A settant’anni ho prenotato un centro termale per curare la schiena invece di stare con i nipoti durante le vacanze.
E questo è bastato perché mia nuora dicesse a mio figlio davanti a me, senza nemmeno abbassare la voce:
— Tua madre pensa solo a sé stessa ultimamente.
Ero seduta nel loro salotto con il cappotto ancora addosso e le mani in grembo. Non ho detto nulla. Ma dentro di me qualcosa si è fermato.
Mi prendo cura dei figli di Roberto da quando il più grande aveva quaranta giorni. Se Roberto e Rossana avevano bisogno di uscire un fine settimana, arrivavo. Se c’erano turni di lavoro, bambini malati, scuole chiuse, vacanze o “solo due ore, mamma”, arrivavo. E quelle due ore spesso diventavano un pomeriggio intero.
Abito a Torino, nell’appartamento dove ho cresciuto Roberto e sua sorella. Quarto piano senza ascensore. Un tempo le scale erano solo scale. Adesso ogni rampa la sento nella schiena.
La schiena mi fa male da due anni. All’inizio dicevo: dopo. Dopo andrò dal medico. Dopo farò fisioterapia. Dopo mi riposerò.
Ma quel dopo non arrivava mai. C’era sempre qualcosa di più urgente: i nipoti, la spesa, la febbre, la scuola, il lavoro di Rossana, la stanchezza di Roberto.
A settembre il medico mi ha parlato chiaro:
— Lucia, se continua così peggiorerà. Serve un trattamento serio.
Mi ha consigliato un centro termale ad Acqui Terme. Acque calde, fisioterapia, dieci giorni di vero riposo.
Ho guardato i prezzi per tre settimane. Mi sembrava tanto. Poi ho pensato a quante volte avevo comprato giacche, scarpe, medicine, libri e merende per i bambini senza farmi tutti quei conti.
E per la prima volta mi sono chiesta: e io?
Ho prenotato in ottobre, per gennaio. Proprio durante le vacanze dei bambini. Lo sapevo. Ma anche la mia schiena sapeva che non poteva più aspettare.
L’ho detto a Roberto una domenica al telefono.
— Figlio mio, a gennaio vado dieci giorni ad Acqui Terme per la schiena.
È rimasto in silenzio.
— A gennaio? Mamma, i bambini sono in vacanza.
— Lo so.
— Io e Rossana contavamo su di te.
— Roberto, devo curarmi.
— Sì, però… non si poteva in un altro periodo?
— No. Il medico è stato chiaro. Ho già prenotato.
Ha detto “va bene”. Ma non era va bene.
Due giorni dopo sono andata da loro per il pranzo della domenica. Roberto apparecchiava. I bambini correvano in corridoio. Rossana era in cucina a finire le cotolette.
Io ero seduta in salotto con il cappotto ancora addosso. I bambini mi hanno abbracciata e sono tornati ai loro giochi.
Poi ho sentito la voce di Rossana dalla cucina.
Non sussurrava.
— Tua madre è diventata molto egoista ultimamente. Prima non faceva mai storie.
Roberto ha detto qualcosa piano.
— Sì, sì, la schiena, lo so. Ma lei sa benissimo che a gennaio i bambini non hanno scuola. Adesso guarda come dobbiamo organizzarci.
Pausa.
— Pensa solo a sé stessa.
Sono rimasta ferma.
Settant’anni di vita in una frase. I quaranta giorni del nipote più grande. Le notti con la febbre. Le visite rimandate. Il dolore nascosto. Tutte le volte in cui sono arrivata perché serviva.
Tutto ridotto a:
Pensa solo a sé stessa.
Sono venuti a tavola. Rossana mi ha messo il piatto davanti e ha sorriso come sempre.
— Lucia, vuoi ancora insalata?
— No, grazie.
Roberto mi ha chiesto di mia sorella. I bambini litigavano per il telecomando. Tutto continuava uguale.
Solo io non ero più uguale.
Dopo pranzo Rossana ha domandato:
— Quindi a gennaio va davvero?
— Sì.
— E noi come facciamo con i bambini?
— Vi organizzate.
Ha stretto le labbra.
— Non è così semplice.
— Lo so. Non è stato semplice neanche per me, tutte le volte che ho detto sì anche quando stavo male.
Roberto ha abbassato lo sguardo.
— Mamma, non litighiamo.
— Non sto litigando. Sto smettendo di giustificarmi.
Rossana è diventata rossa.
— Io non volevo offenderla.
— Però l’hai fatto.
È calato un silenzio pesante.
Per una volta non l’ho riempito io. Non ho sorriso per alleggerire. Non ho detto “lasciamo stare”. Non ho fatto finta che andasse bene.
Quando mi sono alzata per andare, Roberto ha chiesto:
— Ti accompagno?
— No.
— Con la schiena?
— Con la schiena. È proprio per lei che devo camminare da sola oggi.
A gennaio sono andata ad Acqui Terme.
La prima sera ho pianto un po’ in camera. Non sapevo se fosse tristezza o sollievo. Forse era solo il corpo che capiva di non dover correre.
Le mattine facevo le cure. Il pomeriggio fisioterapia. Mangiavo seduta, senza fretta. Dormivo senza svegliarmi alle sei per preparare qualcosa a qualcuno.
Al quinto giorno mi sono alzata senza il solito dolore feroce.
Ho appoggiato una mano al muro e ho sussurrato:
— Finalmente.
Roberto ha chiamato all’ottavo giorno.
— Mamma, come stai?
— Bene. Molto bene.
— Noi ce la siamo cavata. Ho preso due giorni, Rossana ha cambiato turno, i bambini sono andati a un laboratorio.
— Bene.
Ha respirato piano.
— Mamma, scusa.
— Per cosa?
— Per aver pensato che tu dovessi sempre esserci.
Ho chiuso gli occhi.
— Io ci sarò ancora, Roberto. Ma non al posto della mia salute.
Quando sono tornata a Torino, non tutto si è sistemato subito. Ma qualcosa era diverso.
Rossana un giorno mi ha detto:
— Lucia, quella frase è stata brutta. Mi dispiace.
Non ho risposto “non fa niente”. Perché faceva.
Ho detto:
— Grazie. Mi serviva sentirlo.
Da allora mi chiedono:
— Puoi?
E io rispondo.
A volte sì. A volte no.
A settant’anni ho imparato che prendersi cura di sé non cancella l’amore per la famiglia.
Cancella solo l’abitudine di sparire per far stare comodi gli altri.
E questa, per me, è stata la vera cura.
