L’orologio di Alessandro

Ero nella hall dell’Hotel de Russie, a Roma, sotto i lampadari che sembravano ghiaccio scolpito. Aspettavo un cliente importante, un arabo con cui avrei dovuto chiudere l’affare del secolo. Il mio completo blu mi fasciava come un’armatura, l’orologio d’oro al polso luccicava a ogni movimento. Ero Riccardo Fontana, cinquantaquattro anni, uno che non sbaglia mai. Almeno così credevo.

Una mano minuscola mi tirò la giacca.

Mi voltai di scatto. Un bambino magro, con una maglietta rossa stinta e le scarpe da ginnastica sporche, alzava lo sguardo verso di me. Non arrivava neppure al mio gomito. Gli occhi scuri, febbricitanti, fissavano il mio polso.

«Ha un orologio uguale a quello di mio padre.»

Il sangue mi si gelò nelle vene.

Conoscevo solo una persona che avesse quell’orologio. Un Patek Philippe d’epoca con la cassa incisa a mano, due iniziali sul fondello: A. F. — Alessandro Ferri. Il mio migliore amico. L’uomo che mi aveva salvato la vita, e che per colpa mia non aveva più visto l’alba.

«Come si chiama tuo padre?» chiesi, con la voce che mi usciva roca come se non parlassi da anni.

«Alessandro.»

Caddi in ginocchio.

Il marmo mi gelò le rotule, ma non sentii niente. L’eco di quel nome mi aveva svuotato. La gente in hall si fermò a guardarmi: il potente avvocato Fontana in ginocchio davanti a un bambino di strada. Mi tremavano le mani mentre slacciavo il cinturino. Glielo porsi.

«Tienilo. Tuo padre mi ha salvato la vita.»

Lui lo prese senza esitare. Nessuna sorpresa, nessuna gratitudine esagerata. Solo uno sguardo vecchio, come se si aspettasse esattamente quella scena da sempre. Infilai l’orologio nel suo polso sottile, troppo largo, e lo abbracciai. Sentivo le sue costole sotto la maglietta, il cuore che batteva piano. Poi lui si sollevò in punta di piedi e mi sussurrò all’orecchio:

«Papà mi ha detto: se chiedi come sto, vuol dire che ancora non hai raccontato la verità su quella notte.»

Il respiro mi si fermò nei polmoni.

Quella notte. La notte in barca. Il lago di Bracciano, dodici anni prima. Io ubriaco alla barra del motoscafo, il panico, lo scafo che si rovescia, l’acqua nera nei polmoni, Alessandro che mi teneva a galla mentre io lottavo, graffiavo, lo spingevo sotto per restare a respirare. Poi il buio. I soccorritori, i carabinieri, il mio verbale: «Alessandro era alla guida, ha sterzato per evitare un tronco, è caduto in acqua e mi ha salvato.» Eroe. Vedovo a ventinove anni, un figlio di quattro mesi, e io l’unico testimone della sua «bravura».

Nessuno seppe mai che ero io al timone. Che mi ero addormentato con la bottiglia in mano. Che appena sentii l’acqua urlai il suo nome solo per farmi salvare.

Il bambino si staccò dall’abbraccio e mi guardò dritto negli occhi. «Mi chiamo Matteo» disse. «Ho dodici anni. Mia madre crede ancora che papà sia morto da eroe.»

Sentii le gambe molli. Lo presi per mano e lo trascinai fuori dalla hall, lungo via del Babuino, fino a un baretto mezzo vuoto. Ordinai un caffè per me e una cioccolata per lui. Matteo estrasse dallo zainetto una busta ingiallita. La aprì e me la porse.

«Papà l’ha scritta prima di morire. Disse che dovevo cercare l’uomo con l’orologio e dirgli quella frase. E poi consegnargli questa.»

La aprii con le dita che non mi obbedivano.

