Il conto che non torna mai

Telefonò sua madre alle sette e un quarto del mattino, mentre Chiara era già in corridoio con la borsa a tracolla e un piede nella scarpa. Sul display lampeggiava il nome della sorella. Silvia. Non «come stai», non «scusa l’ora». Andò subito al sodo.

«Chiara, mi servono duemilacinquecento euro. Subito. Mattia parte per il campus in Inghilterra, poi c’è il tutor di matematica e il dentista. Ah, e le scarpe da calcetto, quelle le abbiamo già prese, ma devo ridarli a Costanzo perché li ho anticipati io.»

Chiara si fermò con la mano sulla maniglia.

«Silvia, sono le sette. Mi hai svegliata.»

«E vabbè, scusa, ma è urgente. Me li fai stasera? Il bonifico dico. Il posto al campus scade dopodomani e io adesso sono proprio tirata, Costanzo ha bloccato tutto nel nuovo ristorante, non tira fuori un euro. E poi tu a Mattia ci tieni, no? L’hai cresciuto.»

Cresciuto. Quella parola arrivò dritta allo stomaco, dopo otto anni di silenzio su quell’argomento. Perché prima era sempre «è mio figlio», «un bambino deve stare con sua madre». Adesso che servivano soldi, improvvisamente «l’hai cresciuto».

«Costanzo non è suo padre?»

«Cosa c’entra Costanzo, Mattia mica è figlio suo. È figlio di quell’idiota di Carlo. E Carlo io non lo vedo da una vita, dove lo vado a cercare. Chiara, ti prego. Sei mia sorella. Tu un lavoro ce l’hai, vivi da sola, non hai mica le spese che ho io. Figli non ne hai.»

Ecco. La frase che aspettava da anni. Detta con la stessa leggerezza con cui si dice «passami il sale».

«No, Silvia. Figli non ne ho. Per questo mi hai lasciato il tuo per cinque anni.»

«Oh, ma che palle. Sempre la stessa storia. Ti ho forse obbligata? L’hai preso tu.»

Chiara chiuse gli occhi. E mentre sua sorella continuava a parlare, la mente tornò indietro. Al portone di casa sua, undici anni prima.

Quella sera di novembre Silvia si presentò con un passeggino e una valigia sfondata. Mattia aveva due anni e due mesi. Piangeva perché aveva fame, e Silvia neppure lo sentiva. Parlava velocissima, come se temesse di essere interrotta prima di finire.

«Chiari, un paio di mesi soltanto. Carlo se n’è andato con quella lì, io non ho una lira, devo trovarmi un lavoro. Mamma ha detto che tu sei libera, che per te è più facile.»

Libera. Quella parola gliel’avevano appiccicata addosso come un’etichetta. Trentadue anni, un bilocale in zona San Donato a Torino, impiegata in uno studio commercialista, niente marito, niente figli. Dunque libera. Dunque più facile.

«Silvia, io lavoro tutto il giorno. Esco alle sette e torno alle otto. Come faccio?»

«C’è il nido! Lo iscrivo qua vicino, ti mando i soldi appena mi sistemo. Chiari, ti prego. Sei la mia unica speranza.»

Quella notte telefonò anche la madre.

«Non vorrai mica lasciare tua sorella per strada con un bambino. Carlo se n’è andato, è disperata. Tu sei sola, non ti costa niente. Il Signore non ti ha dato figli tuoi, almeno aiuta tuo nipote.»

Il Signore non ti ha dato figli. Detto così, tra una ricetta e l’altra.

Chiara prese Mattia per due mesi.

Due mesi diventarono sei. Poi un anno. Poi due.

Silvia «cercava lavoro». Poi il lavoro lo trovò ma «il capo era uno stronzo». Poi le serviva «una pausa, che stavo impazzendo», e partì per Mykonos con delle amiche. Da Mykonos mandò foto. Lei in spiaggia, cocktail in mano. Lei su un motorino con un ragazzo greco. Lei che rideva sotto un pergolato bianco. Soldi? Zero.

Mattia andò al nido del quartiere. Poi alla materna. Chiara si alzava alle cinque per preparargli la merenda, accompagnarlo, correre in ufficio. Quando si ammalava – sempre, tutti gli inverni, bronchiti, otiti, febbre a trentanove – Chiara prendeva permessi non retribuiti. La notte finiva i bilanci arretrati mentre lui le dormiva sulla spalla.

Comprò il lettino. Poi il letto vero, perché il lettino era diventato piccolo. Poi scarpe nuove, giacche a vento, libri. D’estate il centro estivo. Il dentista, i vaccini, lo psicologo perché Mattia aveva gli incubi e gridava «mamma» nel sonno, ma non chiamava lei. Chiamava l’altra, quella che non tornava mai.

Silvia passava ogni tre o quattro mesi. Sempre di corsa. Portava un regalo, stringeva Mattia, piangeva «amore mio quanto mi manchi», e dopo due ore scappava via. Appuntamenti, nuove conoscenze, «un uomo meraviglioso, non immagini».

«Almeno lasciami qualcosa per i pannolini» le disse una volta Chiara.

«Chiari, sono al verde. Appena mi sistemo ti ridò tutto. Fino all’ultimo centesimo.»

Mattia la chiamava «mamma Chiara». Aveva cominciato da solo, a tre anni, e lei aveva smesso di correggerlo. A quattro sapeva leggere tutte le lettere dell’alfabeto, perché Chiara gliele aveva attaccate al frigo con le calamite, e ogni sera ne sceglievano una per inventare una storia. A cinque andava in bicicletta senza rotelle. A sei aveva perso il primo dente e l’aveva messo sotto il cuscino, e Chiara aveva infilato due euro sotto la federa alle due di notte, in punta di piedi.

Cinque anni.

Silvia venne a riprenderselo a luglio, un mese prima della prima elementare. Arrivò irriconoscibile. Tacchi alti, cappotto costoso, un uomo nuovo accanto. Costanzo. Ristoratore, due locali a Genova, casa in collina.

«Chiari, grazie di tutto. Ora ci penso io. Lo iscrivo alla privata, gli faccio fare nuoto e inglese.»

«Silvia, ha sette anni. Ha sempre vissuto qui.»

«Sì, appunto. È ora che torni da sua madre. L’hai detto tu che sono io sua madre, no?»

Mattia urlò per mezz’ora. Si aggrappò alla ringhiera delle scale, al braccio di Chiara, alla sua borsa. Silvia lo strattonava.

«Mattia, smettila. Basta sceneggiate. Andiamo a casa, vedrai che bella camera ti ho preparato.»

Quando la porta si chiuse, Chiara si sedette sul pavimento del corridoio. Sentiva i singhiozzi di Mattia scendere per le scale, sempre più lontani. Poi il portone sbatté.

Raccolse le calamite dal frigo. Le mise in una scatola da scarpe. La spinse in alto, nell’armadio, dietro i maglioni invernali.

Per tre anni Silvia non si fece quasi sentire. Qualche messaggio a Natale, una telefonata il giorno del compleanno di Chiara – non sempre. Mattia in visita mai. «È lontano, è pieno di impegni, ha nuoto il martedì e inglese il giovedì.»

Chiara ci andava lei, appena poteva. Un sabato al mese prendeva il treno per Genova, gli portava un regalo, lo portava a mangiare la pizza, passeggiavano sul lungomare. Mattia era cresciuto, si vergognava a darle la mano in pubblico, ma quando nessuno guardava gliela prendeva lo stesso.

Poi anche quelle visite finirono. Silvia trovava scuse. «Siamo via per il weekend. Mattia ha la partita. Costanzo ha parenti a cena.» E piano piano smisero di vedersi.

Fino a quella mattina. Le sette e un quarto. Duemilacinquecento euro.

