Marco le si parò davanti all’uscita dello studio notarile dove Chiara lavorava come segretaria. Era un pomeriggio afoso di fine giugno, l’aria immobile odorava di polvere e tigli in fiore. Lei aveva in testa solo il condizionatore di casa e una doccia fresca. Lui, invece, aveva quell’espressione da generale che dà ordini e non prevede replica.
— Domani dai le dimissioni — disse Marco, saltando ogni preambolo. — Te ne vai a Roccasanta, dai miei. Hanno bisogno di una persona fissa in casa. Mia madre non ce la fa più con le scale. Deciso.
Chiara lo guardò con una calma che non prometteva nulla di buono. Deciso. Non “dobbiamo parlare”, non “mi serve il tuo aiuto”. Deciso, come un timbro su un modulo.
— Interessante — mormorò lei, sistemandosi la tracolla della borsa. — E quando pensavate di chiedermelo? O è una di quelle cose dove io scopro i piani altrui per caso, tipo una sopresa?
— Che ti devo chiedere? — Marco scrollò le spalle, già con lo sguardo altrove. — Sei mia moglie. È una questione di famiglia. In famiglia non si chiede, si fa.
— Ah, si fa — Chiara annuì, degustando la frase come fosse un vino andato a male. — Quindi il mio ruolo in questa famiglia è tipo una valigia. Mi prendi, mi metti su un treno e via.
— Non fare la spiritosa — tagliò corto lui. — Non sopporto quando inizi a rigirare le parole. Ti ho detto quello che devi fare. Basta.
Chiara si prese un istante. Dentro ribolliva tutto, ma era un fuoco freddo, di quelli che non fanno fumo. Fuori, invece, aveva la voce vellutata di chi ha una pazienza costosa e non ha intenzione di sprecarla sul marciapiede.
— Marco, senti — riprese con tono leggero — qui per strada non mi va di discutere. Ti aspetto a casa, mangiamo qualcosa, ne parliamo con calma. Hai fatto merenda almeno?
— Non ho tempo per queste cose — borbottò lui, già distratto dal telefono che vibrava in tasca. — Io ti ho avvisata. Stasera probabilmente torno tardi.
— E i dettagli? — Chiara inclinò la testa. — Non sono mai stata a casa dei tuoi. Almeno un indirizzo?
— Dopo, dopo — tagliò lui, allontanandosi a passo svelto senza voltarsi, come se avesse appena liquidato una pratica noiosa e chiuso per sempre il fascicolo.
Lei rimase lì, a fissargli le spalle che si allontanavano. Non rabbia: stupore. Come faceva un uomo che aveva diviso il letto con lei per sette anni a pensare che la sua vita fosse un soprammobile da spostare da una mensola all’altra?
— Incredibile — mormorò tra sé. — “Si fa”.
Svoltò l’angolo ed entrò al supermercato sotto casa. Aveva bisogno di gesti semplici, di quelli dove scegli tu, come prendere una mozzarella o decidere se la verdura in offerta vale la pena. Tra i banchi frigo trovò Giulia, la sua unica ancora di salvezza tra le scartoffie del notaio. Lavoravano gomito a gomito da quattro anni e si conoscevano l’anima.
— Chiara! — Giulia spingeva un carrello stracolmo, con l’aria di chi sta facendo scorta per l’apocalisse. — Fermami prima che compri anche lo scaffale. Sono a un passo dal baratro.
— Problemi?
— Mio marito ha deciso che la lavatrice si ripara da sola e il figlio ha portato a casa i pidocchi dall’asilo. O forse non sono pidocchi, ma la maestra ha detto che dobbiamo controllare. Io sto impazzendo. Tu piuttosto? Faccia da funerale elegante. Chi è morto?
— La mia autonomia, pare — rispose Chiara, prendendo un pacco di caffè. — Marco mi ha intercettata all’uscita. Devo licenziarmi e trasferirmi a Roccasanta per badare ai suoi.
Giulia mollò la presa sul carrello. Un pacco di pasta cadde a terra con un tonfo sordo. Nessuna delle due lo raccolse.
— Ferma tutto. “Devi”? Ha detto proprio “devi”?
— Parola sua. “Domani dai le dimissioni”. Punto.
— E tu?
— Io? Ammutolita. Stavo ammirando lo spettacolo: un uomo adulto che cancella la vita di un’altra persona in otto parole.
— Chiara — Giulia abbassò la voce, con l’aria di chi sta per svelare un complotto. — I suoi genitori hanno altri figli?
— Sua sorella, Silvia. Vive in centro, a due passi da qua.
— Silvia — ripeté Giulia, assaporando il nome come una caramella amara. — Quindi i genitori hanno una figlia biologica, adulta, viva e vegeta. Ma la badante deve essere la nuora. La parente acquisita. Quella che per la legge italiana non ha alcun obbligo di assistenza verso i suoceri. Giusto per dire.
— Giusto per dire — confermò Chiara.
— Amore mio, ti hanno appena appeso una bella valigia piena di mattoni al collo. E nessuno ti ha chiesto se avevi voglia di fare la portantina.
— Lo so.
— E allora? Che fai? Parti?
— Dici che ho la faccia da badante volontaria?
— No, hai la faccia di una che sta per fare un macello. E io voglio i dettagli.
— Domani — promise Chiara. — Oggi devo prima parlare con l’illustrissimo.
Rientrò a casa con un unico limone nella borsa, comprato senza motivo, solo per il gusto di stringere qualcosa di sodo nel pugno. Non fece in tempo a posarlo sul tavolo che il telefono squillò. Silvia.
— Chiaretta cara! — La voce della cognata grondava miele da far venire il diabete. — Marco mi ha detto tutto. Tesoro, sei un angelo sceso in terra, non sai quanto ti sono grata.
— Silvia — Chiara si sedette sul divano, accavallando le gambe con lentezza quasi teatrale. — Illuminami. Per cosa esattamente mi stai ringraziando?
— Per i nostri genitori, no? Marco ha detto che domani ti licenzi e vai da loro. Finalmente respiro. Io ho i bambini, il lavoro, la casa che è un disastro. Non sai che peso mi togli.
— Aspetta — la interruppe Chiara con dolcezza letale. — Marco ti ha detto che io ho già accettato?
— Beh, ha detto “è deciso”. Quindi…
— Quindi Marco ha deciso. Il che è molto diverso da “Chiara ha accettato”. Non so se mi spiego.
Il silenzio dall’altro capo fu rumoroso come una pentola che cade.
— Come… come sarebbe? — la voce di Silvia si era improvvisamente seccata. — Non è che possiamo lasciarli soli, nostra madre non sale più le scale da sola.
— Vero — ammise Chiara. — Chi potrebbe aiutarli, se non la loro unica figlia? Tu, presumibilmente. O sbaglio?
— Io? Ma sei matta? Io non ho tempo. Ho due gemelli. La logopedia, la piscina, i compiti. Tu non hai figli, che ti costa?
— Ah, ecco. Io non ho figli, quindi il mio tempo non vale. La mia carriera non vale. La mia vita, in pratica, è un contenitore vuoto che potete riempire con le vostre emergenze. Che bello. Un regalo.
— Stai esagerando.
— Io ascolto e ripeto — rispose Chiara, con calma olimpica. — Comunque, non trattengo oltre i tuoi impegni. Un bacio ai gemelli. Ai tuoi genitori mando un saluto. Per via aerea.
Riattaccò. Il limone sul tavolo sembrava sorriderle.
La porta di casa si aprì. Marco entrò con l’energia di un padrone di tenuta che controlla i possedimenti. Andò dritto in cucina, afferrò il piatto che Chiara aveva preparato per sé e iniziò a mangiare in piedi, senza guardarla.
— Hai fame, vedo — osservò lei.
— Fame da lupi — borbottò lui a bocca piena.
Sparì il cibo, lui spinse via il piatto e, senza una parola, andò in camera da letto. Chiara lo sentì armeggiare con l’anta dell’armadio.
— Che stai facendo?
