Nella mia famiglia hanno già deciso chi dei miei nipoti avrà successo e chi sarà ricordato come una delusione.
Matteo diventerà medico.
Nico, secondo loro, non diventerà niente.
Dicono:
— Peccato, era così intelligente.
— Con tutte le possibilità che aveva.
— Prima o poi capirà di aver rovinato la sua vita.
Nico ha ventun anni, un anello al sopracciglio e i capelli rasati da un lato.
Ha lasciato Economia dopo quattro mesi.
Lavora in un’officina di biciclette e, due sere alla settimana, fa apprendistato in uno studio di tatuaggi.
Per sua madre è una tragedia familiare.
Per me è il ragazzo che arriva ogni lunedì con due paste alla crema e domanda:
— Nonna, che cosa combattiamo oggi?
Io mi chiamo Teresa e ho settantotto anni.
Vivo da sola alla Bolognina da quando mio marito Franco è morto.
Sono passati quattro anni, ma ogni tanto preparo ancora due tazzine di caffè.
Mio figlio Paolo abita a San Lazzaro con la moglie Daniela e i due ragazzi.
Mi telefona la domenica sera.
— Pressione?
— Bene.
— Medicine?
— Prese.
— Spesa?
— Fatta.
Poi parla di Matteo.
Matteo ha venticinque anni, studia Medicina e fa tirocinio in ospedale. È educato, preciso e molto impegnato.
Non ho nulla contro di lui.
È un bravo ragazzo.
Ma non viene quasi mai.
Nico, invece, apre la porta della mia cucina e conosce già il cassetto dove tengo i cacciaviti.
Quando la tapparella si bloccò, lo dissi a Paolo.
— Mamma, chiama un tecnico.
— Mi hanno chiesto cento euro solo per uscire.
— È il prezzo normale.
Nico arrivò il lunedì successivo con una cinghia nuova.
Salì sulla scala, smontò il cassonetto e sistemò tutto.
— Quanto ti devo?
— Due porzioni di lasagne.
Fu lui anche a insegnarmi a mandare messaggi vocali.
Paolo mi aveva regalato lo smartphone e spiegato in fretta:
— Premi qui. È semplicissimo.
Per me non lo era.
Nico mi fece provare dieci volte.
Quando sbagliavo, diceva:
— Perfetto. Adesso sappiamo un modo in cui non funziona.
Alla fine registrai:
— Nico, questa voce si sente?
Lui ascoltò il messaggio seduto di fronte a me e rispose:
— Fortissima e chiarissima, signora Teresa.
Lunedì scorso ebbi un capogiro mentre preparavo il tè.
Nico mi fece sedere, misurò la pressione e rimase finché non mi sentii meglio.
Sulla porta disse:
— Nonna, se succede ancora, chiama me. Non aspettare papà.
Da allora penso a quelle parole.
Perché so che ha ragione.
A Pasqua eravamo tutti a casa di Paolo.
Daniela aveva apparecchiato come per una rivista.
Matteo arrivò con la fidanzata, una ragazza elegante che studiava Farmacia.
Nico entrò con una felpa nera e un piccolo tatuaggio nuovo sul collo.
Daniela chiuse gli occhi.
— Dimmi che non è vero.
— È piccolo.
— Anche una macchia d’olio è piccola.
Durante il pranzo si parlò dell’ospedale, degli esami di Matteo e della possibilità che andasse sei mesi in Francia.
Paolo era raggiante.
— Lui sì che sa dove vuole arrivare.
Nico mangiava in silenzio.
Quando vide che non riuscivo ad aprire una bottiglia, me la prese dalle mani.
Più tardi mi portò un cuscino perché avevo mal di schiena.
Nessuno sembrò notarlo.
Al dolce, Daniela si rivolse a me.
— Signora Teresa, almeno Matteo le dà delle belle soddisfazioni. Un nipote di cui andare davvero fiera.
Guardò Nico.
— Per l’altro, purtroppo, abbiamo fatto tutto il possibile.
Nico abbassò lo sguardo.
Io pensai alla tapparella.
Alla pressione misurata.
A quel ragazzo che tutti giudicavano dall’anello al sopracciglio ma che sapeva esattamente quali medicine prendevo.
Appoggiai il cucchiaino.
— Daniela, hai ragione.
Lei sorrise.
— Ho davvero un nipote di cui sono orgogliosa.
Matteo sollevò gli occhi.
Io mi voltai verso Nico.
— Solo che non è quello che credete voi.
Daniela smise di sorridere.
— Come sarebbe?