La sera stessa Silvia richiamò. Questa volta con voce più dolce, quasi supplichevole.

«Chiari, hai pensato al mio messaggio? Guarda, non devi per forza darmi tutto. Anche millecinquecento, solo per il campus. Il resto lo chiedo a un’altra parte.»

«No, Silvia.»

«No cosa?»

«Non te li do. Millecinquecento, duemilacinquecento, cinquecento. Niente. Sei sua madre. Mantienilo tu.»

La linea restò muta per un istante.

«Ma come ti permetti? È Mattia! L’hai cresciuto! Sei la sua seconda madre!»

«L’ho cresciuto per cinque anni. Gratis. Mentre tu eri a Mykonos a farti fotografare sui motorini. Ti ricordi quando ti chiesi i soldi per i pannolini? Mi dicesti “appena mi sistemo ti ridò tutto”. Sono passati undici anni. Dove sono i miei soldi, Silvia?»

«Tu stai male. Stai veramente male. Io allora stavo crollando. Carlo mi aveva mollato. Ero a pezzi!»

«E io invece stavo benissimo? Mi alzavo alle cinque. Lavoravo di notte per stargli dietro di giorno. Non ho avuto una relazione seria per anni perché quale uomo si prende una con un figlio non suo, di cui non può neanche chiedere l’affidamento perché la madre biologica è viva e vegeta e gira per locali?»

Dall’altra parte scoppiò un pianto. Vera o finta, Chiara non sapeva più distinguere.

«Io credevo che tu lo amassi» singhiozzò Silvia.

«Lo amo. Proprio per questo non ti do un euro. Perché quei soldi non andranno al campus. Io conosco i tuoi campus. Cerca Carlo. Chiedi gli alimenti. O chiedili a Costanzo, già che ci sei. Io non sono il tuo bancomat, Silvia. Non funziono più.»

Sua madre chiamò il pomeriggio seguente.

«Chiara, mi hanno detto che hai detto no a tua sorella. Con un bambino di mezzo. Ma ti rendi conto?»

«Ciao, mamma.»

«Silvia è distrutta. Ha pianto tutta la notte. Mattia rischia di perdere il campus e tu, la zia, ti tiri indietro. Vergognati.»

«Mamma, io Mattia l’ho cresciuto per cinque anni. Dov’era Silvia?»

«Aveva un periodo difficile. Che cosa sei, un commercialista che fa le pulci? È tua sorella. Sangue del tuo sangue.»

«Sangue del mio sangue. E quando io a trent’anni avevo in casa un bambino non mio e mi giocavo la possibilità di averne uno mio, quello che sangue era?»

Sua madre si bloccò.

«Nessuno ti ha obbligata.»

«Nessuno. Solo che tu mi dicesti “il Signore non ti ha dato figli, aiutane almeno uno nato”. Ti ricordi? Io l’ho aiutato. Cinque anni. Ora Silvia ne vuole ancora, e io sono di nuovo quella cattiva.»

«Lei non pretende. Chiede.»

«Lei pretende, mamma. Con la frase “tanto tu non hai figli”. Non è chiedere, quello. È ricattare.»

Il tono di sua madre cambiò. Diventò basso, duro.

«Allora senti bene, Chiara. Se non dai una mano a tua sorella, per Pasqua non venire. Se per te la famiglia non conta niente, stai a casa tua.»

Chiara guardò il muro davanti a sé. La carta da parati a fiori che aveva scelto con Mattia, dieci anni prima. Quella con i girasoli. «Mamma Chiara, questi sono fiori felici», aveva detto lui.

«Va bene, mamma. Non vengo.»

Riattaccò per prima. Cosa che non aveva mai fatto in trentotto anni di vita.