— Ti aiuto a preparare la roba — rispose Marco, afferrando i suoi maglioni a bracciate e gettandoli in un grosso trolley aperto sul letto. — Così domani fai presto. Visto che bravo marito? Ti faccio pure le valigie.
— Non ti ricordo che non ho mai detto di venire — osservò lei, appoggiata allo stipite.
— Non serve che lo dici. Ormai ho avvisato tutti. Mia madre, Silvia… La mamma ti ha già preparato la stanza. Non puoi tirarti indietro adesso, fai una figuraccia.
— Ah, certo. Non posso deludere gli altri — mormorò Chiara, guardando il trolley che si riempiva. — Solo me stessa.
— Non ricominciare con i drammi — sbuffò Marco, mostrandole in mano il suo foulard preferito. — Guarda, metto pure questo. Parti attrezzata.
Chiara incrociò le braccia. Più lui ammucchiava indumenti, più qualcosa dentro di lei si solidificava. Non era rabbia calda: era una quieta, assoluta chiarezza.
Qualcuno suonò alla porta. Marco andò ad aprire. Era Luca, il suo amico di sempre, un uomo di poche parole e di occhi attenti. Entrò, vide il trolley aperto e si fermò di colpo.
— Partite? Vacanze?
— No, no — rispose Marco, euforico. — Chiara va da mia madre, a Roccasanta. Deve badare a loro.
Luca girò lo sguardo verso Chiara, che non aveva mosso un muscolo.
— È vero? — le chiese, con una voce che non giudicava ma soppesava.
— Lui ha deciso di sì — rispose lei, tranquilla. — Il mio consenso non era richiesto. Io faccio la valigia, in questa storia.
Luca si voltò verso Marco. Il suo tono cambiò appena, diventando più sordo.
— Posso parlarti un attimo? In privato.
Uscirono sul balcone. Chiara non li seguì, ma lasciò la porta-finestra socchiusa quel tanto che bastava.
— Ma che stai facendo? — la voce di Luca era bassa ma tesa. — Sono i tuoi genitori. E ha una figlia, tua sorella. Perché deve andarci Chiara?
— Perché Silvia è impegnata — rispose Marco, con fastidio. — Ha la famiglia, i bambini. Chiara no. È la soluzione più logica.
— Logica per chi? Per te che così non muovi un dito? Io ti parlo da uno che ha tirato su due fratelli da solo, sveglia alle cinque e a letto a mezzanotte per anni. Quella roba la fai perché tocca a te. Non la scarichi su una che non c’entra.
— Lei è mia moglie — ribatté Marco, alzando la voce. — Mica un’estranea.
— Appunto. È tua moglie. Non una badante gratis che hai assunto senza contratto. Se sei tanto preoccupato, vacci tu. Prendi un’aspettativa. Dividiti i turni con tua sorella. Ma non obbligare lei. Non è un pacco postale.
— Sei sempre stato un moralista insopportabile — ringhiò Marco. — Non permetterti di dirmi come gestire casa mia.
Luca scosse la testa e rientrò. Si fermò un istante accanto a Chiara e la guardò. Non servivano parole. Lei gli sfiorò il braccio con la mano, un grazie muto. Poi la porta si richiuse.
Rimasti soli, Marco tornò al trolley, tutto soddisfatto.
— Ecco — disse. — C’entra tutto perfetto. Sei pronta.
— Lo sono — rispose Chiara. E andò nello sgabuzzino.
Tornò con due grosse borse di tela, di quelle da palestra, e cominciò a riempirle con il resto dei vestiti. Maglie, scarpe, libri. Ogni gesto era preciso, definitivo.
— Così tanta roba? — Marco aggrottò la fronte. — Mica ti trasferisci per sempre.
— Non si sa mai — disse lei senza voltarsi.
Lui si illuminò. Non capiva, eppure si illuminò lo stesso. Ai suoi occhi, la moglie stava obbedendo con slancio. La fermezza, pensò, paga sempre.
La mattina dopo, Chiara uscì dal bagno già vestita. Il trolley e le due borse erano allineati accanto alla porta come soldatini. Marco, in accappatoio, sorseggiava il caffè con l’aria trionfante di chi ha appena vinto una battaglia senza combattere.
— Parti presto — commentò, compiaciuto. — Così arrivi per pranzo. Ah, mi raccomando: chiama mia madre prima. Ringraziala per la stanza.
— Certo — rispose Chiara, prendendo il telefono.
Compose il numero. La suocera rispose al primo squillo, con una voce che tremava di gratitudine anticipata.
— Mamma, è Chiara. Volevo solo dirti grazie. Per avermi preparato la stanza. È stato molto premuroso da parte tua.
— Figurati, tesoro! Ho messo le lenzuola buone, quelle di fiandra. Ho spazzato la camera, ho tolto i soprammobili per farti spazio. Ci sono i gerani sul davanzale. Vedrai, starai benissimo.
— Ti credo. Grazie ancora per la stanza.
— Allora a che ora arrivi, più o meno?
— Grazie per la stanza — ripeté Chiara con un sorriso dolcissimo, e chiuse la chiamata.
Marco, che aveva ascoltato, batté le mani.
— Ottimo. Visto? Educazione, quella vera. Mia madre è entusiasta.
— Entusiasta — ripeté lei.
Alle nove e mezza arrivò il taxi. Marco, in un eccesso di galanteria postuma, volle portare i bagagli giù per le scale. Ansimò, sudò, ma ce la fece. Caricò tutto nel bagagliaio con l’orgoglio di un facchino.
— Ecco — disse, spolverandosi le mani. — Buon viaggio. Scrivimi quando arrivi, così sto tranquillo.
Chiara salì in macchina. Lo guardò attraverso il finestrino, gli fece un cenno con la mano e si allontanò.
Marco rimase sul marciapiede a fissare la strada vuota. Si sentiva leggero. Ce l’aveva fatta. Sua moglie era una brava donna, aveva solo bisogno di una piccola spinta decisa. Sorrise tra sé, pregustando il racconto che avrebbe fatto a Silvia.
Poi, come un cazzotto in pieno petto, un pensiero lo colpì. L’indirizzo. Non le aveva dato l’indirizzo. Chiara non era mai stata a Roccasanta. Sua madre, da anni, veniva sempre a Roma. Lei la casa in campagna non l’aveva mai vista. Non sapeva la via, non sapeva il numero.
— Accidenti — farfugliò, tirando fuori il telefono in fretta.
Chiamò. Il segnale andava a vuoto. Un’altra volta. Niente. Le inviò un messaggio con l’indirizzo esatto, mettendo anche il punto sulla mappa. “Scusa, dimenticanza mia. Roccasanta, via delle Ginestre 14. Fammi sapere quando arrivi.” Inviato.
Sospirò. Poco male. Il messaggio l’avrebbe letto. Le donne controllano sempre il telefono.
Passò la giornata. Verso sera, era sul divano a guardare una partita quando il telefono squillò. Era sua madre.
— Marco — la voce era incrinata. — Tesoro, ma Chiara dov’è? Non è arrivato nessuno. Ho aspettato tutto il giorno con la torta in forno.
— Come non è arrivata? — Marco scattò in piedi. — È partita stamattina alle nove e mezza. Con il taxi. Aveva tre bagagli.
— Qui non si è vista anima viva. Sei sicuro che sia venuta qua?
— Deve essere venuta qua. Dove altro potrebbe andare?
— Non lo so, figlio mio. Magari ha sbagliato strada.
Marco chiuse la chiamata e compose il numero di Chiara. Una, due, sette volte. Niente. Poi il telefono risultò spento. I messaggi su WhatsApp non si inviavano. Un segno di spunta grigio, poi basta.
Fu allora che la verità, lenta e gelida, cominciò a insinuarsi dentro di lui. Lei non era mai partita per Roccasanta. Aveva preso un taxi, lui stesso l’aveva vista salire. Ma il taxi non andava dai suoi genitori. Andava da un’altra parte. Con tutta la sua roba. Con il trolley che aveva riempito lui.
— Quella è pazza — mormorò. La rabbia gli salì su come vomito. — Mi ha preso in giro.
