La sera prima di affidare Tito a un’associazione, Marta gli preparò il pollo lesso che mangiava da cucciolo.
Lui lo annusò e si allontanò.
Marta aveva trentasette anni e lavorava in una trattoria di Bologna. Viveva in un monolocale con il figlio Edoardo, di sette anni.
Tito era un cane corso anziano, rimasto dopo che l’ex compagno di Marta aveva abbandonato la famiglia e diversi debiti.
Il nuovo proprietario dell’appartamento fu categorico:
— Cane grande e bambino in trentacinque metri quadrati? Non se ne parla.
Marta poteva restare solo senza Tito.
Non trovava un altro affitto. Così chiamò un’associazione fuori Modena.
— Lo prenderemo, disse la volontaria. Ma alla sua età potrebbe rimanere con noi per molto tempo.
Quella frase la tormentò tutta la notte.
Alle quattro del mattino Tito iniziò a raschiare la porta della camera.
Marta si svegliò infastidita.
Poi sentì un rumore secco dalla cucina.
La multipresa del frigorifero aveva preso fuoco. La tenda sopra il lavello stava già bruciando.
— Edoardo!
Marta afferrò una coperta e cercò di soffocare le fiamme.
Tito corse nella cameretta e spinse il letto con il muso finché il bambino si svegliò.
Marta prese il figlio e uscì sul pianerottolo.
— Tito, vieni!
Il cane li seguì fino alle scale.
Poi si fermò.
Dall’appartamento accanto non arrivava alcun rumore.
Lì viveva il signor Bruno, ottantadue anni, che dormiva senza apparecchio acustico.
Tito tornò indietro.
Marta consegnò Edoardo a una vicina e prese l’estintore.
Riuscì ad aprire la porta del signor Bruno con la chiave di emergenza nascosta dietro un vaso.
L’appartamento era buio.
Il letto era vuoto.
La finestra era aperta.
Sul pavimento c’erano il bastone dell’anziano e una scarpa.
Dal balcone arrivò un gemito.
Il signor Bruno era sul piccolo cornicione esterno, aggrappato alla ringhiera. Confuso dal fumo, aveva cercato aria ed era scivolato.
— Non si muova!
Tito uscì sul balcone.
Il cane si abbassò e avanzò lentamente verso l’anziano.
La ringhiera emise un rumore metallico.
Una delle viti cedette.
Il signor Bruno gridò.
Tito afferrò la manica del pigiama e tirò indietro.
Marta gli prese l’altro braccio.
Con l’aiuto di un vicino riuscirono a riportarlo sul balcone.
I pompieri arrivarono poco dopo.
Il danno rimase limitato alla cucina di Marta e a parte del corridoio.
Il tecnico dichiarò che l’incendio era stato causato da un impianto elettrico vecchio e non a norma.
Quando la volontaria arrivò quella mattina, trovò Marta seduta sui gradini con Tito ed Edoardo.
— Non viene, disse Marta.
— Hai trovato un’altra soluzione?
— No. Ma la troverò.
Il signor Bruno, avvolto in una coperta, sentì la conversazione.
Tre giorni dopo telefonò a sua nipote, proprietaria di un piccolo appartamento sopra un’officina.
— Affittalo a Marta, disse. E il cane non si discute.
Marta si trasferì il mese seguente.
Tito aveva un balcone e un cuscino nuovo.
Il vecchio proprietario cercò di trattenere la cauzione, sostenendo che Marta aveva causato il danno.
Lei si rivolse a un’associazione di inquilini.
L’ispezione dimostrò che la multipresa era collegata a una linea difettosa già segnalata in passato.
Marta recuperò il deposito e ottenne anche un piccolo risarcimento.
Con quei soldi comprò un tavolo vero per la cucina.
Una sera Edoardo chiese:
— Mamma, Tito sapeva che volevamo mandarlo via?
Marta guardò il cane addormentato.
— Forse.
— E ci ha aiutati lo stesso?
— Sì.
Il bambino coprì Tito con una coperta.
— Allora è più buono di molti grandi.
Il signor Bruno veniva a cena ogni domenica.
Portava biscotti per Edoardo e pezzetti di prosciutto per Tito.
— Quello mi ha salvato la vita, diceva indicando il cane.
— Anche lei ci ha trovato casa, rispondeva Marta.
— Pareggio.
Tito visse ancora due anni.
Quando morì, il signor Bruno fece incidere una piccola targhetta per il suo collare:
“Non ha mai lasciato indietro nessuno.”
Marta la conservò accanto alla chiave della nuova casa.
Erano due oggetti piccoli.
Ma entrambi le ricordavano la stessa cosa:
quella notte avevano perso una cucina e trovato una famiglia.
