Tutto era cominciato con le olive

La terrazza di mia figlia profumava di rosmarino e salsiccia alla griglia. Silvia trafficava intorno al barbecue in muratura, quello nuovo che avevano fatto costruire l'anno prima dal muratore di Altopascio. La domenica da loro era sempre così: affettati, vino buono, e poi la richiesta.

Quel pomeriggio si sentiva nell'aria qualcosa di teso. Marco, mio genero, mescolava l'insalata senza guardarmi. Alessandro, mio nipote, teneva gli occhi incollati allo schermo del cellulare, le dita che scorrevano ossessivamente su non so quale social network. Ventidue anni, iscritto fuori corso a Economia a Firenze, o almeno così credevano i suoi.

«Mamma, passami il tagliere», disse Silvia senza voltarsi.

Mi alzai. Il tagliere di legno d'ulivo era pesante, glielo portai. Lei lo appoggiò accanto alla griglia senza un grazie.

«Alessandro ha bisogno di un'auto», esordì Marco mentre tagliava il pane. Lo disse così, tra una fetta e l'altra, come se stesse parlando del tempo.

Mi fermai con il bicchiere di Vermentino a mezz'aria. «Un'auto?»

«Ha trovato un tirocinio a Montecatini. Tre giorni a settimana. Con i mezzi pubblici ci metterebbe due ore ogni mattina. È uno spreco di energie».

Silvia finalmente si girò. Aveva le guance arrossate dal calore della brace. «Abbiamo visto una Golf usata. Un affare. Il proprietario è un amico del commercialista, ce la lascia a ottomila euro. Mille in meno del valore di mercato».

Marco posò il coltello. «Il problema è che in banca non ci danno un altro prestito. Il mutuo della casa, lo sai, ci strozza. E poi c'è la rata del condizionatore. E la scuola guida di Ale l'abbiamo finita di pagare il mese scorso».

Silvia prese la ciotola dell'insalata e la mise al centro del tavolo. Il gesto era brusco. «Tu hai quei soldi da parte. Quelli della vendita della casa al mare della nonna».

Ecco. La nonna. La mia mamma, che aveva risparmiato tutta la vita per comprarsi due stanze a Castiglioncello, dove passava l'agosto con le amiche. La casa l'avevo venduta due anni prima, quando lei se n'era andata. Una cifra pulita, che avevo depositato in un conto deposito. Era il mio cuscinetto. I miei denti nuovi. La mia vecchiaia tranquilla.

«Mamma, quei soldi fermi sul conto perdono valore ogni giorno che passa», insistette Silvia. Il suo tono stava scivolando in quella nota lamentosa che conoscevo bene. «L'inflazione se li mangia. E Ale ha bisogno di partire. Senza macchina perde l'opportunità, e poi che fa? Resta a casa a girarsi i pollici?».

Guardai Alessandro. Aveva smesso di sfiorare lo schermo. Fissava un punto imprecisato delle piastrelle, la mascella contratta.

«E se quegli ottomila euro li usassi per qualcos'altro?» chiesi con calma.

Marco sbuffò. «Per cosa? Per i tuoi pellegrinaggi a Medjugorje?». Rise. Una risata corta, secca. «Suvvia, signora Lucia».

«No», risposi. «Per rimettermi a posto i molari, per esempio. O per rifare l'impianto idraulico del bagno, che quando piove forte entra acqua dalla finestra. O per andare alle terme, che la mia schiena la mattina fa fatica anche a stare in piedi».

Silvia alzò gli occhi al cielo. Un gesto identico a quello che faceva da bambina quando le dicevo di finire i compiti. «Mamma, le terme te le passa la mutua. Devi solo andare dal medico di base e chiedere la ricetta. Non è che devi sempre farti gli affari tuoi».

«Silvia», la interruppe Marco, «non ti scaldare. Tua madre vuole solo la certezza che i soldi non vadano sprecati». Si rivolse a me con un sorriso da venditore. «Stia tranquilla. L'auto resta intestata a lei. Così è tutelata. E Alessandro appena inizia a lavorare le restituisce tutto. Vero, Ale?».

Mio nipote emise un grugnito che poteva significare qualsiasi cosa.

In lontananza, dalla pista ciclabile sulle mura rinascimentali, arrivò lo scampanellio di una bicicletta. Una vespa ronzava insistentemente attorno al vassoio dei salumi. La osservai posarsi su una fetta di salame toscano.

«Marco», dissi piano, «lo sai che Alessandro non studia più dallo scorso semestre?».

Silvia rovesciò la saliera. I granelli bianchi si sparsero sulla tovaglia di cotone grezzo.

«Cosa diavolo stai dicendo?».

Deglutii. Mi faceva male la gola. «Da gennaio non mette piede all'università. L'hanno escluso dagli esami. Non può più sostenere nulla perché è fuori corso e non ha pagato le tasse universitarie. Ha accumulato otto mesi di arretrati».

Marco sbiancò. Si girò verso il figlio così in fretta che la sedia di ferro batté contro il muro. «Ale. Di che sta parlando tua nonna?».

Alessandro aprì la bocca. La richiuse. Sembrava un pesce fuor d'acqua.

«Me l'ha detto la segreteria», continuai. «Mi hanno chiamata perché ero io la referente del tuo vecchio numero di telefono, Marco. Quello che cambiavi ogni sei mesi per via delle telefonate dei call center. Hanno provato a contattarti per mesi. Alla fine hanno trovato me».

Silvia si era appoggiata con entrambe le mani al tavolo. Le nocche erano bianche. «Non è possibile. Ogni mattina esce di casa alle sette e mezzo. Con lo zaino. L'ho visto io».

