Silvia, figlia mia… sono io! La donna con il cappotto chiaro e costoso fece un passo indietro con disgusto, come se quella vecchia madre potesse sporcarla solo sfiorandola. La guardò freddamente e disse:

— Silvia, figlia mia… sono io!

La donna con il cappotto chiaro e costoso fece un passo indietro con disgusto, come se quella vecchia madre potesse sporcarla solo sfiorandola. La guardò freddamente e disse:

— Signora, si è sbagliata. Io non la conosco.

Maria rimase immobile nella stazione Termini, con le braccia ancora aperte. Intorno a lei la gente correva, trascinava valigie, parlava al telefono. Nessuno capiva che una madre, in quel momento, era stata rinnegata dalla propria figlia.

— Silvia… — sussurrò. — Sono la tua mamma.

Silvia sentiva gli sguardi dei conoscenti di Riccardo. Persone davanti alle quali per anni aveva raccontato che i suoi genitori erano morti e che lei veniva da una famiglia rispettabile. Ora il suo passato stava lì, con un cappotto grigio, un foulard vecchio e una borsa piena di marmellata.

— Se ne vada, disse Silvia.

— Ti ho portato la marmellata di lamponi. E le calze. Le ho fatte io…

— Chiamo la sicurezza.

Maria si chinò a prendere la borsa. Le mani tremavano. Un barattolo cadde e si ruppe. La marmellata rossa si sparse sul pavimento.

— Signora, serve aiuto? chiese qualcuno.

Maria scosse la testa.

— No. Ho solo sbagliato persona.

Poi guardò Silvia.

— Mia figlia non mi parlerebbe così.

Silvia se ne andò.

A casa, Riccardo la aspettava.

— Chi era quella donna?

— Nessuno.

— Silvia.

Lei si sedette lentamente.

— Mia madre.

Riccardo impallidì.

— Tua madre è morta.

— Ti ho mentito.

— Perché?

— Perché mi vergognavo. Del paese. Della povertà. Di lei.

Riccardo la fissò.

— Non mi vergogno di una donna povera. Mi vergogno di una donna che rinnega sua madre.

Silvia non dormì.

Il giorno dopo tornò in stazione. Maria non c’era. Una guardia ricordò che una vecchia signora si era sentita male e l’ambulanza l’aveva portata via.

In ospedale, Maria era in un letto vicino alla finestra. Sul comodino c’erano due barattoli di marmellata e le calze di lana.

— Mamma…

Maria aprì gli occhi.

— Signora, forse si sbaglia ancora. Lei non mi conosce.

Silvia pianse.

— Ti prego.

— Io non ti ho cercata per farti vergognare, disse Maria. Ti ho cercata perché mi mancavi.

— Avevo paura.

— Di tua madre?

— Di perdere tutto.

Maria sorrise senza gioia.

— Allora avevi già perso la cosa più importante.

Dopo le dimissioni, Silvia voleva portarla a Roma.

— Avrai tutto. Medici, una stanza, vestiti nuovi.

Maria scosse la testa.

— Io non sono venuta per i vestiti. Sono venuta per mia figlia.

Tornò nel piccolo paese umbro. Silvia andò con lei.

La casa era vecchia, silenziosa. Ma nella cucina c’era ancora odore di mele e legna. Sul muro c’era la sua foto da bambina.

— Perché l’hai tenuta?

— Perché le madri non buttano via i figli quando i figli buttano via le madri.

Silvia si inginocchiò.

— Non so come farmi perdonare.

Maria rimase in silenzio.

Poi disse:

— Non comprare il perdono. Vivilo.

Silvia cominciò a tornare.

All’inizio con vergogna. Poi con sincerità. Aiutò Maria, sistemò la casa, la portò dal medico, raccontò finalmente a Riccardo e agli altri la verità.

Riccardo non la lasciò, ma le disse:

— Da oggi voglio conoscere la donna vera. Non quella inventata.

Un anno dopo, al compleanno di Maria, Silvia era lì dal mattino. Preparò il caffè, tagliò la torta di mele e aprì la marmellata.

— Mamma, posso assaggiare?

Maria le porse il cucchiaino.

— Era sempre per te.

Silvia pianse piano.

Fuori, il vecchio melo perdeva le foglie.

Ma Maria sapeva che in primavera avrebbe fiorito ancora.

E forse anche sua figlia.

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Fajna Tajna
Silvia, figlia mia… sono io! La donna con il cappotto chiaro e costoso fece un passo indietro con disgusto, come se quella vecchia madre potesse sporcarla solo sfiorandola. La guardò freddamente e disse: