unica luce in strada veniva dal lampione traballante all'angolo e dal rettangolo giallo della finestra della sua cucina, in fondo al vialetto. Vide Nero accucciato sotto la tettoia, contro la porta d'ingresso. Posò le borse.

«Eccomi, tesoro. Stasera è andata lunga, lo so.»

Fece per allungare la mano verso la maniglia. Nero scattò in piedi. Nessun ringhio, all'inizio. Solo un movimento fulmineo del corpo che andò a schiacciarsi contro lo stipite, bloccandole il passaggio.

«Che fai? Dai, fammi entrare che piove.»

Il cane non si mosse. Piantò le zampe anteriori sul gradino di pietra e sollevò il muso verso di lei. Fu allora che Nerina lo sentì: un brontolio sordo, cavernoso, che saliva dalla pancia dell'animale. In tre anni non lo aveva mai sentito ringhiare. Mai. Una volta il postino gli aveva quasi pestato la coda e Nero si era limitato a spostarsi con un sospiro quasi umano. Ora il pelo sul garrese era una cresta ispida, le labbra appena sollevate sui denti.

Nerina ritrasse la mano come scottata. «Nero?»

Lui ringhiò più forte, senza guardarla. Fissava la porta.

Un brivido le corse lungo la schiena. Non era aggressività verso di lei. Lo capiva. Era qualcosa che proveniva da dentro. Nero puntava la porta come se volesse bucarla con gli occhi. Poi cominciò a guaire, piano. Un lamento strozzato, insistente.

Nerina fece un passo indietro sotto la pioggia. Il cuore le martellava nelle orecchie. Appoggiò una mano al muro umido e spostò lo sguardo verso la finestra della cucina. La tenda a fiori, quella che aveva ricamato a mano trent'anni prima con sua madre, si mosse. Un movimento minimo, innaturale. Non c'era corrente d'aria. La finestra era chiusa.

«Oddio.»

La voce le uscì in un soffio. Dentro casa c'era qualcuno.

Nerina arretrò fino al cancelletto, senza mai voltare le spalle alla casa. Nero non mollava la posizione. Stava lì, piantato come un macigno nero, a fare da barriera tra lei e la porta. Le gambe le tremavano. Frugò nella borsa cercando il cellulare. Le dita, intorpidite dal freddo e dalla paura, scivolarono tre volte sullo schermo prima di riuscire a comporre il numero.

«Pronto? Maresciallo? Sono Nerina Moretti, nella casa sulla provinciale per Ulignano. Mi sa che c'è qualcuno dentro. Io sono fuori, in giardino. Il cane non mi fa entrare. No, non è aggressivo. Mi sta proteggendo.»

«Non si muova da dov'è, signora Moretti. Arriviamo subito. Non riagganci.»

Nerina rimase immobile sotto la pioggia, il telefono premuto all'orecchio. Sentiva il respiro del maresciallo e, in sottofondo, la sirena che partiva. Nero, nel frattempo, aveva smesso di ringhiare. Si era seduto, ma rimaneva davanti alla porta. Di tanto in tanto emetteva quel guaito basso e girava la testa verso di lei, come per controllare che fosse ancora lì.

Quegli otto minuti furono i più lunghi della sua vita.

La jeep dei carabinieri imboccò il vialetto di ghiaia con i lampeggianti spenti ma il motore rombante. Tre uomini in divisa scesero quasi simultaneamente. Il maresciallo Bellini, che Nerina conosceva da una vita perché sua figlia aveva fatto la comunione con la sua, le fece cenno di restare indietro.

«Dov'è l'ingresso sul retro?»

«La porticina della lavanderia, accanto alla legnaia. È sempre chiusa a chiave, ma…»

«Controlliamo. Tu, resta con la signora», ordinò a uno dei due carabinieri. Lui e l'altro sparirono sul lato della casa.

Nero, per la prima volta, si staccò dalla porta. Trottò verso Nerina e si sedette accanto a lei, appoggiandole il fianco caldo e bagnato contro la gamba. La donna allungò una mano tremante e gliela posò sulla testa.

Dentro casa, rumori soffocati. Passi pesanti. Un tonfo. Poi voci concitate.

«Fermo! Fermo, ti ho detto!»

La porta d'ingresso si spalancò di colpo e il maresciallo Bellini uscì trascinando per un braccio un ragazzo magro, forse nemmeno vent'anni, con una felpa grigia e lo sguardo terrorizzato. Sui talloni, l'altro carabiniere spingeva fuori un secondo ragazzo, più tarchiato, con uno zainetto nero.

«Li abbiamo presi in cucina. Avevano già staccato il televisore e stavano rovistando nei cassetti della credenza. Entrati dalla finestra della lavanderia», spiegò Bellini, quasi senza fiato. Poi guardò Nero. «Questa è la sua guardia del corpo?»

«Tre anni che gli do da mangiare», mormorò Nerina. «Stasera voleva restituirmi il favore.»