*“Riccardo,*

*se leggi questa lettera vuol dire che non hai mai avuto il coraggio di dire a Giulia come sono morto davvero. Io so che eri alla guida, so che avevi bevuto, so che ti ho perdonato mentre affondavo. Ma Giulia non sa perché suo marito non è tornato. Matteo crescerà senza padre e crederà a una bugia. Non ti chiedo vendetta. Ti chiedo solo la verità. Per loro.”*

La grafia era la sua. Penna stilografica nera, leggermente inclinata a sinistra. Sentii l’odore del lago, del gasolio, del rimpianto. Misi la lettera in tasca. Guardai Matteo che beveva la cioccolata con le guance scavate. Aveva lo stesso mento di Alessandro. Lo stesso modo di inclinare la testa.

«Matteo, dove abiti?»

«A Siena, con la mamma. Fa la cameriera in un ristorante.»

Presi il telefono e chiamai il cliente arabo. «Mi dispiace, signor Al-Khalil, ho un’emergenza familiare. Ci vediamo domani.» Riattaccai prima che potesse protestare.

«Andiamo da tua madre» dissi a Matteo.

Lui annuì, senza sorridere.

Due ore dopo eravamo in autostrada, la mia Mercedes sfiorava i centoventi. Roma scompariva nello specchietto, lasciando spazio alle colline toscane. Matteo guardava fuori, silenzioso. Ogni tanto accarezzava l’orologio di suo padre, che gli penzolava dal polso come un braccialetto gigante.

Arrivammo a Siena che il sole calava dietro il Duomo. Parcheggiai in una strada stretta, scesi, presi Matteo per mano. Lui mi guidò fino a un portone scrostato in vicolo della Torre. Terzo piano, nessun ascensore. Salii le scale col cuore in gola.

Bussò Matteo. La porta si aprì e apparve Giulia.

Capelli raccolti, viso segnato, un grembiule ancora legato in vita. Mi guardò senza capire. Poi vide l’orologio al polso del figlio e sbiancò.

«Giulia…» cominciai, ma la voce mi si spezzò.

Lei indietreggiò di un passo, come se avesse visto un fantasma. «Cosa ci fai qui?»

Mi inginocchiai sul pianerottolo, sotto la luce fioca. Presi la lettera e gliela porsi. Lei la lesse, in piedi, mentre io restavo in ginocchio. Vidi le sue labbra muoversi, gli occhi passare da riga a riga. Poi le mani presero a tremare.

«Ero io al timone, Giulia. Avevo bevuto quasi una bottiglia di vino. Mi addormentai. Quando ci ribaltammo, Alessandro mi tenne a galla per dieci minuti. Io graffiai, urlai, lo spinsi. Lui mi diede il suo giubbotto salvagente. Io me lo misi e non glielo restituii. Poi persi conoscenza. Lui annegò mentre io mi aggrappavo a uno scafo.»

Giulia non disse niente per un tempo lunghissimo. Si portò le mani al viso. Poi lasciò cadere la lettera e si precipitò dentro casa. Sentii i singhiozzi, i pugni contro la parete. Matteo restò in silenzio, immobile come una statua.

Dopo qualche minuto, Giulia tornò sulla porta. Aveva gli occhi rossi, ma non piangeva più. Sollevò la mano e mi schiaffeggiò.

Uno schiaffo che sapeva di assenzio e anni rubati.

Poi si inginocchiò anche lei, davanti a me, come se le gambe non la reggessero. Afferrò Matteo e lo strinse. Io restai lì, in ginocchio, il segno del suo palmo sulla guancia.

«Perché… perché proprio ora?» sussurrò.

«Perché vostro figlio mi ha trovato. Perché… non potevo più scappare.»

Giulia mi guardò, e per un attimo mi parve di scorgere qualcosa che somigliava al sollievo. Non perdono. Solo la fine di una menzogna lunga dodici anni.

Mi alzai, tolsi l’orologio dal polso di Matteo e glielo lasciai in mano. «Era di tuo padre. Ora è tuo davvero.»

Poi scesi le scale.

Fuori, il vicolo era immerso nell’ombra. Camminai senza meta, le mani in tasca, il vento della sera che mi asciugava la fronte. Sentii l’eco dei singhiozzi di Giulia, i passi di Matteo che forse mi guardava dalla finestra.

Non mi voltai. Per la prima volta dopo dodici anni, non sentivo più il peso del lago sul petto. Solo un silenzio leggero, come un bicchiere d’acqua dopo una febbre alta.

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Fajna Tajna
L’orologio di Alessandro