«Stiamo ringiovanendo l’organico», disse il direttore, e lo disse con lo stesso tono con cui si annuncia un bel regalo. «Liberi il suo ufficio entro domani a mezzogiorno. Di tutta la parte burocratica si occuperà Laura, dell’ufficio personale.»
Io tenevo in mano la mia tazza di porcellana bianca, quella con il bordo blu che mi ero portata da casa vent’anni prima. Vent’anni su quel davanzale, e adesso dovevo riprendermela e andarmene.
«Entro domani?» chiesi.
«Entro domani», confermò lui, sfoderando un sorriso. «Capisce, signora Rosa, il tempo passa. Ci serve aria nuova. Giovani leve, energia, uno sguardo moderno.»
Parlava e parlava, e io fissavo la mia tazza pensando a una cosa sola: lui non sapeva della telefonata.
Vittorio Marini era diventato direttore del nostro centro provinciale per l’impiego otto mesi prima. Era arrivato con cartella in pelle, gemelli costosi e una lista di persone da levare di torno. In quella lista io ero la seconda voce.
«Non si preoccupi», aggiunse alzandosi. «Faremo tutto in modo civile. Risoluzione consensuale, una piccola buonuscita.»
Piccola.
Sorrisi dentro di me.
«D’accordo, dottor Marini», dissi. «Ho capito.»
Lui annuì, palesemente sorpreso che non mi mettessi a piangere né a implorare. Si girò e uscì.
Posai la tazza sulla scrivania e presi il cellulare.
Trentadue anni. Tanti ne avevo passati nei servizi per l’impiego. Avevo cominciato come ispettrice in un ufficetto di quartiere, a venticinque anni, quando ancora non c’erano computer ma solo schedari e macchine per scrivere. Ero diventata vicedirettrice all’area metodologica. Avevo scritto tre regolamenti regionali che quattro province vicine avevano copiato pari pari. Avevo formato quarantasette funzionari, di cui dodici adesso occupavano posti da dirigente.
Vittorio Marini era arrivato a cose fatte. Aveva trovato un sistema che funzionava, la fiducia delle persone, i miei regolamenti. E mi buttava fuori con una «piccola buonuscita».
Feci scorrere la rubrica e trovai il numero.
La telefonata dal Ministero del Lavoro era arrivata tre giorni prima. Non al direttore: a me, personalmente. Elena Martelli, responsabile dell’ufficio politiche del personale, era stata netta: «Rosa, stiamo costituendo un gruppo di lavoro per riformare l’impianto metodologico. La sua presenza è indispensabile. Si prepari per una missione a Roma la prossima settimana».
Io avevo ringraziato e non avevo detto niente al direttore. In un primo momento solo perché non avevo ancora avuto modo. Poi avevo capito che era meglio aspettare.
E quel giorno avevo aspettato abbastanza.
La mattina dopo, alle nove in punto, entrai nell’ufficio personale. Laura, una ragazza giovane con gli occhi spaventati, mi aspettava già con una cartellina in mano.
«Signora Rosa», cominciò a bassa voce, «c’è l’accordo di risoluzione… il dottor Marini ha detto che la buonuscita è di due mensilità.»
Due mensilità. Il mio stipendio netto era di millesettecentottanta euro. Totale: tremilacinquecentosessanta euro per trentadue anni di lavoro.
«Laura», dissi con calma, «fammi vedere i documenti.»
Me li porse. L’accordo era scritto a dovere – niente di illegale, solo una fredda proposta di separarsi consensualmente per una cifra ridicola.
Potevo rifiutarmi. Ne avevo tutto il diritto. Ma il direttore contava sulla pressione, sul fatto che mi sarei spaventata e avrei firmato.
«Oggi non firmo», dissi, restituendole la cartellina.
«Ma il dottor Marini…»
«Laura, conosci la normativa sul lavoro. La risoluzione consensuale è volontaria. Ho diritto a un periodo di riflessione.»
Mi alzai. «Riferisci al direttore che verrò da lui alle undici.»
