— Forse non è ancora l’ultima cosa che devo dirti, disse Lorenzo.
Chiara strinse il trasportino.
— Parla.
— Non sono sicuro di voler chiudere per sempre.
— Ma sei sicuro di voler salire su quel treno.
Lorenzo guardò il vagone.
— Sì. Perché se restassi adesso, lo farei per paura. La stessa paura che mi ha fatto portare Tigro con me.
Chiara annuì lentamente.
— Allora vai.
Lorenzo partì per Torino.
Tigro tornò nell’appartamento con Chiara e si addormentò sul davanzale accanto ai gerani.
I primi mesi furono difficili per entrambi.
Lorenzo scoprì che la solitudine non era un vuoto da riempire in fretta. Era uno spazio in cui finalmente sentire tutto ciò che aveva evitato.
Chiara imparò a non interpretare ogni distanza come un rifiuto.
Si scrivevano.
Non ogni giorno.
Non per controllarsi.
Per raccontarsi la verità.
Dopo sette mesi Lorenzo tornò a Bologna.
Tigro gli girò intorno, lo annusò e infine si arrampicò sulle sue ginocchia.
Chiara lo osservò.
— Non ti ha dimenticato.
— Io non ho dimenticato voi.
— Non basta.
— Lo so.
Quella risposta cambiò qualcosa.
Non promise che sarebbe diventato un uomo diverso. Le mostrò ciò che aveva già cominciato a cambiare.
Per quasi un anno si videro tra Bologna e Torino.
Poi Lorenzo trovò un lavoro che gli permetteva di rientrare.
Non tornò nel vecchio appartamento come se niente fosse accaduto.
Lui e Chiara cercarono una nuova casa.
Tigro scelse subito il davanzale più luminoso.
Ogni tanto Lorenzo ricordava la stazione e il momento in cui aveva consegnato il trasportino.
Credeva di aver rinunciato all’ultima cosa che gli restava.
In realtà, era stato il primo gesto davvero libero che compiva da molto tempo.
Amare non significa portare qualcuno con sé a ogni costo.
Significa anche fermarsi e chiedersi se il viaggio che abbiamo scelto appartiene davvero a entrambi.