— Sono orgogliosa di Nico.
Paolo sbuffò.
— Mamma, non esagerare per provocare Daniela.
— Non sto provocando nessuno.
— Matteo studia Medicina. Nico ripara biciclette.
— E quale delle due professioni rende automaticamente una persona migliore?
Matteo abbassò lo sguardo.
Daniela rispose:
— Non si tratta della professione. Si tratta delle scelte.
— Nico lavora, impara e si mantiene. Quale scelta vi offende tanto?
— Ha buttato via l’università!
— Ha lasciato un percorso che non voleva.
— Noi abbiamo pagato tutto!
Nico si alzò.
— Basta. Nonna, andiamo.
Gli presi la mano.
— No. Tu sei rimasto in silenzio abbastanza.
Mi voltai verso Paolo.
— Quando avevo la tapparella rotta, mi hai detto di chiamare un tecnico. Nico è venuto.
— Io lavoro.
— Anche lui.
— Lui ha più tempo.
— Lui trova il tempo.
Daniela scosse la testa.
— Quindi adesso Nico è un santo perché le cambia una cinghia?
— No. È una persona buona perché mi tratta come una persona, non come un obbligo della domenica.
Matteo finalmente parlò.
— Mamma, la nonna non ha torto.
Daniela lo guardò sorpresa.
— Tu non c’entri.
— C’entro. Mi usate sempre per umiliare Nico.
Nico fissò il fratello.
Matteo continuò:
— Quando ho avuto bisogno di trasferire le mie cose, lui ha passato un giorno intero ad aiutarmi. Quando ero in crisi prima dell’esame di Anatomia, è rimasto al telefono con me fino alle due.
Paolo sembrava non sapere cosa dire.
Daniela diventò pallida.
— E allora perché non lo hai mai detto?
— Perché mi faceva comodo essere quello perfetto.
Il pranzo si trasformò in una discussione che nessuno riusciva più a controllare.
Daniela accusò Nico di avermi manipolata.
Paolo disse che stavo dividendo la famiglia.
Io aprii la borsa e tirai fuori una busta.
Dentro c’era la copia del mio testamento.
La casa sarebbe andata in parti uguali ai due nipoti, ma i miei risparmi e il piccolo garage di Franco sarebbero rimasti a Nico.
Sognava da tempo una propria officina.
— Nonna, no, disse Nico.
— Perché no?
— Non voglio che pensino che vengo da te per questo.
— Loro pensano già quello che vogliono. Io so perché vieni.
Daniela quasi gridò:
— Sta premiando il fallimento!
— Sto riconoscendo la presenza.
— Matteo si è impegnato per anni!
— Per la sua vita. Nico si è impegnato anche nella mia.
Matteo guardò la busta.
— Non voglio che la nonna cambi nulla per colpa nostra.
— Non è colpa vostra, dissi. È una mia scelta.
Nico mi accompagnò a casa.
Davanti al portone mi chiese:
— Sei davvero orgogliosa di me?
— Sì.
— Anche se non sono diventato ciò che volevano?
— Sono orgogliosa proprio perché hai avuto il coraggio di diventare te stesso senza diventare crudele.
Nico mi abbracciò.
Nei mesi successivi, Paolo chiamò meno.
Daniela rimase offesa.
Ma Matteo cominciò a venire il lunedì.
All’inizio tra i fratelli c’era imbarazzo.
Poi parlarono.
Matteo confessò quanto fosse stanco di essere perfetto.
Nico confessò quanto avesse sofferto sentendosi sempre il figlio sbagliato.
Un anno dopo, Nico aprì l’officina nel garage di Franco.
La chiamò:
“Due paste e una chiave inglese.”
Matteo lo aiutò con i documenti sanitari e fiscali.
Paolo venne all’inaugurazione.
Non chiese scusa chiaramente.
Disse soltanto:
— Hai fatto un bel lavoro.
Nico rispose:
— Grazie, papà.
A volte una famiglia ricomincia da parole piccole.
Io vado in officina ogni lunedì.
Ho una sedia tutta mia vicino alla finestra.
Nico mi prepara il caffè.
Matteo passa quando può.
Non so quale dei due avrà più successo.
Forse Matteo salverà vite in ospedale.
Forse Nico salverà persone da giornate buie senza nemmeno rendersene conto.
So soltanto che un titolo può rendere orgogliosa una famiglia.
Ma è la presenza a rendere meno sola una persona.
E quando mi è girata la testa, non ho chiamato il nipote con il futuro più prestigioso.
Ho chiamato quello che aveva già dimostrato di arrivare.