Silvia tentò l’ultima carta qualche giorno dopo. Un messaggio lunghissimo su WhatsApp. In sintesi diceva: «Se fai così, io dico a tutti che hai scaricato Mattia. Che l’hai mollato quando non ti serviva più. Che la zia senza figli ha voltato le spalle a un bambino che la chiamava mamma. Vediamo come ti guarda la gente.»

Chiara era in cucina. Appoggiò il telefono sul tavolo, si versò il caffè. Poi lo riprese e scrisse. Lentamente. Soppesando ogni lettera.

«Dillo pure. A tutti. Io ho ancora le ricevute. Della retta dell’asilo. Del dentista. Della bronchite del 2017: guarda caso, in quel periodo tu eri in Sardegna. Ho le foto e ho i messaggi. Ho tenuto tutto. Racconta pure la tua versione. Poi racconto la mia. Vediamo chi condanna chi.»

Le ricevute in realtà non le aveva conservate tutte. Qualche estratto conto, il contratto della materna, due fatture dell’ortodontista. Sua sorella però non poteva saperlo. E infatti Silvia smise di scrivere. Bloccò Chiara su WhatsApp.

A Pasqua non la invitarono. Lo scoprì da una storia su Instagram di una cugina: la tavola lunga, l’agnello al forno, la pastiera. C’erano tutti. Silvia, Costanzo, Mattia in camicia azzurra. Sua madre a capotavola.

Mattia era irriconoscibile. Spalle larghe, capelli lunghi, l’espressione seria. Ma gli occhi erano gli stessi. Quelli che la guardavano da sotto le coperte quando leggeva le favole. Quelli che la cercavano tra la folla all’uscita di scuola.

Chiara ingrandì la foto. La guardò per un minuto intero. Poi spense il telefono.

La chiamata arrivò un sabato sera di fine giugno. Numero sconosciuto.

«Mamma Chiara?»

La voce era bassa, incerta. Le si spezzò in gola.

«Mattia?»

«Sì. Sono al telefono di un amico. Mamma mi ha tolto il cellulare. Dice che tu ci hai abbandonati. È vero?»

Chiara chiuse gli occhi. Si appoggiò alla parete.

«Non è vero, Mattia. Io non ti ho mai abbandonato. Mai. Io ti ho voluto bene dal primo giorno. Te ne voglio ancora. Sempre.»

Rimasero in silenzio qualche secondo.

«Io mi ricordo» disse lui piano. «Mi ricordo le calamite. La A era rossa, la B era blu. E la tua borsa puzzava di caffè, la mattina, quando mi portavi all’asilo.»

Chiara rise, piano.

«Puzzava ancora di più la sera, quando tornavo.»

«Lo so. Mi ricordo anche quello. Solo che lei dice che non è vero. Che me lo sono sognato.»

Parlarono ancora un poco. Della scuola, di un corso di robotica che Mattia seguiva di nascosto da sua madre perché «dice che non serve a niente». Poi lui disse che doveva andare, l’amico aspettava.

«Ti posso richiamare?»

«Certo che puoi. Quando vuoi. Io ci sono sempre.»

«Promesso?»

«Promesso.»

Non lo richiamò più. Forse l’amico cambiò numero, forse Silvia lo scoprì. Chiara provò a scrivere a quel numero, una volta. Due. Nessuna risposta.

Tre giorni dopo, una domenica mattina di sole, aprì l’armadio e tirò giù la scatola da scarpe. La aprì sul tavolo della cucina. Le calamite erano ancora lì. Le stesse di quindici anni prima. La A rossa, la B blu, la C gialla. La M verde. La sua preferita, perché era l’iniziale di Mattia.

Le attaccò al frigo. Una a una. Compose piano: M – A – T – T – I – A.

Fece un passo indietro. Poi prese il cellulare, cercò quel numero sconosciuto nella rubrica, e lo salvò. Nome: «Mattia».

Posò il telefono sul tavolo. A fianco della caffettiera. Con lo schermo rivolto verso l’alto. E andò a preparare il caffè.

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Fajna Tajna
Il conto che non torna mai