Il maresciallo scosse la testa, un mezzo sorriso incredulo. «Se fosse entrata mentre loro erano dentro…»

Nerina non rispose. Non ce n'era bisogno.

Passarono altre due ore, tra verbali, sopralluoghi e impronte. I due ragazzi, due cugini di Certaldo già noti per piccoli furti nei paesi vicini, furono portati via nella volante sopraggiunta nel frattempo. La finestra sarebbe stata riparata l'indomani. Il televisore, appoggiato per terra in corridoio con il filo ancora penzolante, era salvo. Come tutto il resto.

Quando finalmente rimase sola, Nerina si sedette sul gradino di casa. La pioggia era cessata. L'aria sapeva di terra bagnata e di ulivi. Nero era ancora lì, accucciato contro la porta, identico a come lo aveva lasciato tre ore prima.

«Sei ancora qua», sussurrò.

Lui alzò la testa.

Nerina aprì la porta. La luce del corridoio si allungò sul gradino, inondando il cane di un bagliore caldo.

«Entra.»

Nero inclinò la testa di lato.

«Forza. Basta dormire fuori. Da stasera hai un divano. Anzi, una poltrona. Quella buona, in salotto.»

Il cane mosse un passo esitante, poi un altro. Varcò la soglia con la cautela di chi non vuole infrangere una regola che si è imposto da solo. Annusò l'aria della cucina, il pavimento in cotto, lo strofinaccio appeso al gancio. Poi si sedette proprio al centro del corridoio e la guardò, con quegli occhi miele che sembravano dire: *Non me lo aspettavo, ma grazie.*

Nerina chiuse la porta. Per la prima volta in dieci anni, la casa non le sembrò vuota.

«Adesso ti do i tortellini. Quelli comprati per domenica. Te li sei meritati.»

La mattina dopo, alle nove in punto, telefonò a sua figlia Chiara, a Firenze.

«Mamma, lo sai che odio le chiamate di prima matt—»

«Hanno cercato di svaligiarmi casa. Ieri sera. C'erano due ragazzi dentro mentre io tornavo dalla spesa.»

Silenzio. Poi la voce di Chiara, improvvisamente sveglia e in allarme: «Cosa? Stai bene? Hai chiamato i carabinieri? Perché non mi hai chiamato subito?»

«Perché non me lo hai chiesto tu, Chiara. Non mi hai mai chiesto niente, ultimamente.»

Altro silenzio.

«Mamma…»

«Sto bene. Grazie a Nero. Il cane di cui ti lamentavi sempre. Quello che secondo te era sporco, pericoloso e chissà cos'altro. Si è messo davanti alla porta e non mi ha fatto entrare. Ha capito tutto prima di me. Se non fosse stato per lui, a quest'ora non lo so cosa sarebbe successo.»

Chiara non rispose subito. Nerina sentì un respiro spezzato dall'altra parte della cornetta.

«Mamma, mi dispiace. Per tutto. Per il cane, per le critiche, per il fatto che non vengo mai a trovarti. Per… per tutto.»

«Lo so, tesoro. L'ho sempre saputo. Ma adesso ho una richiesta. Anzi, no, non è una richiesta. Ti sto avvisando: Nero viene a vivere in casa con me. Dorme in salotto e mangia cibo decente, non più avanzi. Lunedì lo porto dal veterinario. Mi serve un consiglio su che crocchette prendere, le migliori. E un cuscino bello grosso, di quelli ortopedici.»

La figlia rise piano, un riso bagnato. «Va bene. Anzi, ti accompagno io dal veterinario. Sabato, se vuoi. Prendo la macchina e vengo su. Anche Giulia vuole vedere la nonna. E forse anche il cane della nonna.»

Nerina sorrise, guardando Nero che nel frattempo si era acciambellato proprio sulla poltrona buona del salotto, quella di velluto verde, con la testa appoggiata sulla zampa e la coda che batteva lentamente contro il bracciolo.

«Ti aspetto, allora.»

Riattaccò. Prese la vaschetta del macinato dal frigo e iniziò a preparare il sugo. Fuori, il sole di novembre filtrava tra gli ulivi. Nero, dalla poltrona, emise un sospiro soddisfatto.

La domenica successiva, quando Chiara suonò al cancelletto con la piccola Giulia per mano, Nero abbaiò per la prima volta in vita sua. Un abbaio singolo, profondo, quasi di benvenuto. Poi scodinzolò.

Nerina spalancò la porta. «Entrate. È pronto in tavola. E non date da mangiare al cane, che ha già preso i tortellini.»

Giulia corse dentro ridendo, si fermò a due passi da Nero e lo guardò con gli occhi sgranati. Lui, con la dignità di chi ha già salvato tutto quello che c'era da salvare, allungò il muso e le leccò la mano.

Nerina li guardò dalla soglia, in silenzio.

A volte, pensò, la vita rimette le cose a posto da sola. Ti manda un cane nero sotto la pioggia, e tre anni dopo ti restituisce una famiglia. Senza chiedere niente in cambio.

Rate article
Fajna Tajna
Nero non aspettava altro