Alle undici ero pronta. Sulla mia scrivania avevo messo alcuni fogli. La stampa dal sito ufficiale del Ministero con la composizione del gruppo di lavoro e il mio nome nell’elenco. L’email di Elena Martelli con la conferma della missione. La copia del mio stato di servizio: trentadue anni ininterrotti. E un altro foglio: l’articolo del Codice del Lavoro sui licenziamenti, con alcuni commi sottolineati.
Presi quei fogli, la mia tazza e andai dal direttore.
«Signora Rosa», Vittorio Marini era seduto al suo ampio tavolo, «contavo che avesse già firmato.»
«Non ho firmato», dissi, e gli poggiai davanti il primo foglio. «Guardi questo.»
Lui prese il foglio. Lesse. Alzò lo sguardo.
«Che cos’è?»
«Il gruppo di lavoro ministeriale. La mia missione a Roma comincia martedì prossimo.»
Rimase in silenzio qualche secondo. Poi posò il foglio.
«E con questo? I gruppi di lavoro sono volontari.»
«Volontari», concordai. «Esattamente come l’accordo di risoluzione.»
Misi sul tavolo il secondo foglio. «Questa è la mail di Elena Martelli. Personale. In copia ha messo il suo superiore, il vicedirettore generale del Ministero.»
La pausa si allungò.
«Lei capisce», continuai con tono piatto, «che se domani presentassi un esposto all’Ispettorato del lavoro per pressioni indebite, e dopodomani mi ritrovassi a Roma dentro un gruppo di lavoro ministeriale, la storia diventerebbe interessante. Per tutti.»
«Nessuno la sta obbligando», disse lui, ma la voce era cambiata. Più secca.
«Esatto. Nessuno. Quindi io non firmo.» Ripresi i miei fogli. «E continuo a lavorare come sempre. Se lei ha motivi legittimi per risolvere il contratto – prego, proceda. Una riduzione di posto con preavviso di due mesi e indennità di tre mensilità. Oppure aspetti che sia io a prendere una decisione. Ma per due mensilità, no.»
Mi alzai.
«Signora Rosa», tentò di riprendere il tono di prima, «non facciamone un… conflitto.»
«Non ne faccio un conflitto», risposi già sulla porta. «Ho solo letto il Codice del Lavoro. Tanti anni fa, quando lei probabilmente andava ancora a scuola.»
Quella sera mi chiamò Laura.
«Signora Rosa», sussurrò al telefono, «lui dice che troverà gli appigli. Che incaricherà un audit del suo settore.»
«Che lo faccia», risposi. «Ho tutto documentato per trentadue anni. L’ultimo controllo l’ho avuto quattro anni fa: nessun rilievo.»
«È molto arrabbiato.»
«Laura, non avere paura. Tu limítati a fare il tuo lavoro rispettando la legge. Firma solo i documenti conformi al codice. Se qualcosa ti sembra strano, hai diritto a chiedere un parere. È un tuo diritto anche quello.»
Lei restò in silenzio un momento.
«Grazie», mormorò.
Posai il telefono e andai a prepararmi la cena.
L’audit Vittorio Marini lo fece partire lo stesso. Una settimana dopo arrivarono due persone: un uomo maturo con una borsa di pelle e una giovane con un portatile. Passarono da noi tre giorni. Esaminarono documentazione, relazioni metodologiche, rendiconti dei programmi per l’occupazione. Il terzo giorno l’uomo mi si avvicinò e disse senza preamboli:
«Avete un archivio molto ben strutturato. Una rarità, di questi tempi.»
«Grazie», risposi. «Ho sempre detto ai miei collaboratori: se hai paura di un controllo, significa che fai qualcosa che non va.»
Sorrise e annotò qualcosa.
I risultati dell’audit li vidi dieci giorni dopo, attraverso il server comune su cui il direttore aveva caricato per errore non solo il documento definitivo, ma anche la bozza con le note. Nella bozza, a fianco del nostro settore, c’era scritto: «nessuna irregolarità, gestione documentale esemplare». Nella versione finale avevano abbreviato in «nessun rilievo».
Salvai tutti e due i file.
Partii per Roma il martedì successivo, come previsto. Elena Martelli era una donna energica, sulla cinquantina, taglio corto e l’abitudine di parlare veloce.
