La notte in cui Nera smise di svegliarmi

Non sono una che si arrende facilmente. Ho cinquantadue anni, dirigo l’ufficio urbanistica del Comune di Torino e, quando un progetto non mi torna, lo smonto e lo rifaccio da capo. Ma con Nera stavo perdendo. Da tre mesi, ogni notte, puntuale come un orologio svizzero, la mia gatta si trasformava in un tormento.

Scattava verso le tre e un quarto. Prima un colpetto leggero sulla guancia, come se mi chiedesse scusa. Se non reagivo, tirava fuori gli artigli. Poi arrivavano i morsi. Niente di profondo, roba da non lasciare nemmeno il segno sulla pelle, ma abbastanza da farmi scattare seduta nel buio con il cuore a mille. E quando finalmente cedevo, quando afferravo il cuscino e andavo a buttarmi sul divano in sala, lei smetteva. Saltava sul letto, si accoccolava esattamente al centro del mio guanciale e dormiva fino alle sette.

Mio figlio Matteo diceva che avevo troppa fantasia. Mia sorella Claudia, che di mestiere fa la psicologa, aveva un’altra teoria: secondo lei, dopo il pensionamento anticipato di mio marito e la sua fissa per il golf che lo teneva via da casa tutto il giorno, stavo sviluppando una specie di proiezione ansiosa sull’animale. Mi diede anche il numero di un medico specializzato in disturbi del sonno. Lasciai perdere il medico dopo due visite e una scatola di gocce che mi facevano girare la testa fino all’ora di pranzo.

Fu Matteo a insistere per la visita veterinaria. Mi mandò un messaggio con l’indirizzo di una clinica nuova in zona Crocetta. «Mamma, vacci. Fallo per Nera. Magari ha qualcosa di fisico e tu nemmeno te ne accorgi.»

Così, un giovedì pomeriggio di novembre, mi presentai dalla dottoressa Ferrero con il trasportino in mano e le occhiaie che mi arrivavano a metà guancia. La sala d’attesa odorava di disinfettante al limone e c’era un labrador che russava in un angolo. Nera, accucciata nella sua borsa di tela blu, non fiatava.

La veterinaria era una donna sulla quarantina, capelli rossi tirati in una coda bassa, occhi che ti guardavano dritto senza troppe cerimonie. Disinfettò il tavolo d’acciaio prima di appoggiarci la gatta e cominciò a visitarla con movimenti precisi, quasi meccanici. Le tastò l’addome, guardò le gengive, ascoltò il cuore con un phonendoscopio che aveva il tubo decorato con dei gattini stampati.

«La sua gatta sta bene», disse dopo dieci minuti. «Peso perfetto, mucosa rosea, niente soffi. È sana come un pesce.»

«Allora cos’ha? Perché non mi lascia dormire?»

La dottoressa smise di accarezzare Nera dietro le orecchie e mi guardò come si guarda un paziente di cui non si sa bene che fare.

«Mi racconti di nuovo. Ogni dettaglio.»

Le raccontai tutto. La routine della notte, i morsi, il cuscino, il buio. Lei ascoltava annuendo, senza interrompermi. Poi, quando arrivai alla parte in cui spiegavo che avevo dormito in sala anche la notte prima, la sua mano si fermò a mezz’aria.

«Scusi, signora Lorena. Mi dica una cosa: sua figlia ha detto che lei dorme in sala da tre mesi. Ma la porta della camera la chiude o la lascia aperta?»

«La lascio aperta. Nera graffiava il legno se la chiudevo.»

«E in camera, la finestra?»

«È sempre chiusa. Da ottobre in poi non la apro mai, entra troppo freddo.»

La veterinaria appoggiò entrambe le mani sul tavolo. La gatta nel frattempo si era accucciata contro il mio braccio, facendo le fusa piano, come se volesse consolarmi per qualcosa che ancora non sapevo.

«Signora, ho bisogno di farle una domanda molto seria. Mi ascolti bene: la sua caldaia quando è stata revisionata l’ultima volta?»

Restai immobile. Il ronzio del neon sopra la mia testa divenne assordante.

«Non capisco… cosa c’entra la caldaia?»

«Lasciamo la caldaia. Anche i termosifoni. Mi dica del camino. Ce l’avete un camino in camera?»

«Sì. Non lo usiamo da quando mio marito ha cambiato lavoro, saranno… cinque anni? Ma la canna fumaria c’è ancora, parte dalla parete dietro il letto e sale su per tutto il condominio.»

La dottoressa fece un lungo respiro. Prese Nera in braccio, me la porse con una delicatezza che non le avevo mai visto, e mi disse a bassa voce:

«Signora, esca da qui e chiami immediatamente i vigili del fuoco. Dica che c’è un sospetto di monossido di carbonio nella camera da letto. Non torni a casa finché non hanno controllato. E non accenda nulla. Nemmeno la luce.»

La guardai senza capire. Lei mi appoggiò una mano sulla spalla.

«Il monossido di carbonio è più pesante dell’aria. Si accumula a partire dal pavimento. Di notte, con la finestra chiusa e la porta aperta, sale lentamente. A uno strato di mezzo metro, poi un metro. La sua gatta è più bassa di lei, signora. Lei sta in piedi o seduta sul letto quando si sveglia, quindi respira aria ancora abbastanza pulita da non avere sintomi immediati. Ma sdraiarsi tutta la notte in quel letto significa respirare una miscela velenosa a concentrazione sempre più alta. Se Nera la svegliava e la spingeva via da lì, non lo faceva perché voleva il cuscino. Lo faceva perché lei stava morendo, e la gatta lo sentiva prima di lei.»

Uscii dalla clinica che mi tremavano le gambe. Matteo era ancora al lavoro, rispose al telefono dopo quattro squilli e non mi lasciò nemmeno finire la frase: disse solo «non muoverti, arrivo». I vigili del fuoco entrarono in camera due ore dopo, con rilevatori portatili e maschere antigas. La concentrazione di monossido vicino alla testiera del letto era quasi letale. Una microfrattura nella vecchia canna fumaria del camino filtrava i gas di scarico della caldaia condominiale. L’amministratore impallidì quando glielo comunicammo.

Nera quella notte dormì sul divano, acciambellata contro il mio fianco. Non mi svegliò. Per la prima volta in tre mesi, non mi svegliò. Allungai una mano nel buio e le accarezzai il pelo grigio tra le orecchie, sentendo il suo corpo caldo premere contro il mio respiro.

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Fajna Tajna
La notte in cui Nera smise di svegliarmi