«Lo zaino lo porta al centro commerciale di Porcari. Ci passa le giornate al bar, con quei due amici che hanno il negozio di telefonia. Mi sono informata».

Il viso di Alessandro era una maschera di terrore. «Lei mente! Papà, è vecchia, vaneggia!».

«Non vaneggio per niente», tagliai corto. «E non è tutto. Tuo figlio ha fatto anche di peggio. Si è indebitato con tre finanziarie. Ha chiesto prestiti per un totale di dodicimila euro in otto mesi. Per portare a cena fuori una ragazza di Montecatini e per comprarsi l'ultimo iPhone. E quando non ha più potuto pagare le rate, ha dato il mio numero di telefono come garante».

Silvia emise un suono strozzato. Marco rimase immobile, le vene del collo gonfie come corde.

«Mi hanno tempestato di telefonate per settimane», proseguii. La mia voce era stanca, più che arrabbiata. «Minacce. Dicevano che sarebbero venuti a casa mia a prendersi i mobili. Che avrebbero messo un avviso di pignoramento sulla porta. Di notte non riuscivo più a dormire. Il mio cuore, lo sai, non è più quello di una volta».

Nessuno parlava. Dalla piazza sotto le mura arrivavano le note gracchianti di un organetto. Qualcuno suonava per i turisti.

«Ho ritirato tutti i soldi dal conto quattro mesi fa», dissi. «Ho pagato i debiti di tuo figlio. Tutti. Interessi, more, spese di riscossione. Dodicimila e quattrocento euro. Altrimenti sarebbero venuti qui, in questa bella terrazza con le piante di limoni, a prendervi la televisione e i mobili. Alessandro è residente qui, la casa sarebbe stata a rischio».

Silvia si passò una mano sul viso. Le tremavano le dita. «Tu hai preso i nostri soldi e li hai buttati per i debiti di Ale? Senza dirci niente? Quei soldi erano anche nostri!».

«No», risposi. La mia voce era calma come il mare di Castiglioncello all'alba. «Erano miei. Della vendita della casa della nonna. Li ho usati per salvare me stessa da un infarto, e voi da un'asta giudiziaria».

«Ma qualcosa sarà rimasto», balbettò Marco. Aveva perso tutta la sua spavalderia. «Dodicimila non sono tutto. Il resto dov'è?».

Mi alzai. La vespa era ancora lì, ostinata, sul salame. La scacciai con un gesto lento della mano. Presi la borsa dalla sedia.

«Gli altri soldi li ho spesi per me, Silvia. Visto che secondo te non avevo nulla di importante da comprare, ho deciso di prendermi qualcosa di importante. Ho comprato una casetta in Salento. Due stanze e un cortile con un albero di fico. Vicino al mare. D'inverno si può stare, c'è un camino che funziona. Ho già chiamato un muratore per rifare la facciata. E a marzo pianterò i pomodori e la rucola. La mia schiena starà meglio al caldo».

Silvia mi fissava come se avessi parlato in una lingua sconosciuta. «Ti sei comprata una casa in Puglia? Per te? Quando tuo nipote ha bisogno di un'auto?».

«Tuo figlio non ha bisogno di un'auto», risposi. Infilai le infradito. «Ha bisogno di un lavoro. E di imparare che i soldi non crescono sugli alberi. Neanche sugli ulivi».

Alessandro era scivolato contro la ringhiera. La sua faccia era una maschera di sudore e paura. Marco respirava pesantemente, le mani aperte e chiuse. «Ti faccio vedere io, pezzo di delinquente…», cominciò.

«Papà, no…!».

Marco fece un passo verso il figlio. Silvia gridò. Io non mi voltai indietro.

La porta di casa si chiuse alle mie spalle con un tonfo sordo. Mentre scendevo le scale del palazzo, sentii un urlo di Silvia, un rumore di sedie rovesciate, e qualcosa — forse un vaso — andare in frantumi.

Fuori, in via dei Fossi, i platani cominciavano a perdere le foglie. Passai davanti al forno storico, dove il panettiere stava tirando giù la saracinesca. Comprai un pezzo di schiacciata calda da una signora con il grembiule infarinato.

«Tutto bene, signora Lucia?», mi chiese.

«Sì, tutto a posto», dissi. E per la prima volta dopo tanto tempo, era vero.

Tre settimane dopo squillò il telefono. Era Alessandro.

«Nonna…».

La sua voce era diversa. Più bassa. Più stanca.

«Mi hanno mandato a lavorare in un cantiere a Capannori. Papà mi ha tolto la macchina, il telefono nuovo, i vestiti firmati. Mi ha detto che devo ripagargli tutto. Sto spaccando mattoni dalle sette del mattino».

«Bene», risposi. Stavo preparando il caffè con la vecchia moka. La fiamma bassa del gas danzava sul pentolino.

«Nonna, mi presti cinquanta euro per la ricarica del telefono? È che papà mi ha bloccato anche la carta prepagata, e non so più come fare».

Guardai fuori dalla finestra. Il campanile di San Frediano era illuminato di un rosa tenue dal tramonto. Pensai al mio cortile in Salento, alle piante di pomodori che avrei messo a dimora. Al camino acceso. Ai miei denti nuovi.

«No, Ale», dissi con dolcezza. «Lavora. Così impari che fatica costa guadagnarseli».

Attaccai. Il caffè sobbolliva piano. Lo versai nella tazzina, l'odore amaro e buono che riempiva la cucina. Mi sedetti al tavolo e presi il catalogo dei vivai che mi aveva dato la fioraia. Dissemina a marzo, raccogli a luglio. Era tutto scritto lì.

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Fajna Tajna
Tutto era cominciato con le olive