«Rosa», mi disse il secondo giorno, mentre bevevamo un caffè durante una pausa, «da quanti anni si occupa di metodologia nella sua provincia?»
«Diciotto», risposi. «Da quando ho cambiato funzione.»
«I suoi regolamenti li usiamo come base. Lo sa?»
«Lo immaginavo.»
Mi guardò con interesse. «Da voi, a quanto pare, c’è un nuovo direttore?»
«Da otto mesi», dissi con voce neutra.
«E com’è?»
Pensai un attimo. «Energico», risposi. «Sta rinnovando l’organico.»
Elena Martelli annuì. Non riuscii a leggere nulla sul suo viso: era una persona con grande esperienza. Ma la domanda non era casuale, questo lo capivo bene.
Tornai quattro giorni dopo. Sulla scrivania trovai un biglietto di Laura: «Passi da me appena può». Andai immediatamente.
«Signora Rosa», Laura chiuse la porta, «mentre lei era via, è venuto un funzionario della Direzione provinciale del lavoro. Ha parlato a lungo con il direttore. Dopo, Vittorio Marini è stato tutto il giorno zitto zitto.»
«Della Direzione provinciale?» chiesi.
«Sì. Per caso ho sentito qualche frase: parlavano delle decisioni sul personale degli ultimi mesi. Di diverse persone mandate via dopo l’arrivo del direttore.»
Annuii.
«Laura, tu hai fatto tutto correttamente. Grazie.»
Quello stesso giorno venne a cercarmi Sofia, un’ispettrice con cinquantasette anni e ventiquattro di servizio, che Vittorio Marini aveva liquidata fra i primi, già a gennaio. Anche a lei avevano offerto due mensilità, e lei aveva firmato per paura.
«Signora Rosa», disse, «mi hanno detto che posso rivolgermi all’Ispettorato del lavoro. Che i termini non sono scaduti.»
«Tre mesi dalla firma dell’accordo», risposi. «Da quanto hai firmato?»
«Due mesi e mezzo.»
«Allora sei ancora in tempo. Hai firmato sotto pressione?»
«Lui disse che se non accettavo, avrebbe trovato il modo di licenziarmi per giusta causa. Avevo paura.»
«Questa è pressione. Scrivi tutto quello che ricordi: date, parole, chi era presente. Poi vai a farti una consulenza.»
Lei annuiva e prendeva appunti su un foglietto. Le tremavano un po’ le mani.
«Sofia», dissi, «hai lavorato ventiquattro anni. Non dovevi andartene così.»
Tre settimane dopo il mio rientro da Roma, nel nostro centro si presentò una commissione della Direzione provinciale del lavoro. Ufficiale, con mandato pieno. Esaminavano la documentazione del personale degli ultimi otto mesi – da quando Vittorio Marini era entrato in servizio.
Io continuai a lavorare. Arrivavo alle nove, uscivo alle sei, tenevo riunioni metodologiche, rispondevo ai quesiti degli uffici periferici. Vittorio Marini per tre giorni non si fece vedere in corridoio. Se ne stava chiuso nel suo ufficio.
Il quarto giorno Laura mi raggiunse con dei documenti.
«Signora Rosa, la commissione chiede tutti gli accordi di risoluzione degli ultimi otto mesi. E le note informative su cui si sono basate le decisioni.»
«È tutto in archivio», risposi. «Le mie note le ho sempre fatte a regola d’arte.»
«Lo so. Io parlo delle altre.»
«Per le altre, Laura, non posso esserti d’aiuto. Non rientra nei tuoi compiti coprirle. Metti a disposizione ciò che ti chiedono.»
Lei tirò un sospiro.
«Sì», disse. «È quello che pensavo.»
I risultati del controllo non li appresi da un documento ufficiale, ma da Antonella, che lavorava lì da trentacinque anni, più di me, e conosceva ogni cosa e ogni persona.
«Rosa», mi disse quel venerdì sera mentre uscivamo insieme, «il nostro Vittorio l’hanno convocato in Direzione provinciale. Sul tappeto.»
«Quando?»
«Ieri. Oggi era bianco come un cencio.»
Non risposi.
«Tu lo sapevi?» chiese Antonella.
«Sapevo che le regole non sono fatte per bellezza», risposi.
