Laura correva da ore tra i capannoni alla periferia di Parma.

Laura correva da ore tra i capannoni alla periferia di Parma.

— Nala! Nala, torna qui!

La sua voce rimbalzava contro i cancelli chiusi.

Poco prima erano state al parco lungo il torrente. Laura lanciava un bastone, mentre la giovane meticcia color miele correva felice nell’erba.

Poi, dalla strada, arrivò il rumore di alcuni motorini modificati.

Un’esplosione dal tubo di scarico.

Nala si irrigidì.

Un secondo boato la fece scappare.

Laura la vide attraversare un parcheggio e sparire dietro un vecchio deposito.

La cercò fino al buio. Chiamò i vigili, i canili e gli amici. Mostrò la fotografia a chiunque incontrasse.

Poi le mancò il respiro.

Il terreno sembrò muoversi.

Laura aprì gli occhi e si ritrovò seduta sul letto.

— È finita, — disse Paolo, suo marito, stringendola. — Era il sogno.

Ma quel sogno nasceva da qualcosa di vero.

Nala era scomparsa quattro anni prima.

Laura aveva riempito la città di volantini. Aveva seguito segnalazioni fino a Modena, Reggio Emilia e Piacenza.

Ogni volta tornava senza di lei.

— Potremmo adottarne un’altra, — suggerì Paolo.

— Non sarebbe Nala.

— Lo so. Ma non dovrebbe esserlo.

La mattina seguente partirono per alcuni giorni sul lago di Garda.

Vicino a Mantova, Laura vide un cane correre accanto a una strada provinciale.

— Fermati!

L’animale aveva il pelo chiaro ed era terrorizzato. Ogni volta che passava un camion si abbassava a terra.

Paolo parcheggiò.

Laura scese con una ciotola d’acqua.

— Vieni, piccola. Non ti succederà niente.

La cagna si avvicinò zoppicando.

Aveva una cicatrice sottile sopra l’occhio destro. Nala si era ferita nello stesso punto giocando con un ramo.

Laura notò una vecchia medaglietta sotto il pelo.

Il nome era stato graffiato quasi completamente, ma si leggeva ancora una lettera:

N.

Aprì il portabagagli e prese una coperta a quadri.

La cagna emise un piccolo lamento e vi affondò il muso.

Poi qualcosa cadde dal collare.

Un foglietto piegato, avvolto nella plastica.

Paolo lo aprì.

C’erano un indirizzo e una frase:

“Se state leggendo, non riportatela da noi.”

Portarono Nala da un veterinario.

Il microchip confermò l’identità.

Laura sentì le gambe cedere.

Era davvero lei.

Ma il biglietto li preoccupava.

L’indirizzo portava a una casa di campagna isolata, a circa quindici chilometri.

Paolo voleva chiamare subito la polizia.

Laura insistette perché contattassero prima un’associazione locale per la tutela degli animali. Due volontari li raggiunsero, poi avvisarono i carabinieri.

Nella casa vivevano una coppia e il figlio adolescente.

Il ragazzo, Matteo, riconobbe immediatamente Nala.

— Siete voi i suoi veri proprietari?

La madre gli ordinò di tacere.

Gli agenti scoprirono presto che la coppia raccoglieva cani trovati o smarriti, ma non cercava i proprietari. Alcuni venivano rivenduti come animali da guardia. Per altri chiedevano ricompense.

Nala era arrivata lì quattro anni prima, portata da un uomo che l’aveva trovata vicino a un deposito.

Il microchip era stato letto, ma il padre di Matteo aveva annotato i dati senza chiamare Laura.

— Valeva più di quanto avrebbero offerto come ricompensa, disse uno dei volontari.

Matteo aveva sempre voluto liberarla.

La cagna viveva in un recinto ampio ma non usciva quasi mai. Il ragazzo le portava acqua, giocava con lei e conservava di nascosto la vecchia coperta trovata insieme al cane.

Quando i genitori decisero di trasferirla altrove, Matteo aprì il cancello e mise il biglietto nel collare.

— Ho sperato che qualcuno buono la trovasse, disse.

Laura non riusciva a decidere se abbracciarlo o piangere.

— Perché non hai chiamato prima?

— Avevo dodici anni quando è arrivata. Non sapevo come fare. Poi avevo paura.

Nella proprietà furono trovati altri quattro cani.

Due risultarono ancora registrati a famiglie che li cercavano.

Nala tornò a Parma con Laura e Paolo.

I primi giorni furono difficili.

Si spaventava quando una porta si chiudeva forte. Nascondeva il cibo sotto la coperta. Di notte si alzava e controllava più volte l’ingresso.

Laura dormiva sul divano accanto a lei.

Non cercava di recuperare in pochi giorni quattro anni perduti.

Matteo venne a trovarla qualche mese dopo, accompagnato da un’assistente sociale e da una zia presso cui si era trasferito.

Nala gli corse incontro.

Laura vide nel suo volto lo stesso dolore che aveva provato lei durante tutti quegli anni.

— Pensavo che mi avrebbe dimenticato, disse il ragazzo.

— Non ha dimenticato nessuno che le abbia fatto del bene.

Matteo iniziò a collaborare con l’associazione che aveva salvato gli altri cani.

Laura gli mandava fotografie di Nala.

I sogni continuarono ancora per qualche tempo.

Ma cambiarono.

Ora Laura sognava di correre tra i capannoni e di trovare una porta aperta. Dall’altra parte Nala la aspettava insieme a un ragazzo con una coperta a quadri.

Una sera Paolo trovò Laura seduta sul pavimento con la cagna addormentata sulle gambe.

— Hai ancora paura di perderla?

Laura guardò il collare nuovo. Vi aveva fissato due medagliette: una con il suo numero e una piccola, senza parole, che Matteo aveva regalato a Nala.

— Sì, rispose. Ma adesso la paura non decide più per me.

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Fajna Tajna
Laura correva da ore tra i capannoni alla periferia di Parma.