Non dormì. Passò la notte a chiamare, a lasciare messaggi vocali sempre più agitati. Prima ragionava, poi supplicava, poi urlava nel vuoto. L’alba lo trovò riverso sul divano, con gli occhi di chi non ha chiuso ciglio.
Alle otto e mezza del mattino dopo era già fuori dallo studio notarile. Appostato come un investigatore da due soldi, aspettò.
Lei arrivò. A piedi. Fresca, riposata. Indossava un vestito leggero color crema che lui non le aveva mai visto. Camminava dritta, con quel suo passo calmo che adesso lo faceva impazzire.
— Dove sei stata? — le si parò davanti, stravolto. — Mia madre ti ha aspettato tutto il giorno. Dov’è finita la tua roba? Dove hai dormito? Che cosa hai fatto?!
— Buongiorno, Marco — rispose Chiara, senza scomporsi. — Non mi sono mai mossa dalla città. E, onestamente, non avevo mai avuto intenzione di farlo. Te l’avevo detto, forse non hai ascoltato.
— Tu… tu mi hai mentito! Hai fatto la messinscena del taxi! Hai finto di accettare!
— Finto? — lei piegò appena la testa. — Tu hai deciso. Hai impacchettato i miei vestiti. Hai chiamato tua madre e tua sorella. Hai messo in scena un trasloco senza mai chiedermi: “Chiara, tu cosa vuoi?”. Io ho semplicemente preso le mie cose e le ho portate dove qualcuno mi tratta come una persona e non come un elettrodomestico. Il taxi, per tua informazione, mi ha accompagnato da un’amica. Che ha un divano letto e, soprattutto, non mi dà ordini.
Marco era paonazzo. Le vene sul collo gli pulsavano.
— Tu adesso torni a casa e domani ti fai accompagnare da me a Roccasanta! — sbraitò, alzando la voce quel tanto che bastava a far voltare due passanti. — Basta giochetti. Io ho già dato la mia parola.
Chiara smise di sorridere. Lo guardò dritto negli occhi, e la sua voce divenne piatta come una lama.
— Ascoltami bene, Marco. Se osi darmi un altro ordine, uno soltanto, io tiro fuori il telefono e apro l’app del tribunale. Separazione consensuale con addebito. Tre clic e ho finito. Vuoi provare?
Lui aprì la bocca. La richiuse. Qualcosa in fondo allo stomaco gli crollò.
— Non sto minacciando — aggiunse lei, già voltandosi per entrare in ufficio. — Ti sto informando. Come piace a te. Deciso.
Varcò la soglia. La porta a vetri si richiuse senza rumore.
Marco rimase sul marciapiede. La rabbia si era sciolta, lasciando posto a una sensazione nuova, appiccicosa, che somigliava alla paura. Si guardò le mani. Con quelle stesse mani aveva impacchettato i suoi maglioni, uno a uno, convinto di avere ragione. L’aveva messa fuori dalla porta con le sue stesse forze. E ora lei era fuori. Davvero.
In tasca, il telefono vibrò. Silvia.
— Allora? — abbaiò la sorella. — È arrivata? Perché mamma dice che ieri non si è vista. Che succede?
— Non arriva, Silvia. Non arriva più. Vacci tu, se hai voglia.
— Cosa? Ma come ti permetti di parlarmi così? Io ho la mia vita, i miei impegni!
— E io ho perso mia moglie — disse Marco. E riattaccò.
Si sedette su una panchina all’ombra di un tiglio. L’afa di giugno gli incollava la camicia alla schiena. Lui non si mosse. Pensava a Chiara, a come era entrata nel taxi quel mattino. Ai foulard piegati, ai libri, alle borse. Al suo saluto leggero con la mano.
Non era stato fermo, era stato solo ottuso. Aveva scambiato una persona per un oggetto.
Chiara non tornò quella sera. Né quella dopo. Il trolley era sparito con lei, nello stesso bagagliaio dove lui l’aveva caricato con le sue mani.
E ogni mattina, passando davanti allo studio notarile, Marco rallentava il passo. Si fermava un istante, con la speranza di vederla uscire e finalmente sorridergli. Ma lei usciva, camminava dritta, e non si girava mai.