Lei scoppiò a ridere.
Lunedì mattina alle dieci fui chiamata nell’ufficio del direttore. Vittorio Marini era al suo posto, ma senza gemelli, in giacca ordinaria, con la faccia stanca. Accanto a lui sedeva un uomo che non conoscevo, sui cinquantacinque anni, vestito di grigio. Si presentò:
«Dottor Conti, vicedirettore della Direzione provinciale del lavoro.»
Mi sedetti.
«Signora Rosa», cominciò il dottor Conti, «dall’esito della verifica sono emerse diverse irregolarità nella gestione del personale degli ultimi otto mesi. In particolare, elementi di pressione sui dipendenti durante la sottoscrizione di risoluzioni consensuali. Stiamo parlando di sette persone.»
Sette. Io ero a conoscenza di cinque casi. Due mi erano sconosciuti.
«Al centro è stata notificata una diffida.» Poggiò un foglio sul tavolo. «Inoltre si sta valutando l’erogazione di indennizzi ai dipendenti danneggiati.»
Guardai il direttore. Lui fissava il piano del tavolo.
«Signora Rosa», proseguì il dottor Conti, «la sua partecipazione al gruppo di lavoro ministeriale è stata segnalata con nota di merito. Elena Martelli ha espresso un giudizio elevato sulla sua professionalità.»
Annuii.
«Come valuta il clima tra il personale, in questo momento?»
Riflettei un attimo. Guardai Vittorio Marini: sollevò lo sguardo e nei suoi occhi non vidi che stanchezza.
«Il personale è di ottimo livello», dissi. «Persone preparate. Solo che gli ultimi mesi sono stati… complicati.»
Il dottor Conti scrisse qualcosa.
Vittorio Marini presentò le dimissioni volontarie due settimane dopo. Me lo disse Laura una mattina, mentre posavo la tazza sul davanzale.
«Dimissioni volontarie», ripeté. «Tutto in sordina.»
«È un suo diritto», risposi.
Sofia ottenne un indennizzo – sei mensilità invece delle due che le avevano proposto. Non so esattamente come fu formalizzato, ma quella sera mi chiamò e disse solo: «Grazie». Nient’altro.
Altri due dei sette rientrarono in servizio – quelli che lo desideravano. Gli altri accettarono la compensazione economica.
La direzione ad interim fu affidata ad Antonella. Fu lei stessa a telefonarmi.
«Rosa, ti dispiace se ogni tanto ti chiedo un consiglio?»
«Antonella, lavoriamo insieme da trent’anni. Da quando abbiamo smesso di chiederceli?»
Rise, con calore, come una volta.
La mattina in cui tutto tornò in quiete arrivai in ufficio prima di tutti. Misi su l’acqua. Tirai fuori la mia tazza di porcellana bianca con il bordo blu, quella che avevo portato da casa vent’anni prima. Mentre l’acqua scaldava, aprii il portatile e scrissi due righe a Elena Martelli: la ringraziai per la missione e chiesi quando fosse prevista la prossima riunione del gruppo di lavoro.
Mi rispose dopo quaranta minuti: «Oriundativamente a marzo. L’aspettiamo».
Chiusi la posta e versai il tè. Fuori c’era una mattina di novembre frizzante, cielo limpido, qualche grado sotto zero. Nel corridoio già si sentivano voci: la gente arrivava al lavoro. Di lì a poco Laura sarebbe passata con dei documenti da firmare, poi avrei avuto una riunione con gli uffici territoriali.
Presi la tazza e pensai che trentadue anni non sono solo anzianità di servizio. Sono la certezza che il sistema funziona se non lo rompi. Che le regole sono scritte non per chi le aggira, ma per chi le rispetta. E che la pazienza non è debolezza: è uno strumento.
Vittorio Marini sorrideva mentre parlava di «aria nuova». Non sapeva della telefonata. Non sapeva dell’archivio. Non sapeva di trentadue anni.
Finii il tè, riposi la tazza sul davanzale e presi il telefono: dovevo chiamare un ufficio periferico, c’era un intoppo nei rendiconti che andava risolto da tempo.
Il lavoro non aspetta. E io non avevo nessuna intenzione di andarmene.




