Aprii l’atto notarile. La casa risultava intestata a Martina e al suo compagno, Riccardo.

Aprii l’atto notarile.

La casa risultava intestata a Martina e al suo compagno, Riccardo.

— Mamma, possiamo spiegarti — disse Martina.

— Cominciate.

Riccardo aveva convinto mia madre a firmare alcuni documenti. Le aveva detto che servivano per ristrutturare l’immobile e ottenere agevolazioni.

In realtà, con una vecchia delega e una firma imitata, avevano trasferito la proprietà.

Chiara sapeva tutto.

— Perché non mi hai chiamata?

— Perché tu avresti detto di no.

— Esatto.

Riccardo intervenne:

— Quella casa stava cadendo a pezzi. Io ho cercato di valorizzarla.

— Hai messo mia madre in una stanza sul retro.

— Avevamo bisogno di spazio.

In quel momento capii che non c’era nulla da discutere con lui.

Il giorno dopo andai da un avvocato.

La firma era falsa. La delega non consentiva il trasferimento della proprietà. C’erano gli estremi per annullare l’atto e aprire un procedimento.

Martina mi accusò di voler distruggere la sua relazione.

— Se basta la verità per distruggerla, non era una relazione molto solida.

Riccardo se ne andò prima ancora della prima udienza. Portò via denaro, documenti e alcuni oggetti di valore.

Martina rimase sola.

Per settimane non volle vedermi.

Chiara, invece, tornò a vivere con mia madre e trovò lavoro in un negozio di fotografia.

Il procedimento durò più di un anno. La proprietà tornò a mia madre, mentre Martina dovette rispondere per aver firmato alcuni documenti sapendo che erano irregolari.

Non finì in carcere, ma ricevette una condanna e dovette risarcire parte delle spese.

Io trovai lavoro in una gastronomia.

Non aprii il locale che avevo sognato. I risparmi servirono per sistemare la casa e pagare gli avvocati.

All’inizio provai molta rabbia. Pensavo agli anni trascorsi in Germania e a tutto ciò che avevo rinunciato a comprare.

Poi capii che continuare a contare i soldi perduti mi avrebbe tolto anche gli anni successivi.

Martina tornò un pomeriggio di novembre.

Aveva un cappotto leggero e gli occhi stanchi.

— Posso entrare?

Mia madre le aprì.

Sedemmo in cucina senza sapere cosa dire.

— Non voglio soldi — disse Martina. — Voglio solo sapere se per te sono ancora una figlia.

La guardai.

— Lo sei sempre stata. Ma essere mia figlia non cancella quello che hai fatto.

— Lo so.

Cominciammo da lì.

Non da un perdono completo. Non da un grande abbraccio.

Da una frase onesta.

Due anni dopo, Martina lavorava in una farmacia. Chiara aveva ripreso gli studi. Mia madre dormiva di nuovo nella sua vecchia stanza.

Una domenica preparai le orecchiette.

Martina arrivò presto e si mise ad aiutarmi.

— Mamma, così va bene?

La pasta era irregolare, alcune troppo grandi e altre quasi chiuse.

— No — risposi.

Lei abbassò lo sguardo.

Poi sorrisi.

— Ma possiamo rifarle insieme.

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Fajna Tajna
Aprii l’atto notarile. La casa risultava intestata a Martina e al suo compagno, Riccardo.